13 ottobre 2011

The Vaselines: Sex with an X è un gradito ritorno...

Due EP ed un album sul finire degli anni ottanta, e poi oltre vent’anni di silenzio. E pensare che i Vaselines erano il gruppo che aveva ispirato Kurt Cobain e i suoi Nirvana. Ebbene, dopo tutti questi anni la band scozzese è tornata in attività (già da un annetto a dire il vero) con un album per la Sub Pop, intitolato Sex with an X. Perché ci hanno riprovato proprio adesso? Forse perché adesso per il loro tipo di musica c’è spazio. Basti notare che in questo album vogliono assomigliare proprio a gruppi che probabilmente ai Vaselines vorrebbero assomigliare a loro volta. Stranezze della vita, ma dobbiamo prenderli così. Un pizzico di originalità in meno rispetto a vent’anni fa ma tanta raffinatezza pop in più. Voce femminile molto piacevole e voce maschile che spesso si sovrappongono sullo stesso cantato e altre volte si alternano, come fanno anche The XX o Arcade Fire, che ora vanno di moda. Basti ascoltare Overweight But Over You o Exit The Vaselines. Oppure melodie semplici con un tocco di country e potenti assoli di chitarra distorta, sullo stile dei White Stripes (Sex with an X e My god’s bigger than your god). Il tutto ambientato in un’atmosfera post grunge con sonorità che spesso ricalcano proprio i Nirvana precedentemente nominati (Ruined e The Devil’s Inside Me). Questo lavoro dei Vaselines ricorda in alcuni momenti anche altre perle dell’indie quali Lush (Whitechapel), Moldy Peaches (Mouth To Mouth), addirittura Pixies (Poison Pen e I Hate The 80s, quest’ultimo forse il pezzo migliore dell’album), e quant’altro possa avere a che fare con shoegaze, post punk, post grunge con donna e uomo che si alternano alla voce. C’è spazio anche per un po’ di psichedelia anni ’60 in stile Jefferson Airplane o Velvet Underground (Such a fool e Turning It On). Insomma un po’ di tutto ma con pochissimo spazio per il rumore e la confusione. Ottenere un disco di facile ascolto dall’inizio alla fine da una band che è stata tra i precursori di tutto ciò che è alternativo? I Vaselines dopo vent’anni ci sono riusciti. Con un pizzico di monotonia (peraltro giustificata) sulla lunga durata.
Marco Maresca

11 ottobre 2011

I Kasabian puntano con Velociraptor al disco rock dell'anno, sarà davvero così?

Attenti! Il Velociraptor è sulle vostre tracce, lo spazio di tre ascolti e sentirete il suo fiato sul collo. Non cercate di sfuggirgli perché ne sarete totalmente rapiti, non c’è nessuna di via di fuga.
Una perfetta miscela tra techno, rock, i polizieschi anni ’70, visioni orientaleggianti e, questa volta, un occhio di riguardo per melodie un po’ più pop e orecchiabili.
Il disco apre con Let’s roll just like we used to, titolo azzeccatissimo e perfetto riassunto di quello che sono diventati i Kasabian. Ma la vera prima bomba è l’attuale singolo Days are forgotten che si propone come il nuovo inno della band di Leicester. In tutto il lavoro si tira pochissimo il freno e gli unici momenti più rilassati, insieme alla conclusiva Noen noon, sono Goodbye kiss, ballata prettamente acustica con i Beatles sponda Lennon nel cuore e la strascicata La fee vert che profuma di Parigi e di belle epoque.
Ma non c’è tempo per rilassarsi perché c’è l’urgenza della titletrack del disco, una raffica elettronico-acida di tre minuti tiratissimi, mentre nella visionaria Acid Turkish bath sembrano quasi tornare i Led Zeppelin di Kashmir.
Una sorta di Elettro-pop allucinato invece per I Hear Voices. E a seguire Re-Wired che ricalca le orme della precedente ma con un tono sfrontato e arrogante e la consapevolezza di essere la migliore traccia del disco.
Switchablade smiles sembra atterrare dal pianeta Prodigy, una botta di distorsioni, elettronica, voci… uno strato su strato pronto a sfondare le casse dello stereo. Intervalla questo terzetto Man of simple pleasures che ci ricorda la vena “western” della band.
Velociraptor! non è certo il disco che cambierà le vostre vite (al contrario di quanto affermato da Tom Meighan), è il naturale prosieguo del precedente West ryder Pauper lunatic asylum. Il disco ha una propria personalità un’attitudine ben precisa e un’anima mutevole ma che ha sempre ben a fuoco le proprie basi e mantiene il proprio marchio di fabbrica scrollandosi di dosso tutte le etichette di successori di Primal Scream e Oasis. Un altro importante tassello verso il tanto agognato disco “definitivo”?
Daniele Bertozzi

8 ottobre 2011

Torna in grande spolvero il pop dei Numero6

Interessante ritorno quello dei Numero 6, che con I love you fortissimo rispolverano il pop scanzonato delle origini, quello che li aveva fatti conoscere al grande pubblico con pezzi orecchiabilissimi come Le parole giuste. I love you fortissimo è il quarto album della band genovese e arriva dopo anni ricchi di collaborazioni (celebri i reading con Enrico Brizzi) e di sperimentazioni, come fu per l'ep Quando arriva la gente si sente meglio che conteneva il celebre duetto con Bonnie prince Billy Da piccolissimi pezzi.
In alcuni passaggi di questo nuovo disco ci sono richiami ai primi R.E.M., quando incidevano ancora per l’etichetta indipendente I.R.S., o ai Baustelle lessicalmente meno arzigogolati. Con 200 mg il disco inizia con un’esaltazione all’iperattività. Poi è il turno del singolo Maledetta, costruito su ritmi jazz-carairibici e sull’alternarsi di chitarre e fiati. Il regno dei no è un inno alla frustrazione per il lavoro precario. I temi sono la ribellione, la rabbia, la sofferenza… pur cantati con moderazione moderazione e allegria. Il pensiero che può riassumere I love you fortissimo si può rintracciare nelle strofe di Il personaggio, uno dei brani più riusciti dell’album: “scherzo ma so di non esser così lontano dalla realtà / una realtà che mi fa sorridere /scherzo ma so di non esser così lontano dalla realtà / la verità è che non ne posso più”.
Distaccarsi dal mondo perché stufi delle amarezze, questo è il messaggio ricorrente nell’ultimo lavoro dei Numero 6. La ballata Più di un’esigenza sottolinea ancora una volta il desiderio di evadere dalle ostilità, caratterizzate anche dalla difficoltà nel mantenere legami stabili con l’altro sesso. Chiude l’album La purezza di Veronica, un rock d’autore in cui le riflessioni vengono distrutte dalla cruda realtà, in cui domina la frenesia e il materialismo (esemplare l’ultima strofa: “la tristezza di Veronica / è sparita come i guerriglieri in Sudamerica / quando urlare è inutile / neuroni senza dignità in coda per l'I-pad”). I love you fortissimo è un lavoro ben impostato in cui il pop torna a farla da padrone dopo anni di esperienze e sperimentazioni.
Marco Pagliari

3 ottobre 2011

Bugo torna alle prese con amore e miopia

Dopo un po' di silenzio torna Bugo con Nuovi rimedi per la miopia. Stavolta c’è da dire che ci troviamo di fronte ad un album maturo, ben prodotto, e con alcuni potenziali singoli che molto probabilmente troveranno spazio anche in qualche radio importante, grazie alla sicura promozione garantita dalla Universal. Ecco una radiografia del disco traccia per traccia.
Non ho tempo – La prima canzone è frenetica e piena di suoni distorti. Un Bugo particolarmente affannato ed urlante dichiara “Non ho tempo di capire se sono un po’ felice, ma vediamo il mio orologio cosa dice” e “Non ho tempo per cenare, posso solo assaggiare”. Un Bugo “miope” perché non riesce più a vedere le cose con profondità, che però andando avanti nell’album tenterà di spiegarci la cura.
E ora respiro – Il secondo brano è quasi opposto al primo. “Ho saltato il recinto e sono fuggito, sono in viaggio e torna sul mio volto quello che mi hanno tolto, il mio sorriso, e ora respiro”. Un brano rilassato, solare. Nutro qualche dubbio sul ritornello, un giro già sentito e risentito, e rimango un po’ stupito perché non sono abituato ad un Bugo così felice di vivere. Cosa gli sarà successo?
I miei occhi vedono – Prevedo un po’ di promozione radiofonica per questo primo singolo. Una canzone bella, romantica, matura. Un brano fortemente radiofonico, il cui ritornello contiene un verso sicuramente minimale, ma molto più profondo di quanto Bugo non voglia far credere. “Ora i miei occhi vedono, perché vedono te”. Finalmente svelato l’arcano: ecco la cura per la miopia secondo Bugo.
Mattino – E’ impossibile togliersi dalla testa questa canzone contornata di vari rumori di sveglie. E’ martellante, allegra fino a risultare un po’ irritante, ma nonostante ciò simpatica. Il brano narra di un Bugo mattiniero che si diverte a svegliare la sua dolce metà perché “Il sonno ce l’ho anch’io, ma il mattino è qui con noi”.
Il sangue mi fa vento – Una canzone da viaggio e sul viaggio. Un brano riflessivo, un ipotetico confronto con un finale un po’ triste, tra un uomo e una donna che a causa dei loro stili di vita non possono stare insieme. Il primo vuole partire ma non sa dove andare e soprattutto non vuole andarci piano, “Corro sempre e non rallento, il sangue mi fa vento”. Quando l’uomo crede di aver trovato la sua destinazione ed un po’ di tranquillità, è la donna a volersene andare: “Stare ferma è la mia rovina, non le senti le mie grida?”.
La salita – Una specie di “sequel” di una canzone precedente, “Amore mio infinito” (ricordate il duetto con Violante Placido?) con la differenza che adesso Bugo è contento di percorrere la salita anche se si lamenta sempre un po’. “Cammino piegato in avanti, faccio la salita, che gran fatica”.
In pieno stile 2000 – L’allegria e la frenesia dei primi brani dell’album lasciano spazio all’introspezione e ad un po’ di ansie. “Mi sto consumando, non so come andrà a finire ma so come sta cominciando”.
Comunque io voglio te – La mia traccia preferita dell’album. Un pop raffinato con un bellissimo crescendo rock finale. Guarire dalla miopia significa anche saper vedere oltre le apparenze. “Anche se è vero che non posso più vivere come prima che arrivassi tu, anche se ti sembra che non sia così, comunque io voglio te”. Una canzone d’amore genuina.
Lamentazione Nr. 322 – Una specie di preghiera contornata da un’elettronica pesante. Bugo è sul balcone col suo sigaro in bocca, e alza il volto al cielo. “Io ti sto chiedendo aiuto, io grido a te ma non rispondi, insisto ma non mi dai retta”.
Città cadavere – Una ballata che sembra un sottofondo da film western. “Io non so cosa è successo, attorno a me solo rovina, me ne vado, questa non è la mia fine”. Un po’ di sano realismo e di dura realtà in un album tutto sommato solare e concitato.
Si conclude così un album che mescola sapientemente elettronica e pop, in modo più bilanciato rispetto al precedente disco Contatti. Ansie, introspezioni, delusioni si mischiano con allegria, romanticismo e voglia di vivere. Un Bugo maturo e pronto per un vasto pubblico.
Marco Maresca