26 giugno 2017

Duct Hearts, screamo da Monaco di Baviera

Non mi sono mai piacuti molto lo screamo e l'emoviolence tedeschi: solo qualcosina degli Yage e quasi nulla dei Tristan Tzara, per intenderci.  In più fa caldo, devo pensare a cosa portarmi domani in ufficio per pranzare e io e mia moglie non risuciamo a montare un ventilatore del cazzo comprato da Brico questa mattina perchè le istruzioni sono lontanissime dall'intellegibilità. Avevo promesso però ad Andrea di Upwind di recensire la sua ultima uscita, una coproduzione con altre etichette europee, ed eccomi ad ascoltare i Duct Hearts, dai dintorni di Monaco di Baviera, ed il loro nuovissimo (anche se registrato un annetto fa) "Feathers".

Sei canzoni di continuum sonoro rock e emoviolence, un modernissimo e minuzioso post hardcore che non può non ricordare Explosions in the Sky, primi Thursday e soprattutto Hell is for Heroes. La voce è la principale peculiarità di "Feathers", perchè appare sin da subito netta, sconvolgente e chiaramente capace. Capace soprattutto di non far risultare le introduzioni troppo lunghe, ma anche capace di rendere affascinante e languido il percorso sonoro del disco, dalla pilota Feathers attraccando alla pestona Cera passando per la mastodontica Spinae, sciuramente la più riuscita dell'intero album e sicuramente molto Fucked Up! nelle divagazioni semi-oniriche che la caratterizzano. Piuma inizia rock'n'roll, poi si tramuta in un pezzo strumentale e si rischia di raffazzonare troppo, ma per fortuna arriva la voce, sulla lunga percorrenza, a ristabilire il corso, l'unicuum del brano. Credo che questo modo molto moderno di "giocare all'attacco" sia la forza di questi tedeschi, che con l'imminente ed enorme rishcio di scadere nella banalità dietro l'angolo, aggiustano un disco davvero interessante. E raffinato, per giunta. Dopo aver ascoltato "Feathers", infatti, mi sono ascoltato anche qualcosa del loro passato e sì, ho deciso che non siano per niente male, questi bavaresi. Andrea Vecchi

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