30 maggio 2013

I giovani faranno musica in una "casa di paglia" - Succede a Fontaneto d'Agogna, dove il Comune ha investito nella bioedilizia

Tra pochi giorni, precisamente entro inizio luglio, a Fontaneto d’Agogna sarà ultimata quella che ormai tutti hanno ribattezzato la “casa di paglia”, un edificio destinato ad ospitare attività per i giovani: un bar e una sala polivalente per fare musica ed attività varie, integrate con gli impianti sportivi già esistenti.
Un esempio di bioarchitettura assolutamente all’avanguardia, visto che in tutta Italia sono appena una trentina gli edifici realizzati con questa tecnica e quelli con funzione pubblica si contano sulle dita di una mano.
"Si tratta di un fabbricato di un solo piano, costituito da due vani quadrati uniti da un porticato – spiega il sindaco-architetto, Adriano Fontaneto - nelle nostre intenzioni c’era la realizzazione di un edificio per i giovani che fosse ecosostenibile e all’avanguardia. Dopo qualche riflessione abbiamo deciso di puntare su una struttura 100% ecosostenibile in paglia e legno: ci stiamo lavorando da un annetto e tra poche settimane sarà finalmente conclusa".
L’edificio, di circa 200mq, ospiterà un bar e una sala polivalente con un internet point, dove sarà possibile sviluppare l’arte e la creatività giovanile. "Pensiamo inoltre – prosegue Fontaneto - di destinare la struttura, che sarà gestita dalla Cooperativa Vedogiovane di Borgomanero, anche come base per avviare strart-up di imprese avviate da giovani del territorio, visto che oltre a Fontaneto afferiranno anche i Comuni limitrofi di Cavaglio, Suno e Cressa che hanno compartecipato al progetto".
Quanto è costata la realizzazione? "Complessivamente 197mila euro, interamente coperti con fondi comunali. Le tecniche costruttive fanno passi da gigante, i costi dell'architettura naturale sono ormai del tutto simili a quelli dell'edilizia tradizionale e i vantaggi ambientali appaiono enormi. Eppure fra progettisti e maestranze c'è scetticismo e scarsa conoscenza".
Possibile che un progetto così innovativo non abbia beneficiato di altri contributi? "Ad eccezione della Fondazione comunitaria del Novarese, che erogato un finanziamento di 20mila euro, ma per le strutture che andranno all’interno della “casa”, abbiamo provveduto interamente con risorse comunali: volevamo lanciare un messaggio legato alla valorizzazione della bioarchitettura e al risparmio energetico degli edifici e lo abbiamo fatto da soli, anche se siamo Comuni piccoli con tutte le difficoltà del caso nel reperimento delle risorse".
Come è stato strutturato l’edificio? "La struttura portante è realizzata interamente in legno, mentre i tamponamenti (ossia i muri laterali) sono stati realizzati con parallelepipedi di paglia di circa 60 centimenti, che peraltro arriva da un produttore locale ed è quindi a kilometro zero. Veri e propri mattoni vegetali poi intonacati con il procedimento dell’intonaco a terra cruda, a sua volta una tecnica costruttiva antichissima che è stata rispolverata. La paglia è un ottimo “contenitore” di calore grazie al suo elevato livello di trasmittanza, inoltre, contrariamente da quanto si possa pensare, non brucia ma fa solamente fumo. Il tetto dell’edificio, inoltre, sarà coperto di pannelli fotovoltaici che contribuiranno a renderlo a consumo energetico zero".
Mentre la maggior parte fra progettisti, costruttori e proprietari di casa ancora fatica a capire i vantaggi delle più elementari forme di risparmio energetico negli edifici italiani, la ricerca fa dunque passi da gigante. "Dal punto di vista tecnico non ci sono ostacoli da superare per una diffusione su larga scala dei principi dell'architettura naturale, se non lo scarso aggiornamento delle maestranze. Per il nostro progetto dobbiamo ringraziare un giovane ingegnere del territorio, la dottoressa Roberta Tredici, che ci ha seguiti in questo progetto che in questi mesi ha attirato tantissima cusiosità e che ci auguriamo possa servire da volano e da esempio virtuoso tanto per privati che per altri Enti pubblici"Roberto Conti

Growing Back, nuovo disco per i brianzoli Labradors

Dalle parti tra il milanese e il comasco da un po’ di tempo un trio indie-rock sta facendo parlare di sè e, dopo aver raccolto applausi nei loro concerti locali, ora cercano di farsi conoscere anche in altri lidi. Per questo i Labradors (Filippo Colombo, voce e chitarra, Fabrizio Fusi al basso e Filippo Riccardi alla batteria) hanno partorito Growing Back, il loro primo album a distanza dell’ep Roger Corman, uscito due anni fa.
Per chi ha potuto assistere ai loro live si sarà potuto rendere conto dell’energia che ci mettono i tre ragazzi brianzoli: canzoni dirette e trascinanti, eppur sempre di appeal e destinate a fare centro. A partire dall’iniziale Punch, botta rock che ricorda i My Chemical Romance e gli ultimi Ministri. C’è il rockabilly che contiene anche un po’ di Blur (Astrology), le ritmiche Strokes (Sundance) e la indie dei migliori Franz Ferdinand e dei primi Bloc Party (Can’t go back e Teenage sister).
Ma a parte manifestare tutto il loro stile che riprende gran parte della indie più conosciuta degli ultimi vent’anni, i Labradors cercano soluzioni non così banali come la ballata distorta Be my Camille in cui si distende un falsetto alla Flaming Lips. Quindi i nostri non sono abili solo nel costruire canzoni piacevoli e di primo impatto, ma danno la sensazione di essere una band dalle grandi potenzialità in fase di scrittura.
Growing Back di sicuro è un buonissimo esordio e potrà contare sui favori di critica e pubblico. Con un genere come quello di un indie pop punk godibile come quello dei Labradors difficilmente si resta annoiati o comunque indifferenti. L’unica pecca che si può evidenziare è che il loro sound non dice nulla di nuovo, però va detto che data la loro giovane età c’è tutto il tempo per maturare. Quindi ribadiamo che come inizio non c’è male! Marco Pagliari

25 maggio 2013

Galleria Margò - Fuori tutto - Rec. in 10 parole















L'esordio della Galleria Margò, intitolato Fuori tutto (Rocketman records / Vololibero edizioni / Self distribuzione), è un campionario estetico della contemporaneità, arricchito dalla presenza di numerosi ospiti: Andrea Schiller, Fabio Cinti, gli Io? drama Fabrizio Pollio e Vito Gatto, e tanti altri.

Recensione in 10 parole: iconografia (nome della band e copertina farebbero pensare ad un album prog anni '70 sul genere di Museo Rosenbach o Campo di Marte, e invece non c'entrano assolutamente niente), pop elettronico (ma non moderno, bensì qualcosa simile a Battiato o a Battisti nel suo ultimo periodo), complessità (è un lavoro discografico estremamente ricco e richiede parecchi ascolti), testi (le canzoni appaiono come un disgustato campionario degli odierni cliché ma purtroppo stancano presto e sono il vero punto debole dell'album), cosa sono, dove vanno (queste sono le domande che sorgono, in merito alla Galleria Margò, dopo qualche ascolto, perché nonostante l'impegno profuso, questo disco sembra un prodotto alieno), live (probabilmente al momento è la loro dimensione ideale, più che il disco). Marco Maresca

Voto: **/

Tracklist:
1. Giro di vite
2. Glitter
3. Cupido se ne fotte
4. Dovessi mai
5. La danza del mentre
6. Paga tu
7. Ondevitare
8. Linea gialla

9. Distretto nove

Riecco i Mudhoney invecchiati nel ricordo del tempo che fu

Ricordo che iniziai a conoscere i Mudhoney in prima Liceo. Un mio compagno di classe molto ferrato in materia grunge e Sub Pop mi prestò la cassettina dove si era copiato dall’album originale del fratello maggiore Mudhoney, il primo album della band di Seattle. E dico “conoscere” e non “ascoltare” perché non mi colpirono poi quel gran che. Questo ultimo lavoro, Vanishing point, dimostra il mio mantenermi fedele alle vecchie convinzioni. Non riesce a comunicarmi un bel nulla: la voce di Mark Arm è troppo forzatamente giovanile, quasi a scimmiottare in ogni sua riverenza i Buzzcocks e la new wave inglese. I preziosismi musicali si sprecano in modo troppo autoreferenziale e sciovinista, quando invece ci vorrebbe un po’ più di spiccata malattia e trasparenza. Il brano che più si avvicina a ciò che furono i gloriosi Mudhoney è, nemmeno a dirlo, il più punk rock dell’album: Chardonnay. “Finalmente” sospiro, dopo gli iniziali dieci minuti di mantecatura emozionale. Non parte male nemmeno la successiva  In this rubber tomb, ma dopo un azzeccatissimo iniziale attacco postpunk si scade ancora in feedbacks e preziosismi che si impantanano tra di loro senza trovare una via d’uscita. E così per tutto l’album. I don’t remember you è carina, molto carina, ma ricalca troppo gli Strokes di Room on Fire, forse per piacere alle nuove leve del rock’n’roll made in U.S.A. . Persino i coretti che fanno da sfondo all’immancabile ritornello suonano di minestra riscaldata. Non c’è nessuna presa di posizione, non c’è nessuna citazione degna, non trovo nulla di divertente nell’ultimo disco dei Mudhoney. Con tutto il rispetto per chi li ascolta da una vita e per ciò che hanno saputo produrre e trasmettere in quasi trent’anni di carriera. Mi è venuta voglia di riascoltarmi i Postal Service di Give Up, l’album Sub Pop che vendette di più dopo Bleach.