15 ottobre 2007

Paolo Benvegnù - 14-19 ****

Ascoltare la musica e oserei dire, l’arte di Paolo Benvegnù è completa catarsi.
Immergersi nella profondità delle parole per accogliere la sua anima con dolcezza e devozione, comprendendo il limite umano che sconfina, senza opporsi, con la totalità dell’artista.
Un uomo in completa ricostruzione, ama definirsi, e questo appare in maniera devastante sin dall’ep che precede, di alcuni mesi, l’uscita del capolavoro Le labbra.
Partendo dalla copertina, 14-19 ci riporta alla nascita, il rosso come sangue, dolore e passione, con una traccia bianca, possibilmente, la vita che scorre e ci trasporta nella direzione che noi vorremmo fosse quella delineata, ma che i sentimenti spesso distorcono ed appannano, deviano e prendono quota.
Parlando di questo “ensamble”, Benvegnù ci sussurra che è un disco adatto ad essere gustato dalle 14 alle 19: una canzone x ogni ora, tranne alle 17, quando ci si concede il relax dell’ora del tè. La distanza apre il mini-cd, l’unico brano che poi ritroveremo in Le labbra, e ci delinea la subitanea necessita di tirare fuori le parole nascoste, di urlare le mancanze di una relazione che sembra essere giunta al traguardo: “tu da me non avrai che l’assenza… quello che ti resta è la distanza… e poi finire le parole… come finire le parole”.
In maniera quasi ipnotica, ci indica “muovi le tue mani su di me… il silenzio sembra indispensabile…” come a descriverci movimenti meccanici, che lasciano il posto solo alla noia della ripetitività.
A seguire Hungry thirsty, assolutamente geniale in versione accelerata dal vivo, che riporta ai fasti di un uomo alla ricerca di se stesso, matematicamente allo sbando, ai margini del mondo “tutto quel che faccio ha un costo, lo sto pagando caro… la mia automobile in fiamme, il mio destino alle porte”
“ma tu… tu vuoi la verità, la novità, la verità fa male”: abbandonarsi alla verità, alla crudezza della quotidianità, in cui spesso l’osservazione non paga, perché non restituisce quanto donato in sentimenti.
La terza traccia è, a mio avviso, la migliore: una perfetta e sottile ninna nanna per l’amata, nel sentire che i nodi si slegano per tentare di superare l’ultimo scoglio, al di là del quale è finito, tutto: Nel silenzio ci racconta; “voglio respirare lentamente il tuo profumo e non so se risvegliarti… ho dormito poco per sognarti all’improvviso e non ho sognato niente… esco per lasciarti libera di sopravvivere, per dimenticarti e ritrovarti inconsapevole”… l’uomo assapora l’idea dell’abbandono e cerca di trattenere l’ultimo soffio amando da lontano, perché solo così saprà comprenderne l’essenza. “non vedi che ti attendo, non capisci che lasciandoti andare, potrai desiderare, riconquistarti e perderti perchè… non vedi che mi arrendo ti proteggerò restando lontano… nel silenzio”. La poesia prosegue “nel silenzio i tuoi vestiti ballano… poi sorpresi dalla luce cadono. Con una grazia irreale. Ma io devo ritornare a camminare verso ciò che non so. Anche se ieri ti ho sentito respirare in ogni cosa che ho, desiderato”: l’uomo sente la necessarietà di ricercare se stesso per poter procedere nel rapporto ed allontanarsi sembra essere il metodo migliore per capire se stesso ed andarle incontro.
La traccia successiva è Cosa sono le nuvole di Modugno e testo di Pasolini, brano straziante e reso ancora più incisivo dall’interpretazione del buon Maestro, che ne sottolinea i tratti dediti alla perfezione: dal vivo segna uno dei momenti più toccanti. Chiude l’ep Lo spazio irregolare, lezione immaginifica su come l’universo intero possa essere racchiuso in una stanza, dove s’intrecciano relazioni, spesso per non trovare il nesso comune delle persone e delle cose: “tu dove sei… dove sei, come sei… forse in uno spazio irregolare”.
P.S. : la terza traccia è da ascoltare in silenzio, a tarda notte… Solo la luna può capire.
Viviana Noce

20 marzo 2007

La 'preghiera' rock dei Verdena che tornano con sonorità zeppeliniane

Svolta per i Verdena. Requiem, il loro quarto album, segnala un notevole cambiamento delle sonorità, meno immediate e a tratti molto Zeppeliniane, con un tocco stoner tanto per gradire.
La mixitè piace? A me non tanto, almeno agli ascolti iniziali. Ma so già che presto mi abituerò. Certo c'è la promozione Universal, la pubblicazione all'estero e il consolidato seguito della band bergamasca, un meccanismo di tutto rispetto, ma a nemmeno due settimane dall'uscita, il disco è già scontato al 20% su Ibs, qualcosa vorrà pur dire?
L’evoluzione dei Verdena continua e questo è sicuramente un bene. Probabilmente loro realizzano, e anche con una certa maestria, quello che altri gruppi riescono a malapena ad immaginare.
Abbandonata la formazione a quattro, anche il suono risulta mutato. La mancanza delle tastiere e dei rhodes di Fidel (presenti solo in due tracce) hanno smussato la connotazione onirica dei pezzi: ora sono più duri, a tratti riprendono impostazioni old school con citazioni zeppeliniane come in Muori delay, il singolo scelto per presentare l'album. Nel disco sono numerose le tracce “anomale”, dalle intro iniziali in cui Alberto cerca di preparare l'orecchio dell'ascoltatore per i brani successivi, alle tracce di 12 minuti e oltre, come Il Gulliver… incredibile che la Universal abbia concesso tutto questo?!
Con Isacco nucleare e Caños l’influenza stoner inizia a farsi sentire, almeno per quanto riguarda la parte prettamente musicale. Il disco è complessivamente non immediato, a tratti ostico, ma di livello molto buono. Come di consueto è praticamente impossibile definire una canzone "apripista" che possa essere scelta come singolo di presentazione. Il brano più riuscito a mio
avviso risulta Il caos strisciante.
Come già detto, Requiem è distante dai tre precedenti disci nei quali si coglievano suoni più dilatati, testi più metaforici, nonostante il comune denominatore del nonsense. Probabile una scelta rivolta anche al pubblico estero? Vedremo quali sorprese riserverà il live… Roberto Conti

12 dicembre 2006

Ion - Madre pròtegenos: le alchimie acustiche di un ex ‘Anathema’

Non è certo un artista 'emergente’ Duncan Patterson, musicista inglese (di Liverpool) trapiantato in Irlanda, e noto ai più per essere stato lo storico bassista dei primi Anathema (band con la quale ha collaborato fino ad Alternative 4, uscito nel 1998), e poi co-fondatore degli Antimatter gruppo sperimentale autore di un paio di dischi in bilico tra rock d’avanguardia e musica atmosferica... Ora Duncan torna a far parlare di sé sotto una luce completamente nuova con questo nuovo cd (e nuovissimo progetto a nome ‘Ion’), con ogni probabilità il progetto più ambizioso che il musicista inglese abbia mai partorito. Uscito per la portoghese Equilibrium Music lo scorso dicembre, Madre Protegenòs è infatti un disco che segna un nuovo e personalissimo percorso musicale nella carriera musicale di Patterson; un cd molto intimista e completamente acustico dove al suono della sua chitarra si sommano quelli di una infinità di altri strumenti ad arco e fiati (flauti, arpa, clarinetti e percussioni varie), con vocals quasi esclusivamente femminili (e quasi tutti appannaggio della bravissima cantante russa Emily Saanen). Numerosi e di diversa nazionalità (tra di loro anche l’italiana Valentina Buroni) i musicisti che si alternano al fianco dell’ex Anathema lungo i 9 brani del cd; dall’iniziale title-track (brano lentissimo ed evocativo, quasi doom nelle atmosfere, caratterizzato da un lento arpeggio di chitarra e da varie voci che, alternandosi, declamano in varie lingue il titolo del brano) alla bellissima Learpholl in cui si respira aria di folk popolare irlandese, per proseguire con l’algida Believe e la ballad per solo voce – con accompagnamento in sottofondo – di Goodbye Johnny dear (canzone della tradizione popolare irlandese, in cui i richiami al folk di cui sopra sono quanto mai evidenti e qui interpretata, magistralmente, dalla soave Emily Saaenen), ‘Madre, protegenòs’ si rivela un ascolto altamente emozionante ed intenso, a dispetto delle musica il più delle volte soffusa, quasi sussurrata. A guardar bene in effetti, gli unici legami con il passato musicale del nostro si possono riscontrare nel titolo del quarto brano, Anathema maranatha, ma è davvero lo spazio di un attimo. Nell'insieme un disco ottimamente prodotto (e suonato) e che risulta sicuramente accattivante, anche se magari non molto vario; un mix di suoni, influenze e, perché no, anche culture musicali differenti che convivono dando luogo ad un autentico pout-pourrì sonoro di sicuro valore ed interesse, in grado di farsi largo anche al di fuori della ristretta cerchia della cosiddetta ‘world music’. Luca Rancati

15 ottobre 2006

Tra ricordi (da toilette) e illusioni ecco il nuovo Moltheni

Ognuno di noi ha un’età migliore e quella di Moltheni è probabilmente arrivata con questo quarto album ufficiale (visto che nel cassetto resta il misterioso Forma mentis).
In Toilette Memoria i brani sono più ariosi rispetto al minimalismo di Splendore Terrore, più immediati rispetto al rock un po’ criptico di Fiducia nel nulla migliore, più curati rispetto all’esordio pop di Natura in Replay. Insomma il disco ha le carte in regola per arrivare e piacere a tanti. Certo rimane il tipico testo moltheniano, il linguaggio unico, l’approccio genuino e viscerale e poco importa se lo stile dell’album sceglie questa volta il folk, piuttosto che il rock o il minimalismo acustico. Nell’abbondanza qualitativa dell'album emergono Eternamente nell’illusione di te, Nella mia bocca, Io, la strumentale Deserto biondo, mentre sprofonda Sento che sta per succedermi qualcosa brano di rara delicatezza nel quale la collaborazione con Franco Battiato poteva essere maggiormente valorizzata.
Da notare la continuazione del ciclo “ligneo” che dopo Legno (Fnnm) e Nel potere del legno (Splendore Terrore) prosegue con Nel futuro potere del legno che sceglie un arrangiamento orchestrale. Apparentemente interlocutoria la traccia finale Cavalli sciolti del nord con ospiti Alberto e Luca Ferrari dei Verdena, ma ad un ascolto più approfondito si coglie lo spirito più autentico del brano, un divertissement psichedelico dove il dilatarsi dei suoni richiama l'ebbrezza cantata dalle parole. L'età migliore è invece un singolo perfetto: è un pezzo che dona aromonia e positività, nonostante il testo lasci trapelare il realismo tipico dell'Umberto Giardini style (riaffronta la realtà, di chi potrebbe darti ma non dà). Di sicuro questa canzone resterà nella memoria come una delle più apprezzate del Moltheni; ottimo anche l'arrangiamento che sceglie il vibrafono come complemeto agli strumenti solitamente utilizzati dalla band.
Moltheni, ripercorre i ricordi della toilette (il titolo deriva appunto dal ritrovamento di una anziana morta in bagno, mentre stringeva tra le mani una foto di quando era giovane) non nascondendo un accenno al suo lavoro reale, il vigile del fuoco, che fa da complemento alla sua carriera musicale e alimenta con la giusta quantità d’aria un fuoco che non si spegne. Roberto Conti