21 ottobre 2010

Manic Street Preachers al King George's Hall, Blackburn

Se aspettare 12 anni per vedere la propria band preferita dal vivo vi sembra assurdo, “this is my truth, tell me yours”: a me è capitato. I Manic Street Preachers, band gallese attiva dalla fine degli anni '80 e considerata tra le più importanti del genere britrock, è osannata in patria ma quasi ignorata nel nostro paese dove non suona dal 1998 (si sa che il pubblico italiano è molto influenzabile dalle mode). E proprio in quell'anno, quando uscì il loro quinto album trainato dal famoso singolo If you tolerate this your children will be next, io me ne innamorai perdutamente andando poi a ritroso nella loro storia e scoprendo una band eclettica e originale.
Ora che i Manics sono giunti al decimo album, intitolato Postcards from a young man, ho colto l'occasione per assistere ad un loro concerto nel Regno Unito, dove stanno registrando il tutto esaurito in quasi ogni data. Sabato 9 ottobre ero quindi a Blackburn, prima fila nel teatro cittadino dove, neanche a dirlo, hanno fatto sold out.
Giovani in divisa da fan (giacche leopardate o mimetiche e boa di struzzo, eyeliner e brillantini che il bassista Nicky Wire usava quando ancora gli emo erano bimbetti con la candela al naso), ma anche persone di mezza età e una quantità incredibile di “bonkers”: un pubblico eterogeneo per una band che lo è altrettanto.
Ad aprire il concerto i British Sea Power, band originaria di Brighton che colpisce soprattutto per la grande energia: suoni martellanti e melodie ipnotiche scaldano un clima già rovente.
Poi ecco entrare James Dean Bradfield, Sean Moore e uno dei miei idoli assoluti di gioventù (e non soltanto) Nicky Wire, mentre la scenografia prevede manichini coperti da boa di struzzo e le immancabili bandiere con il drago rosso del Galles. La prima traccia è l'inno punk You love us, brano estratto dall'album di debutto dei Manics, quando in piena epoca new wave osarono sfidare il trend musicale con canzoni che parlavano di consumismo, politica e arte.
La voce in ottima forma di James domina una musica che spazia dal britpop delle più recenti Autumn Song e It’s Not War (Just The End Of Love) al punk scatenato delle intramontabili Stay Beautiful e Faster. L'energia di una band formata ormai da quarantenni è incredibile, da far vergognare molti sbarbatelli che pretendono di suonare punk oggigiorno.
Il gruppo è accompagnato dal tastierista e da un secondo chitarrista che viene però rigorosamente tenuto in disparte: dopo la misteriosa sparizione di Richey Edwards i Manics non hanno mai voluto rimpiazzarlo ufficialmente ma soltanto in alcune esibizioni live.
Uniche cover dello spettacolo sono Suicide is Painless, sigla di M*A*S*H che è stato anche un loro singolo nel 1992 e la prima strofa di Into the Valley degli Skids, che fa da intro ad uno degli inni dei Manics, Motown Junk. Ultimo pezzo in scaletta A Design for Life, brano epico che con un incipit marxista riassume il pensiero dei Manics “we don't talk about love / we only wanna get drunk”.
Giusto il tempo di ottenere il poster del tour al box office, incontrare i miei idoli facendomi firmare la copertina del nuovo album e parlare un pò con loro (sorry, nessuna data in Italia in previsione) e poi tornare in Italia... meno male che il Paese grigio dicono sia la Gran Bretagna.
Per i Manics fans: è attiva dal 2004 la loro community ufficiale italiana, la trovate su http://manics.forumfree.it/. Altre foto sono disponibili su http://www.debored.it/.
Diana Debord

2 commenti:

  1. BELLISSIMOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!... ^^
    Devo dire che è stato davvero un concerto meraviglioso da come l'hai descritto!... e poi il finale insieme hai MANIC non ha prezzo!!!... = )


    Felipe Perez Leal

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  2. Grandioso!!!!Chissà se mai riuscirò anch'io a vedermi un loro concerto.

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