6 novembre 2011

Riecco i Negrita stanchi e invecchiati

Raramente i Negrita avevano fallito un colpo, prima d’ora, nella loro ricerca di un’identità musicale che gli permettesse di stare a galla. Erano riusciti a riciclarsi, ogni volta, passando indenni attraverso gli anni e le mode. Dannato vivere è il settimo album in studio per la band toscana (ottavo se consideriamo anche l’EP Paradisi per illusi), e stavolta la stanchezza è purtroppo evidente. C’è di tutto in questo album: tutto ciò che avevamo già sentito negli album precedenti, ma rivisitato in chiave stanca, disillusa, rallentata. Ci sono pezzi funky e un po’ blues che potevano andare bene per l’album d’esordio, e ciò significa che sembrano vecchi di quasi vent’anni. L’iniziale Junkie beat e la successiva Fuori controllo sono brani che cercano di essere ritmati e brillanti ma che invece risultano abbastanza noiosi fin da subito, complici anche i testi che stavolta non lasciano molto, in confronto agli album precedenti. Ci sono poi alcune ballate, anch’esse abbastanza anonime: Il giorno della verità, cantata dal chitarrista Drigo, e Dannato vivere, che dà nome all’album e ne spiega i concetti principali: la frustrazione nei confronti di una vita che non lascia mai completamente soddisfatti, e contemporaneamente la speranza di poter ancora girare per il mondo, stanchi ma liberi. Alcuni brani cercano di portare un po’ di allegria: Per le vie del borgo e Bonjour, ma risultano anch’essi abbastanza fragili e segnati da una malinconia di fondo. L’unica vera novità è rappresentata, purtroppo, dal primo singolo dell’album: Brucerò per te. Una forzata ricerca della rima baciata a tutti i costi, in un brano costruito sulla ripetizione ossessiva del giro di tastiera di una canzone dei Led Zeppelin, All my love, che ormai ha più di trent’anni. Discutibile sia la scelta di andare a ripescare quella canzone per costruirci sopra un testo orribile, sia la scelta di pubblicare quel brano come singolo. Se i Negrita non avessero avuto alle spalle già parecchi dischi, e se non fossero arrivati a quel punto in cui si pubblicano album solo perché è previsto dal contratto, probabilmente la loro nuova opera ed il relativo primo singolo non avrebbero avuto speranze di pubblicazione.
Esaurito il tempo delle critiche, c’è da dire che l’album ha anche alcuni momenti pregevoli: innanzitutto, nonostante lo scarso impatto di alcuni brani, è un disco ben prodotto ed arrangiato. Gli assoli di chitarra sono sempre molto intelligenti e curati. Un po’ meno originali, stranamente, i giri di basso, che tra l’altro in qualche canzone sono mixati ad un volume un po’ troppo alto e quasi fastidioso. I brani più elettronici funzionano bene: La vita incandescente e la finale Splendido, cantata da Drigo, brano che ha come nota positiva un crescendo finale particolarmente trascinante. Più o meno sullo stesso genere è anche il brano La musica leggera è potentissima, che però non sembra confermare ciò che viene dichiarato nel titolo. Funzionano benissimo, invece, i brani reggae, a testimonianza che forse di tutte le anime musicali dei Negrita quella che funziona meglio è proprio quella caraibica. Immobili e Un giorno di ordinaria magia sono brani ispirati e fantasiosi e forse è meglio che la band prosegua proprio su quel binario, invece di perdersi in cose morte e sepolte da vent’anni. Bella anche Panico, il brano più rock ma arrangiato in modo molto orecchiabile.
In attesa che i Negrita ci regalino un album veramente ispirato, frutto della loro arte e non solo di esigenze di pubblicazione, condoniamo questa loro opera intermedia che porta con sé una stanchezza ampiamente dichiarata e visibile nel titolo, nella copertina (orribile) ed in parecchi brani. Marco Maresca

4 novembre 2011

Gli Oasis erano più fichi, ma l'esordio di Noel Gallagher è pura classe

Ci sono due moti per affrontare l’esordio solista di Noel Gallagher, High flying birds: ascoltarlo facendo paragone agli Oasis, alla voce di Liam ai Beady Eye, ecc, oppure ascoltarlo e basta.
Ecco, io opto per la seconda… anche se in realtà di dischi solisti (o quasi) di Noel Gallagher ne abbiamo ascoltati già sette, quindi sappiamo esattamente cosa aspettarci o almeno ce ne siamo fatti un’idea nel gran parlare che si è fatto attorno a questo progetto.
Ma non è proprio così… poche chitarre e tante tastiere, una voce da brividi, una produzione ottima e tanta, tanta anima e cuore nel songwriting.
L’apertura del disco è maestosa, “Everybody’s On The Run” è un pezzo incredibile. Un intro con tanto di orchestra e coro, poi entra la voce potente e decisa fino all’apertura in un gran ritornello. La cartuccia migliore viene sparata subito, non c’è dubbio che sia il migliore pezzo di tutto il disco.
“Dream On” e “(I Wanna Live In A Dream In My) Record Machine” sono pezzi che ricordano vagamente le B-sides del periodo di Be Here Now/Standing On the Shoulder Of Giants, nulla aggiungono o tolgono al valore del disco. Buoni ma non eccelsi sono forse gli unici due pezzi “minori” del lavoro, mentre la successiva “If I Had A Gun” è davvero il singolone che ti aspetti da Noel Gallagher. Una sincera e malinconica ballata, intensa ed emozionante.
Ritmi più sostenuti per il singolo di lancio “The Death Of You And Me”, quasi una marcia per una bislacca orchestra davvero ben congeniata.
E poi? Cosa non ti aspetteresti? Di sicuro “AKA_What A Life!”, quasi un pezzo dance, affascinante e lontano dalla vena cantautorale dell’ex-Oasis. “Soldier Boys And Jesus Freaks” è un episodio al veleno con un gran testo. “AKA Broken Arrow” è il momento più “americano” del disco sponda Neil Young con un arrangiamento particolare e un risultato davvero notevole.
“(Stranded On) The Wrong Beach” potente nell’incedere e venato di blues mette in risalto una voce tra le migliori in circolazione.
“Stop The Clocks” sembra una ballata scontata senza infamia né lode, ma l’intermezzo e ancora di più il finale psichedelico elevano il pezzo di parecchio portando a degna un conclusione un disco che a primo acchito può sembrare semplice e un po’ scontato, ma che racchiude al suo interno canzoni degne di questo nome che stanno in piedi da sole che hanno un senso per gli ascoltatori e per Noel stesso che, sì, vola davvero alto!
Certo, gli Oasis erano più “fichi”, ma questa è pura classe… Daniele Bertozzi

23 ottobre 2011

'Ascolti emergenti' di ottobre



Aim - We are sailing *****
Gli Aim sono una delle realtà più promettenti del panorama indipendente italiano. E non lo dico come semplice frase fatta. Dal vivo hanno un tiro che appartiene a poche band, sono coinvolgenti ed hanno buona originalità. Con We are sailing propongono un secondo disco che abbina brani in inglese ad altri cantati in itaiano: sono questi ultimi ad offrire, all'ascolto su supporto, le migliori suggestioni. Il nemico in casa, ad esempio, credo sia la canzone migliore del disco: un brano piuttosto psichedelico, dove la voce pare trattenuta e dove la musica abbina una batteria ritmata e carica di percussioni ad una chitarra che sa regalare aperture emozionanti. Altri brani hanno una matrice più "ballabile" a tratti vagamente elettronica, come Reverse, altro brano che mi è davvero piaciuto. Credo che il terzetto milanese possa crescere decisamente sull'aspetto della composizione testuale, quello musicale e degli arrangiamenti dà segni di grande maturità e di un background di ascolti davvero corposo. E' un disco che mi sento di consigliare senza tentennamenti. Teneteli d'occhio, potrebbero essere un nuovo fenomeno italiano (perchè in Europa naturalmente li conoscono già). r.co.


Heavenenum - Finchè il mio veleno non ti ucciderà **
Il progetto Heavenenum nasce nel 2005 con l’intento principale di delineare un percorso artistico dal carattere fortemente identitario sia dal punto di vista musicale che visivo. Il costrutto musicale che ne deriva è altalenante tra cupe atmosfere ed episodi di maggiore impatto e violenza dove la voce, in contrapposizione all'incalzante muro sonoro, finisce per assecondarne il ritmo. L’antitesi quindi, quale chiave di lettura, viene rievocata anche nel nome della band, unione delle parole heaven e venenum, paradiso e veleno. In questo album dal titolo evocativo “Finchè il mio veleno non ti ucciderà” sonorità rock, hard rock e metal (talvolta anche gothic) la fanno da padroni, accanto a testi in italiano. Prodotto dalla Alkamist Fanatix Europe, il disco risulta ben suonato e spicca la voce della cantante Evelyn talvolta molto potente, delicata in altri momenti. Tra le mie preferite La Bocca del Vigliacco, Verità e Inermi.
Marco Colombo



Gianluca Capozzi - E poi arrivi tu **
Abbiamo ascoltato questo lavoro di Gianluca Capozzi, cantante neo melodico che pubblica questo suo sesto album. Ha cominciato nel 1998, conquistandosi prima l'hinterland napoletano per poi cercare di procedere passo dopo passo anche verso il mercato italiano. Il sound è quello del nuovo neo melodico ma ammicca molto ad un pop commerciale quasi alla Nek o alla Ramazzotti. I testi spaziano dalla voglia di libertà, l'amore, l’amicizia: insomma i soliti temi che troviamo in centinaia di canzoni, ma non brillano come valore poetico. Il disco è discreto dal punto di vista musicale ma poco incisivo nei contenuti, l'ideale per piacere ad un pubblico popolare. Personalmente, non mi ha entusiasmato particolarmente. m.c.



No Braio - No Usa No Uk ***
E’ sempre un piacere ascoltare un disco dei No Braino. Questo No Usa, No Uk uscito per Martelabel è un album davvero originale come lo sono loro.
Prodotto da Giorgio Canali, ci troviamo di fronte a un disco prettamente rock, molto ruvido, anche chitarristicamente parlando, ma nello stesso tempo molto fine ed originale. E così si passa dal tango di Grand Hotel alla bossa di Western Bossa, alla grande musicalità di Narcisisti Misti, al rock nello stile più tipico della band di Titti di più e La Signora Gualdalmar fino al demenziale con Chi me l’ha fatto fare e In ogni Caserma.
Questo lavoro appare suonato davvero bene, anche perché i No Braino hanno l'abitudine di suonare gli inediti dell album che devono ancora registrare prima nei live e il risultato di questo affiatamento si sente. Originali e anticonformisti. m.c.

19 ottobre 2011

Brunori ai raggi X: cercansi identità e nuove battute per i live

Il primo album targato Brunori Sas era formato da nove canzoni. Una era una cover. Sette delle restanti otto parlavano di Dario Brunori: all’epoca pur sempre un semi-sconosciuto, infatti in pochi avevano fino ad ora sentito parlare dell'esperienza con i Blume.
Ma il cantante aveva personalità ed il pubblico sembrava gradire. D’altronde, non fosse stato più che convinto dei propri mezzi, e non avesse avuto anche un pizzico di sfrontatezza, probabilmente non sarebbe mai uscito dall’anonimato della provincia cosentina.
Correva l’anno 2009. Giungevano in rapida successione il Premio Ciampi ed il Premio Tenco: il ragazzo prometteva bene e una volta tanto i premi facevano il loro dovere di segnalatori, cosa che come sappiamo non sempre accade. Vol. 1 si proponeva come un ottimo disco, e lentamente convinceva un mumero sempre maggiore di ascoltatori della bontà del progetto musicale di Dario. Un esempio: al MiAmi di due anni fa, confinato su un palco defilato, richiamava il modaiolissimo e disattento pubblico milanese, sfilando la scena ai quotati Perturbazione...
Nel 2011 Brunori ci riprova con Vol. 2 – poveri cristi. 10 canzoni, delle quali l’unica vagamente autobiografica si trova a metà dell’album ed è intitolata La mosca. Narra del cantautore che viene distratto dal volo di un insetto mentre sta buttando giù le parole di una canzone che parla di una sposa (Rosa, altra canzone dell’album, accompagnata peraltro da un divertentissimo videoclip). Ai concerti il pubblico aumenta notevolmente: a tutti fa piacere sentir cantare di poveri cristi, cioè persone in cerca di riscatto che però al momento se la passano male. E’ inevitabile che scatti l’identificazione. Arriva subito anche il Premio Italiano Musica Indipendente per il miglior live (e dire che un tempo i Premi importanti erano altri...).
Ora una nota personale: la prima volta da spettatori ad un live di Brunori è un’esperienza effettivamente nuova. Sembra di assistere ad uno spettacolo di cabaret piuttosto che ad un concerto di musica leggera. Dario, dotato di un umorismo brillante, sembra anche piuttosto umile: non manca mai di introdurre le proprie canzoni in maniera modesta. “Ci fanno suonare per ultimi perché così, durante il nostro concerto, la gente inizia ad andarsene e quando è ora di chiudere non c’è più nessuno”, “La prossima canzone è di una noia mortale, potete andarvene a casa a dormire se volete”, ed altre frasi di questo genere. Il pubblico è estremamente variegato: anche in locali e festival tendenzialmente giovanili, è facile incontrare gente in età avanzata, segno che la sua non è musica per bambini. E’ semplice capire perché: le melodie sono orecchiabili e tutto ciò che Brunori suona dal vivo sa di già sentito. La vocalità del cantautore è quella di Rino Gaetano. Non solo le assomiglia: è volutamente identica. Sempre a Rino Gaetano si possono ricondurre alcune melodie delle canzoni, così come a De Gregori, Bennato, Ivan Graziani, Lucio Battisti (del quale Brunori esegue spesso dal vivo Insieme a te sto bene). Perfino Vasco Rossi. Quel bistrattato Vasco Rossi che nel 2011 ha fatto di tutto per essere odiato dal suo stesso pubblico. Eppure praticamente ogni ritornello di Brunori è un richiamo al Vasco cantautore dei primi tre album, prima che rincitrullisse (non noto significative variazioni nella qualità della musica di Vasco a parte i limiti fisici imposti dall'età e dall'halzehimer, nota dell'impaginatore); Na na na compresi, sui quali Brunori ha costruito perfino una canzone: Nanà per l’appunto. Con tutti questi richiami ad un passato musicale italiano agrodolce, e con la sua bravura mascherata da umiltà, Brunori sembra piacere proprio a tutti.
Dopo l’impatto iniziale, notevole, tuttavia si iniziano ad intravedere i limiti del progetto Brunori Sas. La seconda volta da spettatori dal vivo, è facile notare che le frasi introduttive rimangono esattamente le stesse: evidentemente erano state studiate a tavolino per proporre qualcosa di volutamente diverso, a parole, dove la musica non poteva arrivare. Ed ecco che assistere al concerto diventa un po' una noia... Anche l’ascolto ripetuto dei dischi a questo punto si rivela deludente. E ci si accorge che i testi che fanno leva su un forte trasporto emotivo vanno bene, ma che musicalmente non ci sono poi cose così interessanti... A parte il furbo utilizzo della seconda voce femminile, non essendoci elementi di innovazione si ricorre troppo spesso alle citazioni da da altri cantautori, e quando finiscono pure quelle, si cade nel pop contemporaneo che strizza l'occhio ad esperienze evitabili come Tiromancino o Zero Assoluto.
Detto ciò, è ormai palese che Dario Brunori non abbia nessuna intenzione di tornare a fare il ragioniere a Guardia Piemontese (che a dispetto del nome si trova in Calabria). Ed è giusto che sia così, perché è un ragazzo intelligente e motivato, che dovrebbe riuscire a fare un passo in più ovvero disfarsi della pesante eredità di Rino Gaetano per maturare un'identità più personale. Non solo con le parole, con le quali è fin troppo abile, ma anche con la musica. Marco Maresca