30 gennaio 2005

Lorenza Negri - Le tante vite di una bibliotecaria

Premio letterario 'Provincia cronica' prima edizione
Lorenza Negri - Le tante vite di una bibliotecaria

Fuori si sta scatenando un furioso temporale. Io al sicuro, protetta dai vetri della finestra, osservo la sua forza dirompente nella staticità della natura che non si lascia sopraffare.
Anche dentro di me c’è un temporale, e i tuoni sono i pensieri che nel mio cervello provocano lampi di consapevolezza che illumina la scena madre. Chi sono? Cosa sto facendo? Perché? Boh. Non lo so: So solo che vivo. Ogni giorno e ogni notte, è un’altra vita.
Oggi come sempre ho scritto a casa. Ho raccontato come vivo la mia vita quotidiana in biblioteca.-Dolce tenera Marina- è così che mi vedono le mie colleghe; non riescono a essere aggressive o invidiose con me: le intimidisce la mia gentilezza e arrendevolezza.
Del resto, in questo luogo mi è naturale, essere cosi: sia nel comportamento sia nel rigoroso modo di vestire. Anche gli abiti che indosso riflettono questo sentire. Mi vesto con colori e tessuti morbidi, leggeri, dai colori tenui,o tailleur dal taglio rigoroso che poco lasciano alla fantasia.
Qui preferisco passare inosservata, cerco di nascondermi anche dietro la pesante montatura degli occhiali, da riposo. I capelli li porto raccolti stretti sulla nuca in uno chignon stretto per non far sfuggire neppure una ciocca.
Mi muovo lentamente, armoniosamente, quasi sfiorando il pavimento, come fanno le ballerine nelle antiche danze russe. Rispondo alle domande delle persone sorridendo e con cortesia. Sono contenta di poterle aiutare a trovare il libro o l’autore che cercano.
Mi sento gioiosamente frenetica e creativa, solo quando compongo la vetrina dei libri della settimana con un argomento particolare. Cerco e trovo tutto ciò che riguarda il tema scelto, sotto tutti i punti di vista, e ho cura di disporre i libri con criteri di importanza ma anche di formato e colori. Perché anche la vista vuole la sua parte.
Questo è il mio modo di liberare la fantasia e la creatività. So che è poco, ma è molto piacevole e poi mi permette di sognare. Mi piace questo ambiente e ci sto molto bene. Qui c’è tanto silenzio, tutto è soffuso, le luci, i suoni, i dialoghi, i pensieri.
L’unico frastuono permesso è il desiderio di conoscere. Si avverte nell’aria, nei mille e più libri raccolti sugli scaffali e negli occhi delle persone che vengono a cercarlo. Anch’io l’aspiro con voluttà e m’inebrio, mi regala un leggero ma piacevole stordimento che mi pacifica con il mondo, con il suo ritmo esasperato, che non mi appartiene.
E’ qui che trovo le risposte a domande ancora da fare, a pensieri che illuminano strade, ancora da percorrere, stimoli e curiosità infinite.
Questa è la vita che mi piace vivere, ogni giorno che il cielo illumina l’alba, nella biblioteca della piccola cittadina di provincia.
Ma appena scende l’oscurità, una energia sconosciuta mi sale dal profondo e mi trasforma e divento un’altra che si chiama Francesca. E’ bello essere e sembrare tante donne diverse. Nessuna personalità è un monolite. A volte può essere un abito che sottolinea, chiarisce perfino, le diverse sfaccettature dell’io. E’ il bellissimo gioco dei ruoli e dell’identità. Giocare con gli abiti può essere divertente, persino liberatorio.
Allora, quando sono Francesca, sciolgo i capelli che come un onda dorata e vaporosa si posano sulle spalle che si rialzano mettendo in mostra i seni impudenti, il corpo snello che si distende sensuale e sinuoso. Mi tolgo gli occhiali che non mi servono più e, gli occhi scintillano al pensiero di ciò che mi aspetta. Anche il viso si rilassa, lasciando una dolce espressione civettuola. Lo specchio mi riflette l’immagine di una bellissima ragazza, prorompente di vita. Finalmente è giunta l’ora per le passioni, rimaste in fremente attesa.
La mente è concentrata su immagini astratte, mentre la mano scopre il quadro in attesa di essere finito. L’osservo con occhio critico e la mano è già con il pennello sui colori. L’ansia creativa mi pervade senza limiti. Il tempo scorre veloce. Ma, lo squillo del telefono mi scuote e mi riporta alla realtà. -E’già, mi aspettano. La notte mi vuole. Anch’io la voglio.-
Eccomi sono pronta. Mi guardo allo specchio, sono soddisfatta dell’immagine che vedo. Però, è stato difficile scegliere cosa indossare, non sapevo chi volevo diventare stasera.
Non sapevo se indossare la giacca di volpe con la camicia in tulle di seta cangiante e shorts, oppure lo spencer in velluto di seta con maniche a sbuffo, e il dolcevita con i fuseaux, abbinandoli alla cintura a morsetto in metallo, e stivali, tutto in nero. Ma poi ho deciso che stasera sarei stata la donna fatale, con indosso un miniabito rosso fuoco a taglio impero in chiffon di seta plissè con fascia di raso a contrasto e scarpe con tacco a spillo. Uno splendore!
Essere una perfetta fashion è entusiasmante, ma molto difficile. Ci vuole molto impegno per crearsi il proprio stile per essere unica. A volte, compro anche tre paia di scarpe dello stesso modello, perché voglio essere l’unica nei dintorni con lo stesso numero che le porta. Appena le vedo su di una rivista le ho già ordinate in qualche sito internet, oppure chiamo tutti i rivenditori di quella marca per verificare la disponibilità del colore e numero. So che devo agire con tempestività e molto anticipo per essere la prima che indossa quel capo in quella stagione, magari anche con più varianti di colore. Tutto ciò senza che si possa giustificare il reale utilizzo. L’importante è essere l’unica, la speciale. Essere la più guardata, additata, ammirata, imitata. Anche stanotte sarò la più bella, la meglio vestita, la star.
Non mi vesto per cambiare la mia vita o me stessa, ma per esprimere un mutamento che c’è già stato. Per dire qualcosa di me di diverso. A volte ho dei momenti di insicurezza: allora non c’è nessun vestito, colore, modello, che mi esprima davvero. Allora dico:- non ho nulla da mettermi-, ma significa solo che qualcosa non va. Che in quel momento non mi piaccio più, che sono confusa. Gli abiti che ho amato ieri non mi rappresentano più. Significa che sto cambiando. Scegliendo un vestito, scelgo nuovamente un pezzetto d’identità.
Quando rientro sono felicemente esausta, è stata un’altra notte fantastica, ho conosciuto persone specialissime, interessanti. Chissà dove andremo insieme, dove mi porteranno questi incontri, cos’altro mi faranno vivere di stupendo. Sono accesa, eccitata, ho voglia di raccontare le cose splendide che mi sono accadute. Ma il sonno mi trascina dolcemente con sé.
Domani è un altro giorno.
La luce si diffonde lentamente e colora la camera con il chiarore dell’alba, sento un cinguettio primaverile, un profumo di caffè mi stuzzica le narici. L’allegro gorgoglio di un ruscello di montagna, mi ricorda che è tutto finto: è solo la sveglia speciale che mi ha regalato la mamma, per darmi un buon risveglio e consolarmi della lontananza. Noi siamo molto amiche, ma ci teniamo a distanza, siamo troppo diverse, ma c’è molta gentilezza, oltre che infinito affetto. Io posso raccontarle solo una delle mie vite, perché non so se capirebbe.
Guardo fuori, il temporale è cessato, l’aria è tersa e profuma di primavera. Mi sento leggera e ho voglia di sognare, come al solito.
Mi cattura sempre più spesso un sogno o è un’ energia che mi pervade?
Sono Gloria, viaggio continuamente per il mondo, in tante città, luoghi bellissimi che da sempre ho desiderato visitare. Ci sono molte persone che sono pazientemente in fila per entrare nella libreria, per avere la mia firma su mio libro appena uscito. Partecipo spesso alla presentazione di film che hanno tratto dai miei libri. Incontro personaggi importanti. Ricevo premi prestigiosi di letteratura. Sono piacevolmente incredula e felice. Vivo tutto con estrema emozione e stupita per gli inattesi e meravigliosi doni che la cornucopia della fortuna mi sta rovesciando addosso.

Ma una profonda tristezza mi ruba il sorriso dal volto, mi sento ingrata, tutto questo e queste meravigliose vite non hanno senso; perché desidero e più di ogni altra cosa l’atto più creativo che esiste.
Desidero dare alla luce una creatura. Voglio piccole mani che si affidano alle mie, ansiose di conoscere il mondo. Voglio vedere occhi stupiti di tutto ciò che è vita. Voglio lanciare la mia vita come freccia verso l’universo infinito.
E’ questo il sogno più bello, fatto con la consapevolezza della vera vita che desidero.
Con Marina, dolce deriva sul mare della serenità.
Con Francesca pura energia vitale.
Con Gloria che crea emozioni.
O chissà quale altra me, che ancora non conosco.

29 gennaio 2005

Maria Maddalena Monti - Tanto ormai

Premio letterario 'Provincia cronica' prima edizione
Maria Maddalena Monti - Tanto ormai

Il racconto è stato rimosso su esplicita richiesta dell'autrice

28 gennaio 2005

Gianroberto Viganò - Dalle risaie ai vigneti

Premio letterario 'Provincia cronica' prima edizione
Gianroberto Viganò - Dalle risaie ai vigneti


Un secco toc-toc alla porta della stanza mi fece svegliare di soprassalto. Era ora di alzarsi. Mi infilai le ciabatte per avvicinarmi all’uscio. Rassicurai l’albergatore che avevo sentito il segnale di sveglia e che con Marchetti, mio compagno di squadra nonché di camera per l’occasione, sarei sceso a far colazione di lì a poco.
L’iniziativa di prenotare un albergo per evitare una levataccia era partita dal nostro direttore sportivo, il buon Carpineti, che aveva pianificato questa trasferta per darci modo di partecipare ad una gloriosa classica per dilettanti del ciclismo piemontese.
Da parte nostra, non eravamo per nulla contenti di trascorrere il Sabato sera lontani da casa in uno sperduto hotel a due stelle del Novarese, ma Carpineti, un po’ facendo la voce grossa, un po’ decantando il prestigio della gara, ci convinse.
Prima di vestirmi, detti uno scrollone a Marchetti, che dormiva ancora beatamente.
“Luca, svegliati. Sono le 7.”
“Le 7? E’ ancora l’alba”. Sbuffò, rigirandosi nelle lenzuola.
“Forza, in piedi! Il Capo è già pronto e ci aspetta nella hall per la colazione.”
La parola Capo, che per Marchetti identificava Carpineti, lo smosse dal letto.


La nostra squadra, l’Unione Ciclistica Ceredo, aveva mezzi modesti ed era composta da quattro ragazzotti di belle speranze: Silvestro Vanotti, Fabio Zanzottera, Luca Marchetti e da me, Paolo Sedaboni.
Vanotti era un lungagnone bergamasco, una sorta di armadio a due ante, alto quasi due metri. Faceva l’operaio in un’azienda metalmeccanica delle sue parti e, grazie ai turni, riusciva ad allenarsi.
Era buono come il pane, anche se un po’ ingenuo.Vedeva il ciclismo come un’opportunità per affrancarsi dal lavoro in fabbrica, sperando un giorno in un buon ingaggio. La sua idea fissa era di finire sulle cronache sportive dell’Eco di Bergamo e portava con sé un album, dove in modo maniacale ritagliava tutti gli articoli, che riportavano un suo timido allungo, un suo oscuro piazzamento nei primi venti o la sua compartecipazione ad una fuga di scarso interesse.
Zanzottera aveva un paio di anni in più ed era un velocista tutto pepe. Era soprannominato il “Rogna”, perché ogni sprint di paese, ogni banalissimo traguardo volante per un prosciutto o una bottiglia di vino era un’ottima occasione per venire alle mani con qualcuno. Non era un amante della bicicletta, ma correre era un pretesto per evitare di lavorare nel panificio del padre, il quale invece viveva di pane, per professione, e ciclismo, per passione.
Marchetti era il ragazzo con cui avevo stretto maggior amicizia e, fra noi quattro, era sulla carta il più talentuoso. Nelle categorie giovanili aveva vinto parecchio, ma non aveva la testa del corridore. Amava buttare tutto in burla e lo consideravamo il mattacchione del gruppo.
Carpineti, che era stato un mediocre professionista degli anni ’70, prendeva estremamente sul serio il suo ruolo di direttore sportivo, mentre Marchetti con i suoi comportamenti gli ricordava che eravamo solo quattro ragazzi con tanta voglia di vivere.
Fra i due si era instaurato un rapporto di odio-amore: Marchetti chiamava Carpineti “Capo” e quest’ultimo gli aveva affibbiato il nomignolo “Tiraculo”.
Infine c’ero io. Non è mai semplice descrivere se stessi. Diciamo che avevo trascorsi come lupetto, come componente della compagnia teatrale della parrocchia e come terzino destro della Milanesiana, insomma, al di là di qualche buon risultato in gare con arrivo in salita, un ragazzo con tante esperienze lasciate a metà per poter pensare di diventare seriamente un buon ciclista.
A dirigere questi valenti alfieri dell’Unione Ciclistica Ceredo vi era il più volte citato Bonifacio Carpineti, rappresentante di articoli casalinghi, il quale accettava ogni Domenica il martirio di sopportare i nostri alterni risultati per l’infinito amore verso le due ruote.
Il nostro direttore sportivo era un personaggio, un’autentica sagoma. Era un omino grassoccio con le calvizie celate da un ardito riporto, sempre ben curato, e con i pantaloni sostenuti da un paio di bretelle di colore diverso in funzione dell’umore.
Nel ritiro invernale in Liguria, prima della stagione agonistica, passava serate e serate a tormentarci con i suoi racconti e le sue sfide, in parte vere e per la gran parte inventate con i vari Baronchelli, con i fratelli Algeri, con i Turrini ed i Vattelapesca.
Mentre Carpineti s’infervorava nelle sue narrazioni, Vanotti restava estasiato, Zanzottera leggeva Alan Ford ed io dormivo ad occhi aperti. Marchetti invece, sornione come un coccodrillo a caccia della preda, faceva finta di nulla, immagazzinando date ed episodi per l’occasione più opportuna.
Una sera, perso fra i suoi vagheggiamenti e forse agevolato da qualche bicchiere di Vermentino, Carpineti esagerò propinandoci autentiche banalità per alte strategie ciclistiche.
Il tema del suo delirio era la richiesta d’assistenza: “Se devo parlare con uno di voi in corsa, darò due colpi di clacson, così scivolerete in coda al gruppo per alzare la mano. A quel punto, il giudice di gara mi darà il permesso di affiancarvi.”
Vanotti era a bocca aperta, Zanzottera sbadigliava annoiato, mentre a Marchetti s’illuminavano gli occhi.
“Scusi, Capo”, intervenne. “Non aveva forse detto che Lei perse la Coppa Imperia del 1978 perché si defilò in coda al gruppo scambiando il colpo di clacson di una vettura qualsiasi per quello della sua ammiraglia?”
“Beh…Sì…Con questo?” Balbettò Carpineti.
“Propongo di dotare la nostra vettura di una tromba con qualche motivetto originale per distinguerla dalle altre.” Disse con fare convinto l’infido Marchetti.
Preso alla sprovvista, Carpineti trovò la proposta geniale ed acconsentì.
Il giorno seguente la nostra macchina non aveva più un normale clacson, bensì il motivetto della Cucaracha e così diventammo in breve tempo lo zimbello di tutte le società ciclistiche lombarde.
Non pago di questo piccolo successo, Marchetti meditava di consumare l’intera vendetta e, dopo le prime pedalate dell’allenamento pomeridiano, alzò improvvisamente il braccio destro.
Carpineti si avvicinò incuriosito con l’ammiraglia, sporgendosi dal finestrino; “Che c’è? Hai forato?”
“No, stavo semplicemente facendo una prova di chiamata d’assistenza.”


Finita la colazione, lasciammo l’albergo per dirigerci al ritrovo della gara. Il paese era un piccolo borgo agricolo e la Domenica mattina pareva più assonnato di Marchetti.
Ritirammo i numeri e firmammo il foglio di partenza, per poi effettuare la consueta riunione tecnica per studiare il percorso ed assegnare i compiti.
Carpineti con la sua tipica parlata lodigiana spianava tutte le z in s: “L’inisio da Parussaro ad Asti è piatto come un biliardo, poi si entra nelle Langhe e cominciano le salite. Si tratta di strappi brevi, ma secchi, di quelli che fan male. L’arrivo è in cima a La Morra, però è inutile che vi spieghi dov’è, perché per voi La Morra e San Giacomo Caduto in Mare sono la medesima cosa. Il circuito finale è da ripetere due volte, quindi, se sarete ancora in gara, studierete l’arrivo nel corso del primo passaggio.”
Le sue spiegazioni, benché tradissero poca fiducia nei nostri confronti, erano sempre colorite, ma efficaci; “Vanotti si occuperà di annullare gli attacchi nel tratto di pianura, Sansottera farà le volate per i traguardi volanti, Marchetti cercherà di entrare nelle fughe inisiali, mentre Sedaboni, che è il meno scarso in salita, curerà il finale.”
Sul programma stampato dall’organizzazione vi era riprodotto il percorso della gara con particolare evidenza al circuito conclusivo, che suonava come una cantilena “La Morra, Novello, Dogliani, Serralunga, Pollenzo, La Morra”.
L’altimetria del finale sembrava il cardiogramma di un cuore impazzito.
Dalle mie parti le salite oramai le conoscevo metro per metro. L’erta verso il Santuario della Madonna del Ghisallo era per me un libro aperto: il primo tratto di salita finisce a Longone, nei pressi della casa di Carlo Emilio Gadda. In quel punto uno sbiadito cartello turistico giallonero indica che mancano dieci chilometri alla vetta. Al lago del Segrino la strada spiana ed è il momento di rifocillarsi, poi si supera il pavè di Canzo, la stazione di Asso, la galleria di Valbrona e, quando la strada costeggia la chiesa romanica di Sant’Alessandro con il suo bel campanile, cominciano le danze. Alla croce di Barni la strada s’impenna sotto i pedali, si entra in Magreglio e, dopo una leggera curva a destra nella strettoia in paese, bisogna dar tutto in apnea fino alla chiesetta.
Ebbi una felice intuizione. Presi dalla cassetta dagli attrezzi un paio di forbici ed il nastro adesivo trasparente. Ritagliai dal volantino l’altimetria del finale, ricavandone una strisciolina di carta da applicare sulla pipa del manubrio.
Vanotti mi chiese le forbici e imitò la mia operazione, mentre Zanzottera con ghigno sardonico lo canzonava: “Silvestro, questa corsa si chiama “Dalle risaie ai vigneti”, ma il menu riservato a noi due prevede il primo senza alcolici.”
Vanotti scrollò le spalle e sistemò la cartina, che sulla pipa del suo manubrio pareva piccina, piccina.


Il ciclista che si prepara alla gara è come un cavaliere prima di un torneo medievale. Vi è una liturgia tramandata da generazioni e generazioni di corridori; la vestizione, il foglio di carta sotto la maglia per proteggersi dall’aria, i panini al latte con la marmellata avvolti nella stagnola, la preparazione della borraccia, i massaggi con l’olio canforato, il controllo della pressione dei tubolari ed infine il riscaldamento per verificare che tutto sia a posto.
Questi momenti di attesa in vista della partenza mi sono sempre piaciuti. Senti che l’adrenalina ti pervade e non vedi l’ora che il mossiere abbassi la bandierina per scaricare la tensione con un paio di pedalate.
A dire il vero, era oramai metà Settembre e le gare di fine stagione ricordano gli ultimi giorni di scuola; la voglia è poca e si pensa a fare progetti per il futuro.
Una volta preso il via, Marchetti ed io stavamo placidamente in coda al gruppo a commentare la settimana di vacanza al mare concessaci da Carpineti. Discutevamo dei nostri progetti dopo la maturità e Marchetti mi parlava della patente appena acquisita. Si lagnava del fatto che il padre non lo lasciava guidare da solo e che neppure Carpineti si fidava a concedergli la vettura-ammiraglia nei trasferimenti, preferendogli Zanzottera.
Si pedalava ad andatura tranquilla ed il gruppo occupava l’intera sede stradale. Dovevamo percorrere un lungo rettilineo che si perdeva nell’orizzonte, mentre a destra e a sinistra eravamo circondati dalle risaie, che erano tinte di biondo in attesa della raccolta.
Non era un paesaggio monotono, perché vi era un continuo svolazzare di uccelli sopra le nostre teste. Anzi, per chilometri e chilometri non si vedeva anima viva, e i volatili nelle risaie erano gli unici spettatori. Erano incuriositi dal passaggio di questo serpentone multicolore, che si snodava o appallottolava in funzione degli scatti e dei rallentamenti.
Marchetti, che seguiva il padre nelle battute di caccia dalle parti di Barengo, fungeva da Cicerone: “Guarda là un airone cenerino! Guarda lì una nitticora!”
La nostra divagazione ornitologica fu interrotta dal suono della Cucaracha. Carpineti, nonostante i rimbrotti della giuria, si era portato in coda al gruppo per sbraitare al nostro indirizzo: “Voi due!!! Tè? Caffè? Pasticcini? Tiraculo, vai avanti a combinare qualcosa di buono!”
Marchetti borbottò qualcosa d’incomprensibile e si mise a risalire il gruppo sulla destra per portarsi nelle prime posizioni, mentre io restavo in coda secondo le consegne.
Riflettevo sull’esito della maturità, sulla voglia di iscrivermi all’Università e soprattutto se continuare a gareggiare o meno.
In sella ad una bicicletta mi era sempre risultato più facile pensare. Era un modo di rilassarmi, dandomi l’opportunità di estraniarmi dal contesto. Per questo motivo accettavo a vent’anni di osservare una vita quasi monacale a differenza di tanti miei coetanei.
Un cartello indicava l’entrata in provincia di Vercelli.
In Piemonte i temporali hanno un gran rispetto per le competenze territoriali, difatti, lasciato alle spalle il bel tempo, dopo qualche timida goccia seguì un forte scroscio.
Alzai la testa, oltre la sagoma del gruppo davanti a me, e vidi in lontananza un piccolo centro. Secondo la cartina, poco più avanti vi era un traguardo di paese ed era compito di Zanzottera impegnarsi per la volata.
In vista dello sprint, la velocità aumentava progressivamente, sinchè superammo il punto dov’era posto il premio e scorsi sulla sinistra, in un fossato, Zanzottera con l’acqua fino alle caviglie che imprecava contro tutto e tutti.
Mi portai avanti e chiesi a Marchetti cos’era successo. “Niente, il solito Rogna. Sgomita-tu che sgomito-io ed alla fine l’hanno buttato in un canale.”


Altro cartello, altra provincia ovvero Asti, ed il sole ritornava a far capolino, asciugando noi poveri ciclisti che sembravamo tanti anatroccoli bagnati.
Nel torpore generale dieci atleti, fra i quali nessuno dell’Unione Ciclistica Ceredo, presero il largo. Li vedevamo davanti a noi guadagnare terreno, prima venti secondi, poi trenta, quaranta ed infine erano diventati un puntino lontano ed indistinguibile.
“Qui si mette male. Ho la brutta sensazione che quelli in fuga li rivediamo solo all’arrivo”, commentò preoccupato Marchetti. “Mi immagino già il Capo… Oggi fra l’altro ha le bretelle rosse e non è buon segno.”
“Che si fa?” Gli chiesi.
“Ho un’idea.”
Marchetti affiancò Vanotti e cominciarono a parlottare in modo fitto, dopodichè il gigante orobico, come un toro impazzito, cominciò a smanettare col cambio alla ricerca del massimo rapporto, guadagnando la prima posizione in testa al gruppo.
Con le sue potenti leve ci mise tutti in fila indiana ed ad ogni chilometro il plotone si assottigliava perdendo qualche elemento, mentre i battistrada vedevano ridursi inesorabilmente il loro vantaggio.
Alle porte di Asti, Vanotti poneva termine al tentativo dei dieci.
“Ma cosa gli hai detto per scatenare questa reazione?” Domandai incuriosito.
“Nulla…”, sghignazzò Marchetti. “Ho riferito al nostro Silvestro che alla partenza avevo sentito che vi era l’inviato del Corriere Novarese e che la cronaca della gara sarebbe stata riportata nella pagina nazionale dello sport dell’Eco di Bergamo.”
“Sei certo? Mi pare una panzana.”
“Difatti.”


La piatta linea dell’orizzonte era sostituita da placide colline ed una rapida occhiata al percorso mi indicava che, superato il ponte sul Tanaro, avremmo incontrato le prime vere asperità.
All’inizio del primo passaggio, nel tratto in salita verso La Morra, Marchetti ed altri due allungavano.
Vanotti all’imbocco della salita ciondolava in mezzo alla strada come l’ultimo dei mammuth, che sentiva sulle sue spalle tutto il peso della sua specie in estinzione. In breve tempo si staccò dal gruppo.
Per quanto mi riguardava, mi sentivo bene, ma dovevo gestirmi.
Nei momenti di massimo sforzo, ciascun corridore si concentra a modo suo ed i metodi sono i più bizzarri. C’è chi, per restare concentrato, guarda i dorsali degli avversari e scompone le cifre in numeri primi. C’è chi conta mentalmente le pulsazioni o le pedalate al minuto.
Io non faccio tutto questo, io dialogo con la fatica. E’ una compagna fedele ed inseparabile di noi ciclisti. Puoi avere cinque minuti di vantaggio o di ritardo, ma l’unica certezza è la sua presenza. Questa mia amica oggi mi aveva dato appuntamento sulle prime rampe verso La Morra e mi aspettava per darmi consiglio con la sua flebile vocina: “Calma, Paolo. Tranquillo. Non rispondere a tutti gli scatti. Hai davanti Marchetti in fuga. Lascia lavorare gli altri. Controlla il respiro. Cambia rapporto. Pedala agile.”


Durante lo scollinamento, superavo una maglia gialla, una maglia azzurra, una maglia verde, poi un’altra maglia azzurra.
In cima al paese la gente ci incitava, ci spronava a riprendere i tre, segnalando che erano vicini. Per gli adulti avevamo pochi secondi di ritardo, mentre per i bambini, che tendono ad ingigantire tutto, il passivo era incolmabile.
Al contagiri vi era un omino che percuoteva un campanaccio più grande di lui per segnalare l’inizio dell’ultima tornata.
Alla caccia dei primi eravamo rimasti una quindicina e si cominciava la picchiata in discesa verso la Statale in mezzo ai vigneti. La strada verso il fondovalle presentava qualche tornante a gomito, ma era sostanzialmente pedalabile.
Il gruppo degli inseguitori, di cui facevo parte, dava una caccia spietata ai tre di testa.
Il vantaggio scemava poco a poco e nel frattempo si ricominciava a salire verso l’arrivo. Gli ampi tornanti in mezzo ai vigneti consentivano ai tre di vedere noi inseguitori e viceversa. Si consumava così un lento, logorante braccio di ferro.
Dai, Marchetti. Tieni duro. Non mollare. Smettila di voltarti. Guarda avanti.

I fuggitivi erano a vista e me ne stavo coperto in quarta-quinta posizione, sfruttando la scia in attesa degli eventi. All’ultimo chilometro i tre erano oramai ripresi ed una maglia rossa scattò come una saetta sulla destra, superando Marchetti e gli altri due. La fatica ritornava a parlarmi: “Vai, Paolo. Alzati dalla sella. Scatta. Accodati. Bravo, stagli a ruota. Sfrutta la scia. Aspetta gli ultimi duecento metri per superarlo. Ecco. E’ il momento. Adesso, a tutta!!!”
L’arrivo non lo ricordo più. So solo che fui abbracciato da un sacco di persone, fra questi il Rogna e Vanotti, e Carpineti che saltava dall’euforia, mentre il suo riportino ballonzolava in modo incontrollabile.
La gioia era tanta e dopo la premiazione si decise di festeggiare, cenando in una trattoria a Monforte d’Alba a spese di Carpineti. Fra brindisi e risate, decisi che avrei corso anche l’anno seguente, perché non mi potevo perdere questa banda di matti.
Marchetti nel contempo aveva architettato l’ennesima bravata e, dopo aver fatto ubriacare sia Carpineti che Zanzottera, prese le chiavi dell’auto guidando fino a casa accompagnati dall’ inconfondibile suono della Cucaracha.

23 gennaio 2005

'Ascolti emergenti'

The Marigold - Erotomania **
Probabilmente hanno fatto il passo più lungo della gamba, ma almeno ci hanno provato. Dopo tre demo, gli abruzzesi Marigold arrivano al long play e le aspettative sono elevatissime visto il produttore Amaury Cambuzat, leader di Ulan Bator e Faust, (suona in Mercury) e la presenza di ospiti illustri come Umberto Palazzp in Dogma. Lo stile è un mix tra noise (strizzatine d'occhio ai Sonic Youth), richiami anni ottanta e sonorità dilatate alla Ulan Bator. Il risultato è a corrente alternata: si passa da episodi ottimi come Mercury o Voices, ad altri un po' carenti A simple reflex to the light, in cui la stella polare sembra essere stata smarrita tra suoni caotici e forzatamente ricercati. Nel complesso il lavoro è comunque discreto, con punte di eccellenza (). Terremo d'occhio le evoluzioni. Giovanna Oceania


Samideani - Feed me with love **/
Feed me with love è un disco da ascoltare ovunque... perché qualsiasi posto tu scelga per farlo, non sarà quello in cui rimarrai. I Samideani fanno propria e portano avanti la lezione e l’esperienza di gruppi, che tra gli ’80 e i ’90, (The Jesus and Mary Chain e My Bloody Valentine, per citarne alcuni) si ispirarono, anche e soprattutto, alle geniali sperimentazioni dei Velvet Underground. Immergendo melodie pop e ninnananne oniriche in uno strato denso di rumori e distorsioni, i Samideani danno vita a canzoni tanto malinconiche, quanto placide e trasognanti. Il tutto procede assieme ad un canto che sembra provenire da lontano, caldo ed assolutamente evocativo. E’ pop sporco, distorto, dall’attitudine rock’n roll e psichedelica. Una musica che procede densa, fatta di chitarre che si cercano, si trovano, s’intrecciano per riempire tutto.
Tell me why, è una grande e overture, seguita dalla tenue Am I Deceving myself, una canzone velata da una profonda, ma sottile malinconia. E arriva poi Pop Song, una canzone in bilico fra la desolazione di non essere salvi da nulla, soprattutto da se stessi (ahimè.. ndr) e la voglia di lasciarsi andare in tutto ciò che di buono ci rimane… Feed me with love è un punto d’equilibrio fra opposti: fra rumore e melodicità, fra malinconia e serenità. Il tutto è calibrato in modo intelligente e raffinato, senza mai strafare e mantenendo un’originalità propria.
Ascoltateli. Che mettiate gli occhiali da sole o chiudiate gli occhi non importa, ciò che conta è che liberiate la mente e seguiate musica, voce e parole. Oppure, lasciatevi semplicemente trascinare via. Erika Gigli


Carneìgra - Santinsaldo ****
Raffinati e adulti i Carneìgra presentano il loro secondo disco Santinsaldo: si tratta di un elegante mix di cantautorato e musica popolare ispirata alla tradizione italiana, ma che ha il pregio di non prendersi troppo sul serio. Una formula azzeccata che trova nei pezzi più ritmati ed ispirati alle radici della tradizione (rispetto a quelli intimisti) la formula vincente, con piacevoli inserti di strumentali quali fiati, viole, violini (c’è anche l’ukulele), oltre alla base acustica composta da chitarra classica, batteria, contrabbasso, fisarmonica e voce. I brani da segnalare Nss, Notte, Temperature. Nella stralunata Un milione poi il cantante Emiliano Nigi sottolinea con amara ironia la non facile situazione della discografia domandandosi “cosa resterà di noi”? Che la soluzione venga dal download gratuito (il disco si può scaricare da www.carneigra.it). I temi affrontati nell’album sono comunque molto sfaccettati: le difficoltà del nostro Paese, i migranti (Nss), la memoria storica (Strazzema)… La musica di matrice popolare riesce a cogliere le sfumature, l’attimo, adattando i singoli pezzi al contesto in cui vengono eseguiti, è forse questo il principale pregio di una band che pur non presentando slanci di particolare originalità creativa riesce a scaldare i cuori assai meglio del bicchiere di vino a cui i Carneìgra si fa riferimento in più di un pezzo. La copertina del disco è disegnata dal pittore Luca Bellandi. r.co.

Luca Olivieri - La quarta dimensione *
Compositore e strumentista Luca Olivieri propone La quarta dimensione un disco di dodici brani strumentali a cavallo tra new age, colonna sonora e sagre di paese. Il lavoro vede la partecipazione di numerosi ospiti tra i quali Mario Arcari e alcuni componenti degli Yo Yo Mundi. Poco brioso (il florilegio di strumenti utilizzati si appiattisce un po' dietro le basi di tastiera) il disco presenta il difetto principale della lunghezza. La fine sembra non arrivare mai, ma forse questa è una provocazione voluta (?!), visto che la quarta dimensione rappresenta proprio il fattore temporale. Se qualcuno mai volesse approfondire www.lucaolivieri.eu. g.oc.

E.Drunks - Con tutto l'amore del mondo **
Ognuno di noi ha un suo particolare metodo di trasmettere malessere e inquietudine. Gli E.Drunks, dall’operoso nord est italiano, hanno scelto di farlo mescolando punk, sintetizzatori, chitarre impulsive che solo di tanto in tanto concedono un respiro. Con tutto l’amore del mondo è il loro primo disco, buono, specie nel trasmettere le sensazioni di una gavetta fatta di tanti live sanguigni e sudati. Quale sia il messaggio, al di là di questa sensazione di inquietudine furiosa ed imperante, non si riesce bene a comprenderlo: i testi non sono certamente protagonisti del disco e le parole accompagnano la melodia come semplici comprimarie di un cut-up imprevedibile che a tratti si avvicina al non-sense. L’utilizzo dei sintetizzatori è a volte molto opportuno (Nuda) a volte in eccesso (L’altra faccia di Madonna). Il disco è stato prodotto dalla band con il supporto di Michele Scatena che ha curato il mixaggio di quasi tutti i brani. Con tutto l’amore del mondo può dire la sua, in particolare a livello di carica emotiva, le sonorità necessiterebbero di qualche cesellatura in più. g.oc.