3 luglio 2013

Dawn to the clouds - Far ep - Rec. in 10 parole













I Dawn To The Clouds sono un gruppo di Modena di cui abbiamo ascoltato Far un ep diretto e forte, dal suono internazionale.

Recensione in 10 parole: compatto (il suono è diretto e aggressivo e ti colpisce al cuore), elettric pop (chitarre distorte su idee di elettronica), viaggio (perché questi diciassette minuti ci potrebbero accompagnare in macchina su una strada deserta in un continuo loop sonoro), ipnotico (perché la voce a volte sortisce questo effetto e i suoni non sono da meno), internazionale (in quanto ricorda colleghi ben più illustri come Smashing Pumpkins e Foo Fighter, pur mantenendo comunque una sua originalità), ritmico (On your lips e Loneliness ne sono un bell’esempio), sporco (i suoni distorti “sporcano” le quattro tracce rendendo tutto il lavoro davvero diretto), curiosità (perché personalmente sono molto curioso di sentirli anche dal vivo) ed infine tre stelle (che sono quelle che assegno ai bravi Dawn to the clouds). Marco Colombo 

Voto: ***

Track list
:
1. On Your Lips
2. Florence (Be Forest Cover)
3. Sunday
4. Loneliness

1 luglio 2013

The Earth cries blood, l'oscuro e sofferto nuovo album del progetto The child of a creek

The child of a creek è un progetto musicale dietro al quale c'è il compositore livornese Lorenzo Bracaloni. Il primo lavoro musicale di Lorenzo risale a quasi dieci anni fa. Di album in album, la sua musica si è evoluta e ci troviamo ora davanti al nuovo disco intitolato The Earth cries blood. In un certo senso, The Earth cries blood è una parte di un lavoro più ampio: gli altri brani finiranno su Quiet swamps, un altro album ancora in fase di pubblicazione. L'etichetta è Seahorse recordings, che con Audioglobe in Italia si occupa anche della distribuzione del disco, ma la cosa interessante è che l'album verrà distribuito anche in Inghilterra e addirittura negli USA (da due diverse etichette). A testimonianza che il genere musicale di The child of a creek, per quanto insolito in Italia, può avere estimatori in mercati discografici diversi dal nostro. Ma veniamo alla particolarità di The Earth cries blood: l'oscurità, la sofferenza. Afferma l'autore: “Ho scritto e composto The Earth cries blood in un periodo difficile della mia vita. E’ un disco molto autobiografico dove la mia persona è messa a nudo come mai prima d’ora. Il disco racconta ricordi, sensazioni, sogni vividi, disperazione, peccati, speranza, colori, vita, morte, gioventù, deterioramento. Registrato in un angolo della casa, in disparte, con lo sguardo lucido rivolto alla finestra fredda, questo lavoro esprime un parallelo oggi più che mai necessario: quello tra le sofferenze dell’Uomo, solitario e diffidente, e le sofferenze della Madre Terra, sempre più lacerata ed incattivita. Così, l’Uomo piange sangue, la Terra piange sangue in un circolo unico ed indissolubile". In effetti, nei brani emerge un sanguigno rapporto con la terra ma anche con l'oscurità. E' un disco per certi versi (e ovviamente con le dovute distanze) tecnicamente simile al mitico Ommadawn di Mike Oldfield, per la moltitudine di strumenti utilizzati: chitarre di tutti i tipi, flauto, piano, piano elettrico, organo, arrangiamenti d'archi e sintetizzatori. Le atmosfere, come detto, sono cupe, e lo diventano ancora di più verso la fine, con Don't cry to the Moon, brano in cui alla voce dà il suo contributo Andria Degens, in arte Pantaleimon, artista che già collaborò coi Current 93, altro progetto noto per la mistica spiritualità dei propri album. I ripetuti e ripetitivi giri di chitarra sui quali si sviluppano le canzoni di The Earth cries blood, e gli strati sonori che si intrecciano come le fronde degli alberi, vengono superati dalla cristallina voce di Lorenzo (splendidamente in inglese) che porta tutto su un livello alto e mistico. Un album che, per quanto complesso e sofferto, in realtà giunge subito all'ascoltatore e al contrario di quanto potrebbe sembrare non richiede molti ascolti per essere compreso, poiché il messaggio è di qualità e non è soltanto un esercizio musicale di composizione e di progressioni. Anche se le ambizioni sono elevate, forse anche un po' troppo, per i mezzi a disposizione. Sicuramente un lavoro da premiare, cosa che prontamente facciamo quando ci arrivano dischi così diversi dal solito. Marco Maresca

Tracklist:
1. Morning comes
2. Remembrances                                                                    
3. Journeys of solitude and loss
4. Leaving this place
5. Black storms fly high
6. Terrestre
7. The long way out
8. Birds on the way home
9. Don't cry to the Moon
10. My will to live
11. The Earth cries blood

Droning maud - Our secret code - Rec. in 10 parole














Secondo lavoro per i laziali Droning maud. Registrato agli Acme Studios, master di Paolo Messere, con la produzione di Amaury Cambuzat (Ulan Bator), Our secret code è un bell'esempio di post rock ed elettronica.

Recensione in 10 parole: mantra (perché i pezzi presentano un tema musicale ricorrente), novanta (perché in brani come Now it fades now it’s gone troviamo le sonorità di quegli anni, tipo Mogway e June77), armonico dissonante (si alternano passaggi molto easy-listening per poi tornare ad atmosfere più cupe), elettronico (perché l’elettronica è naturalmente presente senza però essere troppa invasiva), pop (alcuni brani, come Sun Jar e Oh Lord! la composizione si fa popolare), originale (perché pur ricordando band come Sigur Ros, Radiohead e i già citati Mogwai, mantiene una sua struttura di lavoro originale ben prodotto ed arrangiato), strumentale (nei pezzi Ghost e I’m not sleeping la parte musicale è quella che prevale nettamente), convivenza (sì perché come in Kill The skyscraper e Led Lights la parte melodica e quella più prettamente elettronica riesco a convivere e a convincere), infine avanguardia (perché Our secret code è anche un bell'esempio di avant rock). Marco Colombo

Voto: ***

Tracklist:
1. Sun Jar
2. Ghost
3. Nimbus
4. Kill the Skyscraper
5. Inside Out
6. Now It Fades Now It’s Gone
7. I’m Not Sleeping
8. Led Lights
9. The Great Divide
10. Oh Lord!





I Muse incantano Torino con un concerto fin troppo maestoso

Dopo la lunga egemonia di San Siro tocca all’Olimpico di Torino prendersi il ruolo di teatro ospitante per i concerti di massa. Dopo le date di Vasco Rossi, ecco i Muse che si fermano nel capoluogo piemontese per la seconda volta di fila dopo l’estate del 2009. A mesi di distanza dall’ultimo riuscito lavoro The 2nd Law, Matthew Bellamy, Chris Wolfstenholme e Dominic Howard fanno visita in Italia durante il loro nuovo megalomane ed ambizioso tour.
Palco imponente con figure di ogni tipo proiettate sul megaschermo, botti e fiamme, un robot gigante e tanti effetti scenici di canzone in canzone. Il trio inglese tende a dare sempre più un’immagine “tamarra” e spettacolare di sè, una visione nemmeno lontana parente dei primi anni di carriera in cui venivano considerati i nuovi alfieri dell’indie-rock. Come maestosità il loro live si avvicina parecchio a quello degli U2 delle ultime due decadi e, per almeno per quanto riguarda lo spettacolo, non delude assolutamente nessuno. 
Per documentare l’evento abbiamo assistito alla prima data del "2nd Law Tour” in programma proprio all’Olimpico di Torino. I due gruppi spalla – i garage-indie Arcane Roots e i banalotti pop-punk We Are The Ocean – non convincono granché. Attendiamo le 9 e mezza in modo che vada via un po’ di luce del sole, mentre il mega-robot ha fatto il suo ingresso sul palco vociferando Unsustainable.
Il via è affidato a Supremacy, in cui i nostri fanno il proprio ingresso tra le fiamme che esplodono. In seguito ecco Panic station, in cui si nota sul megaschermo un simpatico balletto delle personalità più imponenti del pianeta. Il pubblico torinese esplode di gioia al momento di Plug in baby, l’unico momento in cui i britannici rivisitano i primissimi anni della carriera (ma alla seconda data all’Olimpico si sono esibiti con chicche come Bliss, New Born e Sunburn!).
L’esibizione si concentra particolarmente sull’ultimo disco, da cui vengono estratte ben dieci tracce. Un po’ troppe considerando il fatto che alcune non si dimostrano particolarmente adatte per un concerto di massa. Ad esempio avremmo evitato la pur toccante Explorers e Liquid State, cantata dal bassista Wolfstenholme. Ma per il resto il concerto è assolutamente memorabile, con attori dei mini-clip che fanno il loro ingresso sul palco (come nel caso di Animals e Feelin’ Good), effetti scenici spettacolari (i paesaggi space-western in Kinghts of Cydonia, le tv sovrapposte in Stockholm syndrome e vari effetti specchi multipli in Uprising) e qualche intermezzo cover riuscito (Dracula Mountain, Monty Jam, Freedom).

Ovviamente non mancano i successoni Time is running out, Undisclosed desires, Follow me e Starlight, che conclude l’esibizione tra l’Olimpico in estasi. In altre parole il concerto dei Muse è puro spettacolo hi-tech che lascia a bocca aperta i fan, che comunque hanno accettato e condiviso il loro passaggio a band mainstream di massa. In quanto ad effetti scenici non possiamo che consigliare di andare almeno una volta ad un live di Bellamy & co. che, nonostante siano in tre con un solo tastierista aggiunto, riescono a tenere più che dignitosamente il palco. Forse troppo commerciali, forse hanno un repertorio costruito troppo sui loro singoli, ma una “serata da stadio” con i Muse va assolutamente vissuta. Marco Pagliari