Premio "Provincia cronica" (III edizione - sezione racconti)
Bianchi Sergio - La catenina d'oro teutonica
Capitolo I
Mattinata fiorentina
Firenze, 4.7.1944 ore 9,30
La sirena della contraerea aveva suonato l’allarme. Gli aerei alleati, provenienti da Pontassieve, stavano andando verso Firenze. Sestilia Cencetti si era nascosta in un rifugio situato in via Sette Santi, di fronte all’omonima chiesa.
La donna, quella mattina, si era trovata in compagnia di altre persone, che inaspettatamente avevano dovuto interrompere le loro faccende quotidiane per rifugiarsi in quel luogo angusto, dove si respirava un cattivo odore, che spesso faceva tossire. Per un certo periodo il silenzio regnò sovrano, ma improvvisamente dalla parte della stazione ferroviaria di Campo di Marte si sentirono delle forti esplosioni, una più violenta dell’altra. I rifugiati, come era prevedibile, iniziarono ad agitarsi: alcuni gridarono invettive contro gli americani, i fascisti ed i tedeschi, altri si coprirono il volto con le mani. Una bambina, in braccio alla madre, piangeva di santa ragione e le sue lacrime caddero sul pavimento sporco di quel rifugio, ricordando un po’ la pioggerella primaverile , che cade dal cielo per dissetare i fiori dei campi.
“Cosa ne sarà della mia bottega? Come saranno sparpagliati i martelli, i chiodi, il mastice, le suole ed il cuoio?” si chiedeva preoccupato Giuseppino, un ciabattino che svolgeva la propria attività in via Luca Landucci, proprio vicino alla stazione ferroviaria..
“Voi vi preoccupate della vostra bottega, ma io cosa dovrei dire, visto che mia figlia abita a due passi da voi , in via Piagentina” affermò una signora di una certa età.
“Chissà che fine avranno fatto i miei amici, con cui giocavo a pallone in piazza Alberti? Speriamo che siano vivi;” si augurò un ragazzo di quindici anni, che faceva il garzone in una macelleria in Via Frusa, vicino allo stadio comunale Giovanni Berta.
Dopo circa un’ora di angosce e tormenti, finalmente suonò la sirena del cessato allarme. La vita così poteva riprendere come prima. Sestilia si alzò, salutò tutta la gente che le stava intorno, uscì dalla cantina e da via Sette Santi si incamminò verso piazza Oberdan, dove era situata la propria abitazione, sperando che fosse stata risparmiata dal quel bombardamento aereo.
La donna non credette ai propri occhi. Le sembrava di avere un incubo, ma, a poco a poco, si rese conto che invece stava vedendo la pura realtà.
Il quartiere intorno a piazza Beccarla era un cumulo di macerie: palazzi divelti, strade piene di travi e calcinacci, gente disperata che, gridando e piangendo, correva in tutte le direzioni possibili. Qua e là si notava qualcuno che pregava in ginocchio; in via Mannelli, sopra un cumulo di mattoni, si intravedeva una testa di donna e poco oltre appariva il resto del suo corpo; in via Pier Paolo Sarti, un bambino scavava tra le macerie,gridando: “Mamma, babbo, dove siete?”, ma nessuno dei due rispose al suo appello. Un passante si fermò, comprese la situazione e si mise a scavare insieme al piccolo; nelle vicinanze, invece, c’era una bambina felice e sorridente, perché aveva ritrovato sotto ad un cumulo di macerie la sua bambola.
Era un po’ danneggiata in volto e nelle gambe, ma per lei andava bene anche così, visto che, comunque, avrebbe ugualmente soddisfatto la sua fantasia. In via Landucci si trovavano a terra due buoi morti, dai loro corpi usciva del sangue, che formava un lungo fiume sulla strada. Alle spalle delle povere bestie si vedeva, capovolto a metà il carro che trainavano e vicino si trovava anche il conducente morto, disteso per terra; qualcuno diceva che si trattava di un contadino della Rufina, che portava vino e aceto ai commercianti del quartiere. In via Scipione Ammirato apparve una villetta stile liberty, rimasta in piedi a metà; i passanti si intenerirono nel vedere gli oggetti appartenenti all’intimità di una abitazione: un armadio, alcune sedie, un tavolo con al centro un cesto che conteneva frutta di stagione, una libreria con tanti libri ed un pianoforte con uno sgabello, dove sedeva un uomo, con la testa sanguinante appoggiata alla tastiera dello strumento musicale: si trattava di un noto gerarca fascista della città, che diversi anni prima aveva partecipato alla marcia su Roma. Anche lui era una delle tante vittime di quel bombardamento aereo alleato, che invece di colpire la stazione ferroviaria di Campo di Marte , per errore distrusse le abitazioni civili. Poco oltre accadde un fatto lieto in mezzo a tanta desolazione: una giovane donna, dopo essere stata estratta da un cumulo di calcinacci, assistita da un’ostetrica e da due crocerossine, diede alla luce un neonato, che probabilmente chiamerà Fortunato , vista la circostanza della sua nascita.
Sestilia, scansando a fatica calcinacci, pietre, mattoni, alberi sradicati dal terreno e caduti a terra, era riuscita a vedere tutto questo. L’orologio di Palazzo Vecchio suonava le undici, quando la donna giunse in piazza Oberdam; subito si accorse che alla sua casa era toccato il medesimo destino capitato alle altre abitazioni: era stata distrutta dal bombardamento aereo. Una signora, che aveva un’edicola di giornali in quella piazza, le si avvicinò, dicendole: “E ora, Signora, cosa farete?”
“Prenderò la corriera e andrò fuori città a San Michele a Torri, dove possiedo un casolare, con la speranza che mio marito Pierluigi torni presto dal fronte russo. E’ sergente alpino della divisione Julia” rispose, piangendo, Sestilia, mentre un ambulanza a sirene accese, che trasportava un ferito, transitava in direzione dell’ospedale di Careggi.
Capitolo II
San Michele a Torri
Il cielo era blu e i raggi del sole riscaldavano le colline intorno a Firenze. I passerotti, nascosti tra i rami degli alberi, cinguettavano, alcune lepri correvano nei campi, i fagiani con le loro eleganti penne colorate si dissetavano, bevendo le acque fresche dei torrenti, mentre i contadini tagliavano l’erba per ricavare il fieno utile a sfamare il loro bestiame.
Il fronte era lontano, voci insistenti dicevano che a Salerno era avvenuto uno sbarco alleato. Quattro soldati tedeschi stavano prendendo il sole seduti su un prato; appartenevano ad una compagnia di paracadutisti reduce dal fronte greco-albanese, i cui uomini stavano trascorrendo un periodo di riposo in Toscana, in attesa di essere inviati in qualche località di combattimento.
Albert osservava un cipresso, che tanto gli ricordava la matita con cui disegnava le alpi bavaresi. Giorge guardava un ulivo, che sembrava un cono di gelato. Il tenente Otto, studente di ingegneria all’università di Norimberga, apriva una lettera che gli aveva spedito sua madre, dove c’era scritto, tra l’altro: “…La catenina d’ora che porti al collo ti proteggerà ovunque sarai, in questa maledetta guerra, così il dolore del mio parto non sarà stato vano”.
Adolf, invece, intravide una rondine in volo e le chiese di dargli un passaggio fino al suo villaggio, situato nella vallata del Reno vicino a Colonia. Il volatile, sordo alla sua richiesta ,sparì verso la pianura Empolese.
Il sole in quel momento venne oscurato da una nube, un leggero venticello iniziò a soffiare da Montespertoli, spettinando i capelli dei giovani camerati.
Nella vicina strada sterrata transitava una donna in bicicletta. Adolf la vide, si alzò e gridando le intonò una canzone italiana assai in voga: “Ma dove vai bellezza in bicicletta?”. La donna, si fermò, appoggiò un piede a terra, tolse dalla giacca una mitragliatrice e sparò diversi colpi a ripetizione in direzione dei militi.
Adolf, Albert, Giorge rimasero uccisi all’istante. Il temente Otto riuscì a ripararsi dietro una quercia, tolse la sua pistola dalla fodera e rispose al fuoco.
La donna dopo avere esaurito le munizioni, riprese a pedalare in direzione della Val di Pesa.
Il tenente Otto, incredulo ed impaurito dell’accaduto, abbandonò il riparo, fece qualche passo incerto,si avvicinò ai corpi dei suoi poveri soldati e osservandoli, vide i loro volti con gli occhi aperti e la bocca spalancata, mentre il sangue macchiava l’erba verde di quel prato.
Un cane randagio in quel momento iniziò un lamento, in cielo apparvero dei corvi, che cercavano di raggiungere i cadaveri di quei giovani soldati. L’ufficiale, tremante ed inquieto, si guardò intorno, temendo che da qualche parte si nascondesse un altro “bandito” pronto a colpirlo; con la pistola in pugno camminò verso un sentiero scosceso, che lo avrebbe condotto al comando della sua compagnia, dove avrebbe informato i superiori del tragico episodio. Dopo pochi passi, di fronte ad un lago, il giovane vide una donna che si stava riposando, seduta per terra e con coraggio le chiese in italiano: “Cosa stai facendo qui seduta?”
“La mia casa, a Firenze, è stata distrutta da un bombardamento alleato, sono in viaggio per andare nel mio casolare di campagna” rispose la donna un po’ intimorita.
“Conosci bene questi luoghi? Sai per caso dirmi dove si trova il rifugio dei partigiani?” chiese il tenete Otto.
“No, Signore, è da molto tempo che non vengo da queste parti” rispose la donna sempre più impaurita.
“Non ti credo, donna, mi stai mentendo” asserì l’ufficiale, guardandola negli occhi.
“Mi deve credere ,le ho detto la verità” rispose Sestilia piangendo.
L’ufficiale per un attimo osservò la donna con espressione severa; si accorse che aveva i capelli neri e mossi, gli occhi marroni come le castagne: un vero tipo latino. Sestilia, viceversa, osservò l’uomo e notò che aveva i capelli biondi, gli occhi azzurri ed il suo fisico faceva pensare ad un imperatore germanico dei tempi passati.
“Sei capace di nuotare?” le chiese a quel punto Otto.
“No, Signore, perché questa domanda?” interrogò a sua volta Sestilia, molto sorpresa.
“Bene, così…” affermò Otto, eludendo la domanda e indicando il lago con la mano ordinò: “Devi camminare dentro le acque; se sarai capace di raggiungere l’altra riva, avrai salva la vita, altrimenti…”.
“Credetemi, santo cielo! Io non c’entro niente con i partigiani, sono una povera maestra d’asilo”.
Otto, per niente impietosito dalle implorazioni della donna, le puntò contro la pistola e di nuovo impose: “Cammina dentro le acque, altrimenti ti sparo”.
Sestilia, piangente e rassegnata, si fece il segno della croce e iniziò a camminare verso il lago, avendo la certezza di morire affogata. Il suo pensiero in quel momento andò al marito in Russia e alla sua casa di Firenze, distrutta dai bombardamenti, ma mentre i suoi piedi iniziarono a sfiorare l’acqua, Otto puntò la pistola verso il cielo e sparò uno, due, tre colpi e con rabbia gettò l’arma per terra, gridando: “Alt, fermati, non voglio farti del male, vieni vicino a me”.
Sestila, incredula e smarrita si girò verso l’ufficiale e con passo timido ed incerto gli andò incontro.
Le campane della chiesa di San Michele in quel momento battevano sedici rintocchi; erano le quattro del pomeriggio. Gli uccelli, impauriti da quei suoni a ripetizione, abbandonarono i rami degli alberi e volarono in cielo, dove con i loro movimenti facevano tante geometrie.
“Quanti anni hai?” chiese Otto alla donna, accennando un debole sorriso.
“Ventiquattro, Signore” rispose Sestilia, rimanendo seria in volto.
“Io, invece, venticinque, uno più di te” affermò Otto, e dopo una breve pausa, aggiunse: “Noi siamo giovani, perché dobbiamo distruggere la nostra vita per volere dei potenti?”.
“Viva la pace tra Italia e Germania!” affermò Sestilia, alzando le braccia e guardando il cielo.
“Per fare tornare la pace bisognerebbe seminare tanto grano in questi campi, in modo da ricavarne molta farina, che è indispensabile per fare il pane, il quale, dovrà essere distribuito in parti eque a tutta la popolazione del mondo, affinché nessun popolo abbia motivo di prendere in mano le armi per rivendicare la propria sopravvivenza.
La Germania, dopo la prima guerra mondiale, a causa delle pesanti sanzioni imposte dalle potenze vincitrici, si è ritrovata nella miseria: fabbriche chiuse, mancanza di generi alimentari, mendicanti per strada, che chiedevano l’elemosina. Ritengo che questa sia una delle cause, che hanno portato allo scoppio di questo conflitto, oltre naturalmente al fatto che il primo proposito di Hitler era quello di dominare il mondo intero”.
“Concordo con il tuo pensiero, però vorrei aggiungere che, se non cambia il nostro cuore, potremo anche seminare grano a volontà, ma raccoglieremo solo sterpaglia”.
“Questo è vero! Se non cambiamo la nostra anima, da agnelli, quali siamo oggi, diventeremo lupi e da lupi feroci, dittatori, pronti a scatenare altre sciagure, magari peggiori di questa”.
“Purtroppo direi che il difetto dell’uomo è che cambia faccia ed intenzioni a seconda delle sue possibilità”.
“Anche questo corrisponde a verità. Da sempre il concetto che hai espresso è una legge naturale dell’uomo e, direi, anche del mondo animale: il gatto mangia il topo, ma se il secondo avesse le capacità fisiche adatte, senz’altro farebbe altrettanto con il primo, senza nessuna pietà”.
“Vorrei esprimerti un altro mio pensiero: Un giardino ha bisogno di tante cure e di tanto amore. Se al tuo giardino darai tanto amore, le cose cresceranno e avrai tanta soddisfazione, ma prima altre cose devono seccare e certi alberi devono essere abbattuti”.
“Come potrei darti torto…”.
“Adesso, da tedesco, voglio dirti inoltre che ariani ed ebrei non dovrebbero odiarsi, perché entrambi hanno gli stessi occhi, bocca, naso, denti: non esistono razze, ma solo il genere umano.
“Anche questo che hai detto è sacrosanto, però, certe voci che ho raccolto al mercato di San Lorenzo, a Firenze, dicono di uomini, donne e bambini spinti in vagoni ferroviari e trasportati in luoghi lontani e sconosciuti…”
“Quello che dici è incredibile”.
“Un mio parente, che abita a Roma, nel quartiere di Monte Sacro, mi ha raccontato che i nazisti, per vendicare l’uccisione di loro camerati, avvenuta in via Rasella, hanno assassinato centinaia di persone innocenti”.
“Anche questo è orrendo: Non temere, presto le forze del bene trionferanno su quelle del male e l’Italia finalmente sarà libera, così, in altre vesti, potrò tornare tra queste colline a seminare tanto grano…”.
“Trionfino sulla terra gli uomini di buona volontà che la pensano come te ! A proposito, abbiamo parlato tanto, ma non ci siamo ancora presentati. Come ti chiami?”.
“Otto Müller di Norimberga, in periodo di pace studiavo ingegneria, avevo ancora pochi esami alla laurea, quando…”.
“Piacere, il mio nome è Sestilia Cencetti, prima del bombardamento aereo abitavo a Firenze, insegnavo come maestra d’asilo in un istituto religioso di Sesto Fiorentino”.
“Anche la mia città è stata bombardata dagli americani e la mia casa si è salvata per miracolo. La Germania, ormai, è un cumulo di macerie. Il mio popolo soffre a causa di quel pazzo fanatico di Hitler”.
“Credimi, Otto, questa guerra è una sciagura per tutti”.
Il sole, in quel momento, stava calando oltre il fiume Pesa. La sera bussava alle porte delle colline fiorentine, mentre qualche pipistrello svolazzava tra i tetti delle case.
Otto, improvvisamente, abbracciò Sestilia; dopo qualche secondo si svincolò da lei, fece qualche passo, si fermò, si piegò in avanti e raccolse una rosa profumata che aveva intenzione di regalare alla donna in segno di amicizia. Proprio in quell’istante, da dietro un cespuglio, partì un colpo di arma da fuoco, che andò dritta verso l’ufficiale tedesco, lo colpì e lo fece cadere a terra agonizzante.
Sestilia gli si avvicinò immediatamente, lo abbraccio intensamente, cercando di tamponargli la ferita nell’addome.
Otto, respirando a fatica e con la bava alla bocca, pronunciò a stento: “Sestilia, al collo ho una catenina d’oro, che mia madre mi regalò il giorno della mia prima comunione. Ti prego, prendila, è tua”.
La luna in qual momento apparve in cielo. Era più lucente del solito. Otto gridò: “Mamma oltrepassa le montagne e vieni a prendermi” e chiudendo gli occhi, spirò.
Sestilia, disperata, gli tolse la catenina, la osservò, vide che vi era appesa una medaglietta con un nome scritto sopra “Otto Müller”; dopo un attimo di indecisione se la mise al collo.
Nel frattempo un giovane con un fucile in mano, vestito in modo trasandato, con un cappello in testa, la barba lunga e un fazzoletto legato al collo, si era avvicinato a loro.
Sestilia, appena si accorse della sua presenza, disperata volse lo sguardo verso il lago, sulle cui acque si era posato dolcemente un corvo.
Da quel giorno Sestilia abitò nel suo casolare di San Michele a Torri, da dove si vedeva, quando non c’era foschia, il duomo di Firenze.
Suo marito Piergiorgio, dopo un periodo di prigionia, venne rimpatriato nel 1947.
Capitolo III
Strade incrociate
Era il 2 agosto 1970, ventisei anni esatti erano trascorsi da quell’alba del 2 agosto 1944, quando la quarta divisione neozelandese, a San Michele a Torri, affrontò una battaglia all’arma bianca contro la seconda divisione granatieri tedesca. La battaglia si risolse a favore dei primi, permettendo a costoro di aprirsi la strada verso Firenze, e lasciò tra quelle belle colline toscane carcasse di autoblindo, resti di munizioni, e soprattutto tanti cadaveri martoriati, coperti dalle mosche, che sotto il sole cocente, a poco a poco, si decomponevano.
Quel giorno non sembrava proprio estate. Il cielo era grigio, gli uccelli volavano bassi, un forte vento, proveniente dal nord, imperversava in tutto l’alto Mugello, facendo cadere dai pini, sui prati, le pigne per la gioia dei bambini, che le raccoglievano e le sgusciavano per mangiare i pinoli. Sestilia ed il figlio Gualtiero si erano recati nel cimitero militare tedesco del Passo della Futa per fare una visita alla tomba di Otto, ma quando giunsero nei pressi della sua croce, videro un’anziana signora vestita di nero, con le mani giunte in segno di preghiera. Le due donne, per un attimo, si guardarono a vicenda. L’una credeva di avere già visto l’altra da qualche parte, ma questo era impossibile, vista l’enorme distanza geografica che le divideva.
“Buongiorno, Signora, lei per caso è parente del tenente Otto Müller di Norimberga qui sepolto?” chiese Sestilia, trovando la forza di rompere il ghiaccio.
“Si, sono la madre, ma voi chi siete?” rispose la donna in lingua italiana, assai sorpresa e imbarazzata.
“Mi chiamo Cencetti Sestilia, abito a San Michele a Torri, una località vicino a Firenze; durante il periodo di guerra ho assistito all’agonia di suo figlio”.
Sestilia non se la sentiva di raccontare i fatti che avevano portato all’uccisione di Otto da parte di un ribelle partigiano. Non voleva aumentare il dolore della madre. “Vorrei restituirle la catenina d’oro che Otto mi diede prima di spirare e volare in cielo” disse con il cuore che le batteva a mille per l’emozione e si tolse dal collo la catenina porgendola alla donna.
L’anziana signora, con il volto segnato da profonde rughe, osservò attentamente la catenina, riconobbe che effettivamente era appartenuta ad Otto e volgendo lo sguardo verso Gualtiero gli disse: “Tu sei il figlio di questa signora?” .
“Sì, mi chiamo Gualtiero” rispose il ragazzo, mentre un passerotto si posava sulla lapide di Otto.
“Io, sono ormai vecchia e molto malata, pochi giorni di vita mi attendono e quindi non ha senso che tenga la catenina, perciò vorrei donarla a questo giovane, affinché abbia memoria di tanti ragazzi come lui, che morendo in guerra hanno interrotto prematuramente la loro gioventù e non sono potuti invecchiare come me” disse l’anziana signora, che si sorreggeva in piedi con un bastone, e subito dopo mise la catenina al collo di Gualtiero, il quale emozionato ringraziò e, guardandosi intorno, osservò le tante croci allineate proprio come dei soldati in marcia.Il sole in quel momento fece capolino tra le nubi. Sestilia e la mamma di Otto si abbracciarono, mentre nella vicina autostrada tante auto erano incolonnate dirette alle varie località di villeggiatura. Il boom economico era agli albori, la gente si divertiva, volendo dimenticare il dramma della guerra che aveva subito.
6 giugno 2011
Premio "Provincia cronica" (III edizione - sezione racconti)
Svilen Angelov - La promessa
Ho chiuso la porta della macchina, ho salutato con la mano mia madre che era rimasta alla porta della casa e ho imboccato la strada verso la città.
Ogni volta che partivo dalla vecchia casa di famiglia mi sentivo un po' triste. Sembrava che scappavo da qualcosa, dimenticato nel più profondo angolo nella mia memoria, qualcosa che non potevo prendere con me e allo stesso tempo così prezioso da cui non potevo separarmi: provocava una nostalgia immediata.
I ricordi affioravano improvvisamente come una pellicola di un film, le sfumature di un tempo passato con mille profumi della mia infanzia. Le immagini della bellissima casa con un immenso fienile, i colori, il grano, i giardini pieni di fiori che crescevano alla libertà sotto il sole cuocente, le domeniche dopo la messa quando tutta la famiglia si sedeva per il pranzo intorno al grande tavolo di legno rustico. Dalla finestra aperta entrava l'aria della terra: quell'inconfondibile odore di campagna con una natura stupenda con i suoi rumori e voci. L'immagine che mi torna in mente è quella di mio nonno che con dolcezza prese mio fratello facendolo sedere sulle sue ginocchia e con pazienza gli spiegò che non si uccidono le api perché poi non possiamo trovare il miele sulla fetta di pane che ci piace così tanto.
Adesso in questa casa è rimasta solo mia madre che non voleva venire a vivere con noi da quando mio padre se ne è andato. Non l'aveva fermato neppure la vecchiaia, lavorava i campi anche nel suo ultimo giorno. La macchina ha lasciato l'ultimo paesino e i miei ricordi dilatavano indietro. Rimaneva indietro pure l'aria quasi immobile di odore caldo e dolciastro di viti, pesche grosse e susine. Ora sto abbandonando la strada provinciale per imboccare l'autostrada e presto un fiume di macchine mi abbraccerà. Il cellulare sul sedile squilla e s'illumina a ritmo. Fermo l'automobile su un bivio. Era mia moglie. L' ultimo anno fu difficile per tutti e due: il processo di divorzio, gli avvocati, le solite litigate... Mentre componevo il numero mi chiedevo che cosa fosse accaduto.
-Tommaso, devo vederti, dobbiamo parlare - disse Sara distogliendomi dai pensieri.
-Ci vediamo da me, se sei d'accordo. Dobbiamo parlare si tratta di Maria.
In quel momento mi bastava chiudere gli occhi per rivederla mentre parlava. Sara e io avevamo discusso al lungo durante il divorzio; lei era convinta che fosse bene per tutti. Ero un uomo di 42 anni, con un impegno stabile in banca ed una vita assolutamente normale,nonostante la convivenza con il diabete. È comparso quando avevo 10 anni. Fu molto difficile all'inizio, ma poi la situazione se è stabilizzata e ho imparato a riconoscere i sintomi delle crisi, a prevenirle e a mantenermi sano. Non ho mai fatto un giorno di assenza dal lavoro a causa della mia malattia.
Dopo la nascita di nostra figlia Maria però il nostro matrimonio sembrava che toccasse il fondo. Abbiamo cominciato a litigare un po' su tutto, comprese le questioni riguardanti la bambina. Il giudice ha optato per un affidamento congiunto. Io potevo vedere la bambina praticamente tutti i giorni, ma non la notte. Il giudice ha infatti stabilito che Maria non può dormire a casa mia a causa della sua tenera età e della grave malattia del genitore. Rivivo ancora quel periodo. Mi appoggio allo schienale e chiudo gli occhi, lasciando il vetro della macchina aperto. Da quanto tempo che non ripenso a quei momenti! Cominciai la raccolta dei certificati medici che affermano in modo inequivocabile che il diabete non compromette la capacità e la possibilità di “gestire” mia figlia. Non era giusto! Fu la prima volta che sentivo la mia malattia come una diversità: non mi era mai successo.
- Sara, il diabete non mi ha mai limitato in niente e non ha mai influito sulla mia vita, se non per l'obbligo di avere sempre con me le medicine e zucchero. Capisci Sara?- Urlavo...
- Non si tratta di me, di te, di noi!- rispondeva lei. - Si tratta di nostra figlia! Il dovere di un genitore non è solo quello di crescere il proprio figlio, ma di metterlo anche al riparo- dicendo queste parole la sua voce si faceva sempre più rauca e tremolante.
Fu così che mi ritrovai in una situazione che mi dette almeno un vantaggio: vedere quasi ogni giorno mia figlia prendendola da scuola. Ogni volta che ero sul punto di chiedere Sara “Perché?” mi rendevo conto che qualsiasi cosa che faceva Sara era riempita con l'istinto di una madre che voleva solo del bene per la propria figlia.
Entrai nella macchina e mi misi nell'enorme fila d'auto sull'autostrada e dopo un ora e mezzo parcheggiai davanti a casa nostra. Suono il campanello e Sara viene ad aprire la porta.
-Ciao! Come è andato il viaggio?- chiese e mi venne vicino per prendere il pacchetto che avevo comprato per Maria. -La bambina è in camera sua e si è addormentata mentre guardava la TV.
-Ciao!- ho risposto con voce preoccupata. - È tutto a posto?- Sembra che per la prima volta vedessi mia moglie da tanto tempo. Non vedo più quella donna giovane con quei occhioni santerellini che sembravano sempre persi in chissà quale film romantico. Ora ha l'aria tirata e gli occhi cerchiati. Attorno alle labbra le si sono formate tante rughette che prima non c'erano.
-É tutto apposto?- chiesi di nuovo mentre eravamo in cucina con un bicchiere di spremuta fresca d'arancia.
Sara mi guardò a lungo e in silenzio, sembrava quasi che cercava le parole.
-Senti- dicendo con una voce ancora più preoccupante- Hai bisogno di un po' di riposo, posso aiutarti io se vuoi ora che sono in ferie? Domani se ti va, porto la bambina in campagna da mia madre oppure passiamo la giornata alla spiaggia tutti insieme,che ne diresti?
-Va bene, Maria sarà felice di stare con te.
Non so il perché ma avevo l'impressione che volesse dirmi qualcosa. La sua espressione era insolita, mi ricorda infatti quella di un atleta che ha smesso di correre perché non trova più il traguardo. Sara si alzò, si guardò le mani poi mi fissò e disse:
-Ascolta Tommaso ieri ho preso l'analisi di Maria. Pensavo fosse solo un momento passeggero. Sai come quando i bambini giocano e succede che cadono e si fanno male? Poi era soltanto una vertigine seguita da una caduta. È passato tutto con il disinfettante e due cerotti, ma poi le analisi dei medici hanno confermato che Maria ha il diabete. Ho tanta paura Tommaso!
-Non è possibile, non può essere vero!
Un lungo silenzio scese sul tavolo: le mani mi tremavano. Non pensavo a niente, sentivo soltanto il ghiaccio che batteva nel bicchiere delle spremuta. Un minuto, due, sollevai lo sguardo e vidi il vestito di mia moglie che rispecchiava gli ultimi raggi del sole. Sara era così piccola e sola con un grande dolore, il viso pallido e gli zigomi ormai sporgenti poiché forse erano giorni che non mangiava.
I miei pensieri però erano principalmente riguardanti mia figlia. Nove anni e mezzo, capelli biondi e occhi azzurri: un angelo che parlava solo di fate, della sua adorata amica Miranda e della sua preferita maestra di italiano.
- Sara io sono qui! Bisogna essere forti, non è la fine del mondo.- Esclamavo queste parole per darle coraggio e conforto.
- Maria è una bambina intelligente e imparerà. Il diabete infantile con le cure mediche appropriate e con uno giusto stile di vita può essere tenuto sotto controllo. Il diabete merita tutta la nostra attenzione, ma noi c'è la faremo vedrai.
Sara scoppiò a piangere. Negli ultimi tempi ne ha affrontati di problemi seri e adesso tutto questo con la nostra bambina.
-Mi sento così stupida adesso, ma non riesco lo stesso a fermare le lacrime. Sto male, non smetto di chiedermi perché doveva capitare a Maria e non trovo una risposta adeguata. A volte sentivo che i miei nervi stavano per cedere, ma cercavo di far fronte a tutto nel modo migliore e non lasciavo sopraffare dal confronto. Adesso però mi sento imponente mentre Sara fissa il muro borbottando con il suo problema. Ascoltai il suo sfogo, preoccupandomi non solo per la bambina, ma anche per la donna che amavo ancora tanto.
-Ho imparato a conoscerti e quando infine te ne sei andato avevo semplicemente la conferma di quello che già provavo. Ogni volta però che ero sul punto di confessarmi con te perdevo il coraggio. Non posso ancora perdonarmi che ho perso l'uomo che ho tanto amato.
Tenevo tra le braccia mia moglie sentendo le parole che uscivano dal suo cuore quando la porta della cucina si aprì bruscamente e una voce dolce, piena di vita ha strillato:
-Papà! Non ho sentito quando sei arrivato, ma sapevo che eri qui visto che ti ho sognato. Mamma ha paura per le parole del dottore sul mio diabete,ma io no! Sai il perché? Perché io so come combatterlo, lo conosco, so tutto di lui. Ancora quando ero piccola vi sentivo con la mamma mentre parlavate e ho letto molti libri. Il mio diabete di tipo 1 si sviluppa soprattutto nei bambini e negli adolescenti ed è legato ad una patologia autoimmune a carico delle cellule del pancreas che producono insulina. Il dottore mi ha consigliato una cucina semplice, di facile preparazione, consumare alimenti ricchi di proteine come il pesce, pollo, coniglio e prosciutto cotto che mi piace molto.
Maria continuava a parlare con una dolcezza infinita e io mi rendevo conto di quanto è cresciuta mia figlia. In questo momento sembrava che fosse un adulto. Sentivo come una montagna lo stress che avevamo accumulato con mia moglie che dilatava, che spariva pian piano e sentivo mia figlia che mi caricava. Lentamente riuscivo a calmarmi e a vedere un po' meno nero.
-Sai mamma -continuava Maria – mi dispiace solo per una cosa.
-Cosa?- domandammo contemporaneamente.
-Non devo mangiare i fichi e i datteri. Però mi consolerò con le arance, mele e ciliege. Hai sentito il dottore quando hai detto che devo evitare i formaggi piccanti e stagionati? Mi ha fatto molto ridere, tanto non li mangi nessuno di noi. Io non ho paura e neppure voi, lo so! I bambini di certe cose se ne accorgono come le farfalle e gli uccellini ed è difficile che si sbagliano. Guardate il tramonto!- esclamò Maria tenendo mia moglie per mano e correndo verso il terrazzo.
Il tramonto iniziava a scendere con una luce avvolgente e unica. Osservavamo le ombre e la bellezza delicata delle piante di cappero e degli ulivi accarezzate dalla brezza del mare. Mi ricordo così le passeggiate che facevamo camminando tra i sentieri per raggiungere il blu cobalto del mare con tutte le sue sfumature. Il mare, lontano sullo sfondo, pare baciare il cielo srotolando tappeti di onde che di tanto in tanto sputano macchie di schiuma bianca increspandosi con il vento. Le correnti sembrano pennellate di azzurro gettate a caso sulla tela da un inesperto artista con uno straordinario senso dell’insieme.
-Papà- continuò Maria - a scuola diventerò portavoce del diabete perché il dottore ha detto che per proteggersi meglio da questa malattia bisogna essere ben informati e saper riconoscere i sintomi iniziali che vengono spesso sottovalutati. Per convivere dobbiamo rispettare un validissimo consiglio ovvero quello del movimento fisico quotidiano.
Conoscevo la regola d'oro anch'io. L'educazione e l'informazione sono fondamentali per affrontare la patologia e dominarla meglio.
Così Maria guardando la sua mamma con voce decisa disse:
- Mamma, sfiderò il diabete e da grande l'affronterò in uno duello inventando nuove medicine.
Fu la sua promessa per affrontare la vita con speranza e fiducia.
Sara s'avvicinò a Maria le sussurrò qualche parola all'orecchio e Maria le sorrise.
Con lo sguardo rivolto verso il mare, osservavo le onde che si infrangevano sugli scogli e spruzzavano scintille d'acqua polverizzata. Respiravo a pieni polmoni abbracciando mia moglie e mia figlia e sapevo che certe cose non si possono esprimere.
Il duello
La malattia come un serpente
costruisce un nido di paura
e adesso striscia lentamente,
gelida con un'indifferenza pura.
L'autunno con odore di miele
sembra così lontano...
Danza la luna bianca e crudele,
insieme al silenzio strano.
Ma quando con le spalle al muro
facciamo la lotta col dolore,
il cuore batte più forte e più duro
perché questa vita è amore!
Svilen Angelov - La promessa
Ho chiuso la porta della macchina, ho salutato con la mano mia madre che era rimasta alla porta della casa e ho imboccato la strada verso la città.
Ogni volta che partivo dalla vecchia casa di famiglia mi sentivo un po' triste. Sembrava che scappavo da qualcosa, dimenticato nel più profondo angolo nella mia memoria, qualcosa che non potevo prendere con me e allo stesso tempo così prezioso da cui non potevo separarmi: provocava una nostalgia immediata.
I ricordi affioravano improvvisamente come una pellicola di un film, le sfumature di un tempo passato con mille profumi della mia infanzia. Le immagini della bellissima casa con un immenso fienile, i colori, il grano, i giardini pieni di fiori che crescevano alla libertà sotto il sole cuocente, le domeniche dopo la messa quando tutta la famiglia si sedeva per il pranzo intorno al grande tavolo di legno rustico. Dalla finestra aperta entrava l'aria della terra: quell'inconfondibile odore di campagna con una natura stupenda con i suoi rumori e voci. L'immagine che mi torna in mente è quella di mio nonno che con dolcezza prese mio fratello facendolo sedere sulle sue ginocchia e con pazienza gli spiegò che non si uccidono le api perché poi non possiamo trovare il miele sulla fetta di pane che ci piace così tanto.
Adesso in questa casa è rimasta solo mia madre che non voleva venire a vivere con noi da quando mio padre se ne è andato. Non l'aveva fermato neppure la vecchiaia, lavorava i campi anche nel suo ultimo giorno. La macchina ha lasciato l'ultimo paesino e i miei ricordi dilatavano indietro. Rimaneva indietro pure l'aria quasi immobile di odore caldo e dolciastro di viti, pesche grosse e susine. Ora sto abbandonando la strada provinciale per imboccare l'autostrada e presto un fiume di macchine mi abbraccerà. Il cellulare sul sedile squilla e s'illumina a ritmo. Fermo l'automobile su un bivio. Era mia moglie. L' ultimo anno fu difficile per tutti e due: il processo di divorzio, gli avvocati, le solite litigate... Mentre componevo il numero mi chiedevo che cosa fosse accaduto.
-Tommaso, devo vederti, dobbiamo parlare - disse Sara distogliendomi dai pensieri.
-Ci vediamo da me, se sei d'accordo. Dobbiamo parlare si tratta di Maria.
In quel momento mi bastava chiudere gli occhi per rivederla mentre parlava. Sara e io avevamo discusso al lungo durante il divorzio; lei era convinta che fosse bene per tutti. Ero un uomo di 42 anni, con un impegno stabile in banca ed una vita assolutamente normale,nonostante la convivenza con il diabete. È comparso quando avevo 10 anni. Fu molto difficile all'inizio, ma poi la situazione se è stabilizzata e ho imparato a riconoscere i sintomi delle crisi, a prevenirle e a mantenermi sano. Non ho mai fatto un giorno di assenza dal lavoro a causa della mia malattia.
Dopo la nascita di nostra figlia Maria però il nostro matrimonio sembrava che toccasse il fondo. Abbiamo cominciato a litigare un po' su tutto, comprese le questioni riguardanti la bambina. Il giudice ha optato per un affidamento congiunto. Io potevo vedere la bambina praticamente tutti i giorni, ma non la notte. Il giudice ha infatti stabilito che Maria non può dormire a casa mia a causa della sua tenera età e della grave malattia del genitore. Rivivo ancora quel periodo. Mi appoggio allo schienale e chiudo gli occhi, lasciando il vetro della macchina aperto. Da quanto tempo che non ripenso a quei momenti! Cominciai la raccolta dei certificati medici che affermano in modo inequivocabile che il diabete non compromette la capacità e la possibilità di “gestire” mia figlia. Non era giusto! Fu la prima volta che sentivo la mia malattia come una diversità: non mi era mai successo.
- Sara, il diabete non mi ha mai limitato in niente e non ha mai influito sulla mia vita, se non per l'obbligo di avere sempre con me le medicine e zucchero. Capisci Sara?- Urlavo...
- Non si tratta di me, di te, di noi!- rispondeva lei. - Si tratta di nostra figlia! Il dovere di un genitore non è solo quello di crescere il proprio figlio, ma di metterlo anche al riparo- dicendo queste parole la sua voce si faceva sempre più rauca e tremolante.
Fu così che mi ritrovai in una situazione che mi dette almeno un vantaggio: vedere quasi ogni giorno mia figlia prendendola da scuola. Ogni volta che ero sul punto di chiedere Sara “Perché?” mi rendevo conto che qualsiasi cosa che faceva Sara era riempita con l'istinto di una madre che voleva solo del bene per la propria figlia.
Entrai nella macchina e mi misi nell'enorme fila d'auto sull'autostrada e dopo un ora e mezzo parcheggiai davanti a casa nostra. Suono il campanello e Sara viene ad aprire la porta.
-Ciao! Come è andato il viaggio?- chiese e mi venne vicino per prendere il pacchetto che avevo comprato per Maria. -La bambina è in camera sua e si è addormentata mentre guardava la TV.
-Ciao!- ho risposto con voce preoccupata. - È tutto a posto?- Sembra che per la prima volta vedessi mia moglie da tanto tempo. Non vedo più quella donna giovane con quei occhioni santerellini che sembravano sempre persi in chissà quale film romantico. Ora ha l'aria tirata e gli occhi cerchiati. Attorno alle labbra le si sono formate tante rughette che prima non c'erano.
-É tutto apposto?- chiesi di nuovo mentre eravamo in cucina con un bicchiere di spremuta fresca d'arancia.
Sara mi guardò a lungo e in silenzio, sembrava quasi che cercava le parole.
-Senti- dicendo con una voce ancora più preoccupante- Hai bisogno di un po' di riposo, posso aiutarti io se vuoi ora che sono in ferie? Domani se ti va, porto la bambina in campagna da mia madre oppure passiamo la giornata alla spiaggia tutti insieme,che ne diresti?
-Va bene, Maria sarà felice di stare con te.
Non so il perché ma avevo l'impressione che volesse dirmi qualcosa. La sua espressione era insolita, mi ricorda infatti quella di un atleta che ha smesso di correre perché non trova più il traguardo. Sara si alzò, si guardò le mani poi mi fissò e disse:
-Ascolta Tommaso ieri ho preso l'analisi di Maria. Pensavo fosse solo un momento passeggero. Sai come quando i bambini giocano e succede che cadono e si fanno male? Poi era soltanto una vertigine seguita da una caduta. È passato tutto con il disinfettante e due cerotti, ma poi le analisi dei medici hanno confermato che Maria ha il diabete. Ho tanta paura Tommaso!
-Non è possibile, non può essere vero!
Un lungo silenzio scese sul tavolo: le mani mi tremavano. Non pensavo a niente, sentivo soltanto il ghiaccio che batteva nel bicchiere delle spremuta. Un minuto, due, sollevai lo sguardo e vidi il vestito di mia moglie che rispecchiava gli ultimi raggi del sole. Sara era così piccola e sola con un grande dolore, il viso pallido e gli zigomi ormai sporgenti poiché forse erano giorni che non mangiava.
I miei pensieri però erano principalmente riguardanti mia figlia. Nove anni e mezzo, capelli biondi e occhi azzurri: un angelo che parlava solo di fate, della sua adorata amica Miranda e della sua preferita maestra di italiano.
- Sara io sono qui! Bisogna essere forti, non è la fine del mondo.- Esclamavo queste parole per darle coraggio e conforto.
- Maria è una bambina intelligente e imparerà. Il diabete infantile con le cure mediche appropriate e con uno giusto stile di vita può essere tenuto sotto controllo. Il diabete merita tutta la nostra attenzione, ma noi c'è la faremo vedrai.
Sara scoppiò a piangere. Negli ultimi tempi ne ha affrontati di problemi seri e adesso tutto questo con la nostra bambina.
-Mi sento così stupida adesso, ma non riesco lo stesso a fermare le lacrime. Sto male, non smetto di chiedermi perché doveva capitare a Maria e non trovo una risposta adeguata. A volte sentivo che i miei nervi stavano per cedere, ma cercavo di far fronte a tutto nel modo migliore e non lasciavo sopraffare dal confronto. Adesso però mi sento imponente mentre Sara fissa il muro borbottando con il suo problema. Ascoltai il suo sfogo, preoccupandomi non solo per la bambina, ma anche per la donna che amavo ancora tanto.
-Ho imparato a conoscerti e quando infine te ne sei andato avevo semplicemente la conferma di quello che già provavo. Ogni volta però che ero sul punto di confessarmi con te perdevo il coraggio. Non posso ancora perdonarmi che ho perso l'uomo che ho tanto amato.
Tenevo tra le braccia mia moglie sentendo le parole che uscivano dal suo cuore quando la porta della cucina si aprì bruscamente e una voce dolce, piena di vita ha strillato:
-Papà! Non ho sentito quando sei arrivato, ma sapevo che eri qui visto che ti ho sognato. Mamma ha paura per le parole del dottore sul mio diabete,ma io no! Sai il perché? Perché io so come combatterlo, lo conosco, so tutto di lui. Ancora quando ero piccola vi sentivo con la mamma mentre parlavate e ho letto molti libri. Il mio diabete di tipo 1 si sviluppa soprattutto nei bambini e negli adolescenti ed è legato ad una patologia autoimmune a carico delle cellule del pancreas che producono insulina. Il dottore mi ha consigliato una cucina semplice, di facile preparazione, consumare alimenti ricchi di proteine come il pesce, pollo, coniglio e prosciutto cotto che mi piace molto.
Maria continuava a parlare con una dolcezza infinita e io mi rendevo conto di quanto è cresciuta mia figlia. In questo momento sembrava che fosse un adulto. Sentivo come una montagna lo stress che avevamo accumulato con mia moglie che dilatava, che spariva pian piano e sentivo mia figlia che mi caricava. Lentamente riuscivo a calmarmi e a vedere un po' meno nero.
-Sai mamma -continuava Maria – mi dispiace solo per una cosa.
-Cosa?- domandammo contemporaneamente.
-Non devo mangiare i fichi e i datteri. Però mi consolerò con le arance, mele e ciliege. Hai sentito il dottore quando hai detto che devo evitare i formaggi piccanti e stagionati? Mi ha fatto molto ridere, tanto non li mangi nessuno di noi. Io non ho paura e neppure voi, lo so! I bambini di certe cose se ne accorgono come le farfalle e gli uccellini ed è difficile che si sbagliano. Guardate il tramonto!- esclamò Maria tenendo mia moglie per mano e correndo verso il terrazzo.
Il tramonto iniziava a scendere con una luce avvolgente e unica. Osservavamo le ombre e la bellezza delicata delle piante di cappero e degli ulivi accarezzate dalla brezza del mare. Mi ricordo così le passeggiate che facevamo camminando tra i sentieri per raggiungere il blu cobalto del mare con tutte le sue sfumature. Il mare, lontano sullo sfondo, pare baciare il cielo srotolando tappeti di onde che di tanto in tanto sputano macchie di schiuma bianca increspandosi con il vento. Le correnti sembrano pennellate di azzurro gettate a caso sulla tela da un inesperto artista con uno straordinario senso dell’insieme.
-Papà- continuò Maria - a scuola diventerò portavoce del diabete perché il dottore ha detto che per proteggersi meglio da questa malattia bisogna essere ben informati e saper riconoscere i sintomi iniziali che vengono spesso sottovalutati. Per convivere dobbiamo rispettare un validissimo consiglio ovvero quello del movimento fisico quotidiano.
Conoscevo la regola d'oro anch'io. L'educazione e l'informazione sono fondamentali per affrontare la patologia e dominarla meglio.
Così Maria guardando la sua mamma con voce decisa disse:
- Mamma, sfiderò il diabete e da grande l'affronterò in uno duello inventando nuove medicine.
Fu la sua promessa per affrontare la vita con speranza e fiducia.
Sara s'avvicinò a Maria le sussurrò qualche parola all'orecchio e Maria le sorrise.
Con lo sguardo rivolto verso il mare, osservavo le onde che si infrangevano sugli scogli e spruzzavano scintille d'acqua polverizzata. Respiravo a pieni polmoni abbracciando mia moglie e mia figlia e sapevo che certe cose non si possono esprimere.
Il duello
La malattia come un serpente
costruisce un nido di paura
e adesso striscia lentamente,
gelida con un'indifferenza pura.
L'autunno con odore di miele
sembra così lontano...
Danza la luna bianca e crudele,
insieme al silenzio strano.
Ma quando con le spalle al muro
facciamo la lotta col dolore,
il cuore batte più forte e più duro
perché questa vita è amore!
Premio "Provincia cronica" (III edizione - sezione racconti)
Marco Amalfitano - Presto andrà meglio
La scarpa destra, modello teenager ribelle con le tasche piene di grana, pigia sull’acceleratore. Sono scarpe che anni fa compravano tutti. Ora oltre ad essere sporche e consumate sono anche fuori moda da un pezzo.
L’orologio sopra il cruscotto segna qualche minuto dopo mezzanotte.
Quelle scarpe lo fanno sembrare ancora più ridicolo, anziché ringiovanirlo pare che rendano i suoi capelli molto più brizzolati, soprattutto se abbinate a jeans scoloriti e graffiati da tagli chirurgici. O almeno questo è il concetto che volevano esprimere le sopracciglia eccessivamente inarcate di sua moglie circa quattro ore prima, mentre si accingeva a premere il tasto 0 nel piccolo ascensore, appoggiata con la schiena contro una delle pareti coperte da specchi e ronzanti faretti luminosi.
Il riverbero generato sui suoi occhiali dal verde opaco dell’orologio elettronico è l’unica nota di colore presente all’interno della vettura.
- Cosa ne pensi di quel sedicente benefattore che ha deciso di pagare la retta per la mensa alle famiglie dei bambini extracomunitari?
Lei allarga le braccia, sfiorando il cambio dell’auto con il polso avviluppato nella manica del giubbino. – Penso che sia proprio uno stronzo. Deve fare il bello a tutti i costi, quello che nella comunità è una spanna sopra gli altri perché ha i danè. Per me può andare affanculo, lui e tutti questi extracomunitari del cazzo. Anche noi siamo senza soldi, se la paga ai neghèr allora la pagasse a tutti la mensa.
- Si, infatti. Che cazzo si crede di fare? Poi bel messaggio che mandiamo. Venite da noi che tanto c’è un megalomane stronzo che paga la mensa ai figli degli immigrati! Credo che qualcuno dovrebbe fargli saltare in aria la macchina, così va a fare l’eroe da un’altra parte. E meno male che quest’anno per lo meno abbiamo votato un sindaco coi controcoglioni.
- Se appena arriviamo a casa sento ancora odore di merda e cibo etnico per le scale giuro che prendo la tanica della benzina, la verso sotto un paio di porte e poi gli dò fuoco. Pensa te se ci dovevano toccare pure dei vicini venuti dal Senegal.
- Che ti devo dire… Appena c’è qualche soldo in più cercheremo un affitto da un’altra parte. Vedrai che presto le cose andranno meglio. Domenica se fa bello andiamo a fare una grigliata al lago? Mi è venuta voglia di una fiorentina al sangue.
- Boh. Si… Basta che ti cambi le scarpe.
- E perché?
- Perché hai trent’anni, non venti. Hai visto com’erano vestiti l’Ale e la Roxy?
- Sembravano due operatori finanziari appena usciti da Wall Street.
- Appunto. L’ultima volta che li abbiamo invitati a cena da noi tu ti sei presentato in ciabatte, con il grembiule da cucina ancora addosso. E io mi sono vergognata come un cane.
- Vabè. Potevi almeno dirmelo subito. Saranno passati tre mesi…
- Spendo i miei stipendi da miserabile per regalarti roba firmata che non metti mai. E’frustrante.
- Volevo solo stare un po’ più comodo.
- Comodo ci puoi stare sul divano. O quando ti siedi sul cesso. Se usciamo di casa non mi va che la gente capisca che facciamo fatica ad arrivare a fine mese. Quindi non farmi più vedere quelle scarpe.
- Hai ragione. Non le metto più.
- Grazie tesoro. Ti amo.
- Anch’io ti amo. Presto le cose andranno meglio, vedrai. Alla tivù han detto che la ripresa economica è già iniziata. Comunque è stata una bella serata. L’Ale e la Roxy sono andati ad abitare un po’ in culo ai lupi ma ogni volta che li vedo capisco che non siamo cambiati per nulla. Con loro sto proprio bene. Lui è un tantino invecchiato, non ti sembra?
- …..
- Kia, mi senti?
- …..
- Kia, stai dormendo?
Si, Kia si era addormentata alla grande.
- Volante di merda – sussurra a bassa voce – Siamo rimasti tu ed io. Tu e questo cesso di macchina, tu e i cento chilometri che mi devo fare con due litri di vino in corpo e l’effetto della coca che tra venti minuti sarà andato a farsi fottere.
La periferia estrema della città, che faceva da prologo all’autostrada, era deserta e sinistramente grigia, disegnata da blocchi di cemento che ogni tanto parevano in espansione, come se volessero lievitare a tutti i costi. Sul tratto stradale che conduceva verso la Franciacorta si faceva fatica a contare le sagome di prostitute e travestiti in abiti appariscenti, che quanto meno avevano il pregio di macchiare con colori caldi e brillanti lo squallore della notte. Lui guardò Kia con la coda dell’occhio per essere sicuro che dormisse. Rallentò per osservare meglio un gruppo di nigeriane che parlavano tra loro scambiandosi una sigaretta. Avevano proprio dei fisici tonici, sprizzanti pensieri pornografici da tutti i pori. Guardava un po’ loro un po’ Kia, per paura che si svegliasse cogliendolo con gli occhi spalancati sul viale e quello che aveva l’aria di sembrare un bordello a cielo aperto.
Se mi mollasse domani per scappare col commercialista forse un giro qui verrei a farmelo, pensò fra sé e sé. Poi gli venne in mente che lì in mezzo potesse tranquillamente esserci anche la sua vicina di casa ed inorridì solo al pensiero.
Il vino picchiava in testa sempre di più, entro dieci minuti i suoi recettori cerebrali non avrebbero avuto neanche un millimetro di cocaina da bruciare ed allora sarebbero stati cazzi per rimanere svegli. Superata la rotonda potè notare sullo sfondo della strada l’immensa sagoma di un palazzone con un’enorme scritta incandescente al neon, simile al faro di un porto. – Grand Hotel Brun – bisbigliò tra le labbra appiccicose – Chissà per cosa cavolo sta Brun. Magari sta per bruno nel senso del colore, visto che è nero da far paura. Oppure sta per Bruno, nel senso che il proprietario si chiama Bruno ed è un maledetto megalomane che vuol vedere il suo nome scritto in mezzo alle nubi sulla punta di una specie di grattacielo. Qualunque cosa sia, questo Bruno nella sua vita ha sicuramente fatto qualcosa in più di me. Io un Hotel così non ce l’ho. Non ho neanche un bilocale per mia moglie e mio figlio, figuriamoci un Grand Hotel. Ma vai a farti fottere Bruno.
Gettò ancora lo sguardo verso il bordo della carreggiata, dove i corpi svestiti in vendita non accennavano a diminuire chilometro dopo chilometro. Tolse una mano dal volante ed attaccò ad armeggiare col condizionatore. Voleva spazzare via il velo di condensa che iniziava ad ispessirsi sui vetri e non gli permetteva di cogliere i minimi dettagli delle carni esposte lungo il marciapiede.
- Stai sbandando con la macchina fallito che non sei altro. Smetti di fissare le troie e guarda la strada che in quelle condizioni non ci arrivi vivo a casa!
Non era Kia ad urlare. Dormiva ancora con la testa inclinata ad angolo retto tra collo e finestrino, schiacciata contro la cintura di sicurezza. Sentì provenire quelle parole scandite a perfezione nei meandri del suo cervello dal signor Baricchi Giuseppe, il papà di Kia ormai defunto da un paio d’anni. Non aveva fatto in tempo a conoscerlo bene ma nelle rare occasioni in cui l’aveva incrociato, nonostante fosse già malato, era sempre riuscito ad incutergli un timore palpabile, con quegli occhi incavati in due fessure nere e mollicce che ogni volta sembravano volergli dire stai attento perché se fai del male a mia figlia troverò comunque il modo di torturarti. A dir la verità, quando lo vedeva aveva sempre l’impressione che lo trattasse come uno che gli ha ucciso la figlia appena il giorno prima in maniera cruda e premeditata.
- Signor sì, signor Baricchi – biascicò tenendo stretto il volante e volgendo finalmente la testa in direzione del parabrezza. Però sapeva anche che una volta entrati in autostrada, senza più prostitute da guardare, tenere gli occhi aperti sarebbe stata davvero un’impresa eroica.
- Signor sì, signor Baricchi! – ripetè poggiando la fronte sul volante e scoppiando in una singhiozzante risata – Porterò la sua amata figliola a casa sana e salva come sempre! - E rise ancora senza riuscire a fermarsi, con lo stomaco che dalle contrazioni quasi gli faceva male.Per quanto lo spirito del signor Baricchi aleggiasse rarefatto e angosciato sulla macchina e sulla notte umida, la morte non si spostò dal sedile del passeggero neppure per un secondo.
Marco Amalfitano - Presto andrà meglio
La scarpa destra, modello teenager ribelle con le tasche piene di grana, pigia sull’acceleratore. Sono scarpe che anni fa compravano tutti. Ora oltre ad essere sporche e consumate sono anche fuori moda da un pezzo.
L’orologio sopra il cruscotto segna qualche minuto dopo mezzanotte.
Quelle scarpe lo fanno sembrare ancora più ridicolo, anziché ringiovanirlo pare che rendano i suoi capelli molto più brizzolati, soprattutto se abbinate a jeans scoloriti e graffiati da tagli chirurgici. O almeno questo è il concetto che volevano esprimere le sopracciglia eccessivamente inarcate di sua moglie circa quattro ore prima, mentre si accingeva a premere il tasto 0 nel piccolo ascensore, appoggiata con la schiena contro una delle pareti coperte da specchi e ronzanti faretti luminosi.
Il riverbero generato sui suoi occhiali dal verde opaco dell’orologio elettronico è l’unica nota di colore presente all’interno della vettura.
- Cosa ne pensi di quel sedicente benefattore che ha deciso di pagare la retta per la mensa alle famiglie dei bambini extracomunitari?
Lei allarga le braccia, sfiorando il cambio dell’auto con il polso avviluppato nella manica del giubbino. – Penso che sia proprio uno stronzo. Deve fare il bello a tutti i costi, quello che nella comunità è una spanna sopra gli altri perché ha i danè. Per me può andare affanculo, lui e tutti questi extracomunitari del cazzo. Anche noi siamo senza soldi, se la paga ai neghèr allora la pagasse a tutti la mensa.
- Si, infatti. Che cazzo si crede di fare? Poi bel messaggio che mandiamo. Venite da noi che tanto c’è un megalomane stronzo che paga la mensa ai figli degli immigrati! Credo che qualcuno dovrebbe fargli saltare in aria la macchina, così va a fare l’eroe da un’altra parte. E meno male che quest’anno per lo meno abbiamo votato un sindaco coi controcoglioni.
- Se appena arriviamo a casa sento ancora odore di merda e cibo etnico per le scale giuro che prendo la tanica della benzina, la verso sotto un paio di porte e poi gli dò fuoco. Pensa te se ci dovevano toccare pure dei vicini venuti dal Senegal.
- Che ti devo dire… Appena c’è qualche soldo in più cercheremo un affitto da un’altra parte. Vedrai che presto le cose andranno meglio. Domenica se fa bello andiamo a fare una grigliata al lago? Mi è venuta voglia di una fiorentina al sangue.
- Boh. Si… Basta che ti cambi le scarpe.
- E perché?
- Perché hai trent’anni, non venti. Hai visto com’erano vestiti l’Ale e la Roxy?
- Sembravano due operatori finanziari appena usciti da Wall Street.
- Appunto. L’ultima volta che li abbiamo invitati a cena da noi tu ti sei presentato in ciabatte, con il grembiule da cucina ancora addosso. E io mi sono vergognata come un cane.
- Vabè. Potevi almeno dirmelo subito. Saranno passati tre mesi…
- Spendo i miei stipendi da miserabile per regalarti roba firmata che non metti mai. E’frustrante.
- Volevo solo stare un po’ più comodo.
- Comodo ci puoi stare sul divano. O quando ti siedi sul cesso. Se usciamo di casa non mi va che la gente capisca che facciamo fatica ad arrivare a fine mese. Quindi non farmi più vedere quelle scarpe.
- Hai ragione. Non le metto più.
- Grazie tesoro. Ti amo.
- Anch’io ti amo. Presto le cose andranno meglio, vedrai. Alla tivù han detto che la ripresa economica è già iniziata. Comunque è stata una bella serata. L’Ale e la Roxy sono andati ad abitare un po’ in culo ai lupi ma ogni volta che li vedo capisco che non siamo cambiati per nulla. Con loro sto proprio bene. Lui è un tantino invecchiato, non ti sembra?
- …..
- Kia, mi senti?
- …..
- Kia, stai dormendo?
Si, Kia si era addormentata alla grande.
- Volante di merda – sussurra a bassa voce – Siamo rimasti tu ed io. Tu e questo cesso di macchina, tu e i cento chilometri che mi devo fare con due litri di vino in corpo e l’effetto della coca che tra venti minuti sarà andato a farsi fottere.
La periferia estrema della città, che faceva da prologo all’autostrada, era deserta e sinistramente grigia, disegnata da blocchi di cemento che ogni tanto parevano in espansione, come se volessero lievitare a tutti i costi. Sul tratto stradale che conduceva verso la Franciacorta si faceva fatica a contare le sagome di prostitute e travestiti in abiti appariscenti, che quanto meno avevano il pregio di macchiare con colori caldi e brillanti lo squallore della notte. Lui guardò Kia con la coda dell’occhio per essere sicuro che dormisse. Rallentò per osservare meglio un gruppo di nigeriane che parlavano tra loro scambiandosi una sigaretta. Avevano proprio dei fisici tonici, sprizzanti pensieri pornografici da tutti i pori. Guardava un po’ loro un po’ Kia, per paura che si svegliasse cogliendolo con gli occhi spalancati sul viale e quello che aveva l’aria di sembrare un bordello a cielo aperto.
Se mi mollasse domani per scappare col commercialista forse un giro qui verrei a farmelo, pensò fra sé e sé. Poi gli venne in mente che lì in mezzo potesse tranquillamente esserci anche la sua vicina di casa ed inorridì solo al pensiero.
Il vino picchiava in testa sempre di più, entro dieci minuti i suoi recettori cerebrali non avrebbero avuto neanche un millimetro di cocaina da bruciare ed allora sarebbero stati cazzi per rimanere svegli. Superata la rotonda potè notare sullo sfondo della strada l’immensa sagoma di un palazzone con un’enorme scritta incandescente al neon, simile al faro di un porto. – Grand Hotel Brun – bisbigliò tra le labbra appiccicose – Chissà per cosa cavolo sta Brun. Magari sta per bruno nel senso del colore, visto che è nero da far paura. Oppure sta per Bruno, nel senso che il proprietario si chiama Bruno ed è un maledetto megalomane che vuol vedere il suo nome scritto in mezzo alle nubi sulla punta di una specie di grattacielo. Qualunque cosa sia, questo Bruno nella sua vita ha sicuramente fatto qualcosa in più di me. Io un Hotel così non ce l’ho. Non ho neanche un bilocale per mia moglie e mio figlio, figuriamoci un Grand Hotel. Ma vai a farti fottere Bruno.
Gettò ancora lo sguardo verso il bordo della carreggiata, dove i corpi svestiti in vendita non accennavano a diminuire chilometro dopo chilometro. Tolse una mano dal volante ed attaccò ad armeggiare col condizionatore. Voleva spazzare via il velo di condensa che iniziava ad ispessirsi sui vetri e non gli permetteva di cogliere i minimi dettagli delle carni esposte lungo il marciapiede.
- Stai sbandando con la macchina fallito che non sei altro. Smetti di fissare le troie e guarda la strada che in quelle condizioni non ci arrivi vivo a casa!
Non era Kia ad urlare. Dormiva ancora con la testa inclinata ad angolo retto tra collo e finestrino, schiacciata contro la cintura di sicurezza. Sentì provenire quelle parole scandite a perfezione nei meandri del suo cervello dal signor Baricchi Giuseppe, il papà di Kia ormai defunto da un paio d’anni. Non aveva fatto in tempo a conoscerlo bene ma nelle rare occasioni in cui l’aveva incrociato, nonostante fosse già malato, era sempre riuscito ad incutergli un timore palpabile, con quegli occhi incavati in due fessure nere e mollicce che ogni volta sembravano volergli dire stai attento perché se fai del male a mia figlia troverò comunque il modo di torturarti. A dir la verità, quando lo vedeva aveva sempre l’impressione che lo trattasse come uno che gli ha ucciso la figlia appena il giorno prima in maniera cruda e premeditata.
- Signor sì, signor Baricchi – biascicò tenendo stretto il volante e volgendo finalmente la testa in direzione del parabrezza. Però sapeva anche che una volta entrati in autostrada, senza più prostitute da guardare, tenere gli occhi aperti sarebbe stata davvero un’impresa eroica.
- Signor sì, signor Baricchi! – ripetè poggiando la fronte sul volante e scoppiando in una singhiozzante risata – Porterò la sua amata figliola a casa sana e salva come sempre! - E rise ancora senza riuscire a fermarsi, con lo stomaco che dalle contrazioni quasi gli faceva male.Per quanto lo spirito del signor Baricchi aleggiasse rarefatto e angosciato sulla macchina e sulla notte umida, la morte non si spostò dal sedile del passeggero neppure per un secondo.
Premio "Provincia cronica" (III edizione - sezione racconti)
Enzo Alfretti - L'ultimo viaggio
Bruno arrivò sudato e stanco dai campi e sulla soglia di casa si trovò faccia a faccia col medico. Nessuno dei due si aspettava d’incontrare l’altro. L’imbarazzo durò solo un attimo perché il dottore era un tipo che, anche nelle situazioni più ingarbugliate, trovava il modo di scivolar via tra le mani come un’anguilla.
«Oh, Bruno, ti devo rimproverare. Tua moglie sta male e tu vai a zonzo senza curarti di lei.»
«Ero al lavoro… non immaginavo…»
«La poveretta ha una terribile emicrania. Meno male che passavo da queste parti.»
«Eh già, meno male.»
Bruno non aveva dimestichezza con quel raffinato strumento del pensiero che è la dialettica; ciò lo metteva in sudditanza psicologica di fronte al dottore, che invece la padroneggiava benissimo. Patetica ingenuità di contadino, per il quale quell’uomo istruito era più duttile di mente, più astuto e quindi temibile. Sopravvalutandolo troppo finiva per subirlo.
Eppure Bruno lo sapeva¸ come lo sapeva tutto il paese, che le troppo frequenti emicranie di Maddalena erano sospette. Lui lo capì per ultimo, come spesso accade in questi casi. Tornava un giorno in anticipo per via d’un temporale che sentì dei lamenti in casa. «Che Maddalena stia male?», pensò preoccupato.
Stava più che bene. Dalla porta appena socchiusa ne vedeva la testa sobbalzare ritmicamente sul divano. Ad ogni sobbalzo un mugolìo e i suoi capelli biondi sembravano colpiti da uno sbuffo d’aria. Del dottore intravvedeva il cranio stempiato solcato da vasi sanguigni rigonfi e contorti. Ogni mugolìo era per Bruno una frustata bruciante come una scottatura. Stette imbambolato fino agli ultimi rantoli rabbiosi e si allontanò di soppiatto allorchè i due si accasciarono di fianco come schiantati da un fulmine. Non disse nulla, non fece nulla. Tutta la sua reazione consistette nel togliere il saluto al dottore.
Che l’ideale di Maddalena non fosse quello di santa Maria Goretti non era una novità. L’avevano fatta sposare a lui proprio perché, non essendo un esempio di preclara virtù, era rimasta a corto di estimatori. Però non intendeva rimanere ostaggio delle sindromi accumulate dal marito nella sua vita repressa e meschina.
Pochi giorni dopo, mentre Bruno ruminava in silenzio la sua minestra amara, Maddalena sbottò:
«Il nostro dottore se ne va; ha ottenuto una condotta in città.»
Bruno pareva non aver sentito, ma dentro di sé faceva le capriole di gioia.
«Vado con lui.»
Tonfo. Silenzio opprimente. Bruno le scrutava i lineamenti con apprensione, illudendosi disperatamente di cogliere un sorriso liberatorio che contraddicesse il gelo dell’atteggiamento; magari una battuta del tipo: «Scherzavo, stupidone! Ci hai creduto?» Invece niente. Una settimana dopo il dottore e Maddalena stiparono le valigie in macchina e partirono, meta una grande e opulenta condotta in città ed una nuova vita.
Bruno avrebbe potuto urlare le proprie ragioni, tentare di fermarla, minacciare; invece non riusciva ad essere abbastanza in collera per farlo. Anzi, con la rassegnazione dei deboli, pensò d’esser lui la causa di tutto.
Rimasto solo, iniziò a comportarsi in modo eccentrico. Tralasciò di mutar d’abito e di lavarsi fino a puzzare come un caprone. Si nutrì a pane, salame e frutta di stagione; in seguito si concesse di ammorbidire il pane con un goccio di vino perché nel frattempo era rimasto senza denti. Preso da una singolare indolenza, soleva indugiare seduto sul gradino della porta di casa, la mente assorta ad immaginare la differenza fra il suo remoto angolino di provincia e la città sconosciuta.
Una sera di fine estate si stava godendo la brezza dopo una giornata afosa. Gli parve di vedere, in fondo alla strada, una figura scura che avanzava. Era il profilo confuso d’un uomo alto e stempiato. Bruno trasalì: man mano che la figura avanzava, i contorni delineavano la sagoma inconfondibile del dottore.
Quando gli fu di fianco sorrise beffardo e si tuffò in casa passando attraverso il muro. Bruno rimase un attimo attonito, incerto fra l’assurdità della visione e la sua concretezza. Poi si concentrò su quel sorriso enigmatico e non ebbe dubbi: era venuto a fottergli la moglie. Afferrò un badile, piombò all’interno ed a colpi di fendente devastò ogni stanza. Se qualcuno fosse stato in casa probabilmente l’avrebbe ucciso a badilate. Allorché fu convinto d’aver messo in fuga il rivale ripose l’arma e si calmò. La devastazione testimoniò inequivocabilmente ai vicini la sua follia.
Tempo dopo, mentre stava falciando il prato, da dietro un albero e senza il minimo rumore, un uomo d’alta statura avanzò e gli passò accanto senza degnarlo d’attenzione. Quando fu davanti alla porta si voltò e fece il gesto del manico dell’ombrello. Bruno gettò la falce, si precipitò addosso al dottore, perché adesso lo vedeva chiaramente ch’era quel maledetto, e tempestò di pugni e calci la porta fino a farsi sanguinare le mani.
Una volta che l’andarono a trovare, investì i parenti di insulti e di minacce. Stavano per voltare i tacchi in tutta fretta quando si accorsero che non parlava a loro, ma a qualcuno che stava dietro. Inutile aggiungere che non c’era nessuno: bisticciava con la propria allucinazione.
Era ormai autunno. Bruno era sdraiato sotto le coperte, fissando il soffitto. Aveva il mal di testa cronico e sonnecchiava sperando invano un bel sonno ristoratore. Provò a tenere gli occhi chiusi, ma non c’era modo di addormentarsi. Aveva la sgradita sensazione di una presenza estranea. All’una dopo mezzanotte accese la luce e si alzò per andare a bere un bicchier d’acqua. Fu allora che lo vide. Sbattè le palpebre un paio di volte. C’era una figura scura, di spalle, seduta proprio in fondo al letto. Gli occhi di Bruno s’illuminarono e gli scappò un singulto isterico: aveva colto sul fatto l’amante di sua moglie. Si alzò di scatto, ma non appena fu in piedi l’intruso era sparito.
Diventò sempre più scorbutico e misantropo. Mal sopportava il contatto con la gente e ad ogni modo la gente non era entusiasta di stabilire contatti. Infine tagliò i ponti col mondo intero. Le rare volte che passava per la strada principale, i cani lo ricorrevano abbaiando. Desistevano solo dopo che qualche calcio ben assestato ne aveva sollevati alcuni da terra; allora si limitavano a ringhiare col pelo dritto sulla schiena.
Per i ragazzi diventò un passatempo andare a vedere Bruno che aspettava il dottore. Talvolta lo canzonavano, al grido di: «Il dottore, il dottore! Eccolo, attento che arriva!»
Gli adulti li sgridavano perché era imprudente schernire quell’uomo nel cui cervello le rotelle non giravano per il verso giusto. Però non manifestò mai alcuna aggressività verso i ragazzi. Stava seduto sul gradino della porta di casa, armato di vanga o di badile, come un assediato pronto a rintuzzare l’assalto di un nemico insidioso.
Ad un certo punto prese ad apparecchiare per due. Per chi? Per il signor Domenico, naturalmente. Il signor Domenico era il padrone della pusion. Bruno era soltanto un povero fittavolo. Ma ora il padrone, non avendo eredi, aveva deciso di lasciare la proprietà a Bruno che la meritava perché era un galantuomo e un gran lavoratore, puntuale nel pagare l’affitto: l’undici di novembre, cascasse il mondo, Bruno era lì coi soldi sull’unghia. Nessuna meraviglia che avesse ereditato la roba: la misericordia premia sempre gli uomini meritevoli. Così s’ingegnava in superbe imbandigioni con i manicaretti preferiti del signor Domenico. Che poi quei manicaretti giacessero inutilmente nel piatto era una cosa che non turbava Bruno più di tanto; come irrilevante era il fatto che il signor Domenico fosse morto da più di vent’anni.
Adesso sarebbe andato da Maddalena e le avrebbe detto:« Sono il padrone!» E lei sarebbe tornata, poco ma sicuro. Chissà che faccia, quel miserabile mediconzolo. Chissà che bocca da pesce lesso nel trovarsi davanti un agiato possidente. Magari avrebbe chiesto scusa, avrebbe invocato pietà, ma Bruno l’avrebbe trattato con freddezza; forse l’avrebbe addirittura schiaffeggiato. No, schiaffeggiato no: un gentiluomo non può sporcarsi le mani. Non che non lo meritasse, però un signor padrone non doveva abbassarsi a tanto. Tuttavia gliele avrebbe cantate a quel pidocchioso strizzabudella; ah, se gliele avrebbe cantate! E Maddalena in lacrime che invocava il perdono avrebbe coronato il suo trionfo.
Bisognava andare in città a recarle la buona novella. Restituita agli animali domestici una libertà inattesa e raccolte poche cose in uno zaino, partì senza indugio. Sfortunatamente il Creatore si era divertito a disseminare quei monti delle asperità orografiche più disordinate e astruse. Cammina in su, in giù, di qua, di là, Bruno perse completamente il senso dell’orientamento. Ammesso che l’avesse avuto.
Avanzando dunque a casaccio, il giorno dopo si trovò sul greto del Po. Era sfinito. Gli facevano male i piedi costellati di vesciche, gli facevano male gli occhi accecati dal riverbero del sole. Non aveva messo in conto un ostacolo del genere. Però la città doveva essere appena al di là del fiume, non c’erano dubbi. Gli parve d’intravvedere la massa disordinata delle abitazioni. In preda all’impazienza, prese a saltellare per alzar la visuale oltre la barriera dei pioppi. Quei movimenti bruschi avevano intorbidito l’acqua. Bruno parve sconcertato.
«Sto sporcando l’acqua! Che schifo, non si potrà più bere. Bisogna pulire…»
Tratto di tasca un cencio lurido, prese a sfregare la superficie dell’acqua con delicatezza.
«Non voglio che Maddalena pensi che sono uno sporcaccione. Non voglio che dica:” Bruno, insozzi tutto quel che tocchi.”»
Aveva già l’acqua al ginocchio. Nell’ultimo sprazzo di lucidità del suo cervello morente si rese conto d’aver di fronte un ostacolo arduo. Eppure bisognava andare oltre. Che difficoltà c’era? Aveva pur guadato il Canapone, quella volta che era in piena e che tutti gli gridavano: «Bruno, non farlo! Bruno, sei matto!» Invece lui, coi trampoli, era riuscito ad attraversare il Canapone in piena; quello sì che era un corso d’acqua pericoloso, non come questo, che pareva una pozzanghera stagnante. Però non aveva con sè i trampoli. Rimase un attimo perplesso. Poi ricordò una cosa che gli aveva raccontato suo padre, riguardo il periodo di guerra.
Gli aveva detto che era sfollato in città per sfuggire ai rastrellamenti della Sicherheit e stava appunto sulla sponda d’un fiume. Un panzer tedesco in ritirata aveva puntato dritto nella corrente ed era scomparso quasi del tutto tra i flutti. La gente applaudiva perché era convinta che il fiume sarebbe stato la tomba del carro e dei suoi occupanti. Incredibilmente la torretta era riemersa gorgogliando e i cingoli s’erano inerpicati con un’inclinazione impossibile sulla riva opposta. Bruno avrebbe fatto altrettanto: puntando dritto nella corrente sarebbe risalito sull’altra riva. Bastavano piede fermo e coraggio.
Camminò deciso verso il Po, ondeggiando ed affondando sempre più, gli occhi fissi sull’altra sponda. Vide Maddalena sull’argine che l’aspettava a braccia aperte; solo che sembrava sospesa in aria. Bruno sorrise. « Andiamo a casa! », le disse. Invece ci andò da solo: alla sua ultima casa. Per un attimo si videro i capelli castani ondeggiare a pelo d’acqua e avanzare verso il gorgo, poi il fiume si rinchiuse sopra di lui.
Il sole è alto e fa tremare l’aria nella calura estiva. I rintocchi ovattati delle campane del duomo chiamano alla Messa. Voci di bambini, lontano. Una gran calma. Tutto è al suo posto, tutto è tranquillo. Maddalena, fasciata in un tailleur nero che vale una cifra di parecchi zeri, s’incammina lenta verso chiesa. Siede in prima fila affinchè le amiche possano invidiare il taglio esclusivo del suo abitino firmato. Confessa i suoi peccati e si pente d’averli commessi. Il sincero pentimento durerà per tutta la cerimonia e forse addirittura fino a sera. Il resto della settimana lo passerà ad accumulare quei peccati che le saranno assolti la domenica successiva. Non sa che il suo Bruno non c’è più. Tanto non gliene importa nulla.
Enzo Alfretti - L'ultimo viaggio
Bruno arrivò sudato e stanco dai campi e sulla soglia di casa si trovò faccia a faccia col medico. Nessuno dei due si aspettava d’incontrare l’altro. L’imbarazzo durò solo un attimo perché il dottore era un tipo che, anche nelle situazioni più ingarbugliate, trovava il modo di scivolar via tra le mani come un’anguilla.
«Oh, Bruno, ti devo rimproverare. Tua moglie sta male e tu vai a zonzo senza curarti di lei.»
«Ero al lavoro… non immaginavo…»
«La poveretta ha una terribile emicrania. Meno male che passavo da queste parti.»
«Eh già, meno male.»
Bruno non aveva dimestichezza con quel raffinato strumento del pensiero che è la dialettica; ciò lo metteva in sudditanza psicologica di fronte al dottore, che invece la padroneggiava benissimo. Patetica ingenuità di contadino, per il quale quell’uomo istruito era più duttile di mente, più astuto e quindi temibile. Sopravvalutandolo troppo finiva per subirlo.
Eppure Bruno lo sapeva¸ come lo sapeva tutto il paese, che le troppo frequenti emicranie di Maddalena erano sospette. Lui lo capì per ultimo, come spesso accade in questi casi. Tornava un giorno in anticipo per via d’un temporale che sentì dei lamenti in casa. «Che Maddalena stia male?», pensò preoccupato.
Stava più che bene. Dalla porta appena socchiusa ne vedeva la testa sobbalzare ritmicamente sul divano. Ad ogni sobbalzo un mugolìo e i suoi capelli biondi sembravano colpiti da uno sbuffo d’aria. Del dottore intravvedeva il cranio stempiato solcato da vasi sanguigni rigonfi e contorti. Ogni mugolìo era per Bruno una frustata bruciante come una scottatura. Stette imbambolato fino agli ultimi rantoli rabbiosi e si allontanò di soppiatto allorchè i due si accasciarono di fianco come schiantati da un fulmine. Non disse nulla, non fece nulla. Tutta la sua reazione consistette nel togliere il saluto al dottore.
Che l’ideale di Maddalena non fosse quello di santa Maria Goretti non era una novità. L’avevano fatta sposare a lui proprio perché, non essendo un esempio di preclara virtù, era rimasta a corto di estimatori. Però non intendeva rimanere ostaggio delle sindromi accumulate dal marito nella sua vita repressa e meschina.
Pochi giorni dopo, mentre Bruno ruminava in silenzio la sua minestra amara, Maddalena sbottò:
«Il nostro dottore se ne va; ha ottenuto una condotta in città.»
Bruno pareva non aver sentito, ma dentro di sé faceva le capriole di gioia.
«Vado con lui.»
Tonfo. Silenzio opprimente. Bruno le scrutava i lineamenti con apprensione, illudendosi disperatamente di cogliere un sorriso liberatorio che contraddicesse il gelo dell’atteggiamento; magari una battuta del tipo: «Scherzavo, stupidone! Ci hai creduto?» Invece niente. Una settimana dopo il dottore e Maddalena stiparono le valigie in macchina e partirono, meta una grande e opulenta condotta in città ed una nuova vita.
Bruno avrebbe potuto urlare le proprie ragioni, tentare di fermarla, minacciare; invece non riusciva ad essere abbastanza in collera per farlo. Anzi, con la rassegnazione dei deboli, pensò d’esser lui la causa di tutto.
Rimasto solo, iniziò a comportarsi in modo eccentrico. Tralasciò di mutar d’abito e di lavarsi fino a puzzare come un caprone. Si nutrì a pane, salame e frutta di stagione; in seguito si concesse di ammorbidire il pane con un goccio di vino perché nel frattempo era rimasto senza denti. Preso da una singolare indolenza, soleva indugiare seduto sul gradino della porta di casa, la mente assorta ad immaginare la differenza fra il suo remoto angolino di provincia e la città sconosciuta.
Una sera di fine estate si stava godendo la brezza dopo una giornata afosa. Gli parve di vedere, in fondo alla strada, una figura scura che avanzava. Era il profilo confuso d’un uomo alto e stempiato. Bruno trasalì: man mano che la figura avanzava, i contorni delineavano la sagoma inconfondibile del dottore.
Quando gli fu di fianco sorrise beffardo e si tuffò in casa passando attraverso il muro. Bruno rimase un attimo attonito, incerto fra l’assurdità della visione e la sua concretezza. Poi si concentrò su quel sorriso enigmatico e non ebbe dubbi: era venuto a fottergli la moglie. Afferrò un badile, piombò all’interno ed a colpi di fendente devastò ogni stanza. Se qualcuno fosse stato in casa probabilmente l’avrebbe ucciso a badilate. Allorché fu convinto d’aver messo in fuga il rivale ripose l’arma e si calmò. La devastazione testimoniò inequivocabilmente ai vicini la sua follia.
Tempo dopo, mentre stava falciando il prato, da dietro un albero e senza il minimo rumore, un uomo d’alta statura avanzò e gli passò accanto senza degnarlo d’attenzione. Quando fu davanti alla porta si voltò e fece il gesto del manico dell’ombrello. Bruno gettò la falce, si precipitò addosso al dottore, perché adesso lo vedeva chiaramente ch’era quel maledetto, e tempestò di pugni e calci la porta fino a farsi sanguinare le mani.
Una volta che l’andarono a trovare, investì i parenti di insulti e di minacce. Stavano per voltare i tacchi in tutta fretta quando si accorsero che non parlava a loro, ma a qualcuno che stava dietro. Inutile aggiungere che non c’era nessuno: bisticciava con la propria allucinazione.
Era ormai autunno. Bruno era sdraiato sotto le coperte, fissando il soffitto. Aveva il mal di testa cronico e sonnecchiava sperando invano un bel sonno ristoratore. Provò a tenere gli occhi chiusi, ma non c’era modo di addormentarsi. Aveva la sgradita sensazione di una presenza estranea. All’una dopo mezzanotte accese la luce e si alzò per andare a bere un bicchier d’acqua. Fu allora che lo vide. Sbattè le palpebre un paio di volte. C’era una figura scura, di spalle, seduta proprio in fondo al letto. Gli occhi di Bruno s’illuminarono e gli scappò un singulto isterico: aveva colto sul fatto l’amante di sua moglie. Si alzò di scatto, ma non appena fu in piedi l’intruso era sparito.
Diventò sempre più scorbutico e misantropo. Mal sopportava il contatto con la gente e ad ogni modo la gente non era entusiasta di stabilire contatti. Infine tagliò i ponti col mondo intero. Le rare volte che passava per la strada principale, i cani lo ricorrevano abbaiando. Desistevano solo dopo che qualche calcio ben assestato ne aveva sollevati alcuni da terra; allora si limitavano a ringhiare col pelo dritto sulla schiena.
Per i ragazzi diventò un passatempo andare a vedere Bruno che aspettava il dottore. Talvolta lo canzonavano, al grido di: «Il dottore, il dottore! Eccolo, attento che arriva!»
Gli adulti li sgridavano perché era imprudente schernire quell’uomo nel cui cervello le rotelle non giravano per il verso giusto. Però non manifestò mai alcuna aggressività verso i ragazzi. Stava seduto sul gradino della porta di casa, armato di vanga o di badile, come un assediato pronto a rintuzzare l’assalto di un nemico insidioso.
Ad un certo punto prese ad apparecchiare per due. Per chi? Per il signor Domenico, naturalmente. Il signor Domenico era il padrone della pusion. Bruno era soltanto un povero fittavolo. Ma ora il padrone, non avendo eredi, aveva deciso di lasciare la proprietà a Bruno che la meritava perché era un galantuomo e un gran lavoratore, puntuale nel pagare l’affitto: l’undici di novembre, cascasse il mondo, Bruno era lì coi soldi sull’unghia. Nessuna meraviglia che avesse ereditato la roba: la misericordia premia sempre gli uomini meritevoli. Così s’ingegnava in superbe imbandigioni con i manicaretti preferiti del signor Domenico. Che poi quei manicaretti giacessero inutilmente nel piatto era una cosa che non turbava Bruno più di tanto; come irrilevante era il fatto che il signor Domenico fosse morto da più di vent’anni.
Adesso sarebbe andato da Maddalena e le avrebbe detto:« Sono il padrone!» E lei sarebbe tornata, poco ma sicuro. Chissà che faccia, quel miserabile mediconzolo. Chissà che bocca da pesce lesso nel trovarsi davanti un agiato possidente. Magari avrebbe chiesto scusa, avrebbe invocato pietà, ma Bruno l’avrebbe trattato con freddezza; forse l’avrebbe addirittura schiaffeggiato. No, schiaffeggiato no: un gentiluomo non può sporcarsi le mani. Non che non lo meritasse, però un signor padrone non doveva abbassarsi a tanto. Tuttavia gliele avrebbe cantate a quel pidocchioso strizzabudella; ah, se gliele avrebbe cantate! E Maddalena in lacrime che invocava il perdono avrebbe coronato il suo trionfo.
Bisognava andare in città a recarle la buona novella. Restituita agli animali domestici una libertà inattesa e raccolte poche cose in uno zaino, partì senza indugio. Sfortunatamente il Creatore si era divertito a disseminare quei monti delle asperità orografiche più disordinate e astruse. Cammina in su, in giù, di qua, di là, Bruno perse completamente il senso dell’orientamento. Ammesso che l’avesse avuto.
Avanzando dunque a casaccio, il giorno dopo si trovò sul greto del Po. Era sfinito. Gli facevano male i piedi costellati di vesciche, gli facevano male gli occhi accecati dal riverbero del sole. Non aveva messo in conto un ostacolo del genere. Però la città doveva essere appena al di là del fiume, non c’erano dubbi. Gli parve d’intravvedere la massa disordinata delle abitazioni. In preda all’impazienza, prese a saltellare per alzar la visuale oltre la barriera dei pioppi. Quei movimenti bruschi avevano intorbidito l’acqua. Bruno parve sconcertato.
«Sto sporcando l’acqua! Che schifo, non si potrà più bere. Bisogna pulire…»
Tratto di tasca un cencio lurido, prese a sfregare la superficie dell’acqua con delicatezza.
«Non voglio che Maddalena pensi che sono uno sporcaccione. Non voglio che dica:” Bruno, insozzi tutto quel che tocchi.”»
Aveva già l’acqua al ginocchio. Nell’ultimo sprazzo di lucidità del suo cervello morente si rese conto d’aver di fronte un ostacolo arduo. Eppure bisognava andare oltre. Che difficoltà c’era? Aveva pur guadato il Canapone, quella volta che era in piena e che tutti gli gridavano: «Bruno, non farlo! Bruno, sei matto!» Invece lui, coi trampoli, era riuscito ad attraversare il Canapone in piena; quello sì che era un corso d’acqua pericoloso, non come questo, che pareva una pozzanghera stagnante. Però non aveva con sè i trampoli. Rimase un attimo perplesso. Poi ricordò una cosa che gli aveva raccontato suo padre, riguardo il periodo di guerra.
Gli aveva detto che era sfollato in città per sfuggire ai rastrellamenti della Sicherheit e stava appunto sulla sponda d’un fiume. Un panzer tedesco in ritirata aveva puntato dritto nella corrente ed era scomparso quasi del tutto tra i flutti. La gente applaudiva perché era convinta che il fiume sarebbe stato la tomba del carro e dei suoi occupanti. Incredibilmente la torretta era riemersa gorgogliando e i cingoli s’erano inerpicati con un’inclinazione impossibile sulla riva opposta. Bruno avrebbe fatto altrettanto: puntando dritto nella corrente sarebbe risalito sull’altra riva. Bastavano piede fermo e coraggio.
Camminò deciso verso il Po, ondeggiando ed affondando sempre più, gli occhi fissi sull’altra sponda. Vide Maddalena sull’argine che l’aspettava a braccia aperte; solo che sembrava sospesa in aria. Bruno sorrise. « Andiamo a casa! », le disse. Invece ci andò da solo: alla sua ultima casa. Per un attimo si videro i capelli castani ondeggiare a pelo d’acqua e avanzare verso il gorgo, poi il fiume si rinchiuse sopra di lui.
Il sole è alto e fa tremare l’aria nella calura estiva. I rintocchi ovattati delle campane del duomo chiamano alla Messa. Voci di bambini, lontano. Una gran calma. Tutto è al suo posto, tutto è tranquillo. Maddalena, fasciata in un tailleur nero che vale una cifra di parecchi zeri, s’incammina lenta verso chiesa. Siede in prima fila affinchè le amiche possano invidiare il taglio esclusivo del suo abitino firmato. Confessa i suoi peccati e si pente d’averli commessi. Il sincero pentimento durerà per tutta la cerimonia e forse addirittura fino a sera. Il resto della settimana lo passerà ad accumulare quei peccati che le saranno assolti la domenica successiva. Non sa che il suo Bruno non c’è più. Tanto non gliene importa nulla.
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