Premio letterario 'Provincia cronica' prima edizione
Roberto Gennaro - Le fate tramandano
Venticinque anni, l’età giusta per staccarsi dall’unità familiare, dalle coccole di mamma, dai tempi di papà. Il lavoro andava piuttosto bene, le provvigioni sulla vendita e sulla locazione degli immobili in quei tempi di fervido mercato mi consentivano una solida tranquillità economica. In cinque anni di case ne avevo girate un sacco, e mentre le visitavo per il mandato o quando, successivamente, accompagnavo un potenziale acquirente, mi veniva naturale proiettare una mia ambientazione domestica in quei luoghi. Mi immedesimavo in un io a misura di quegli ambienti, come se fossero proprio quelli deputati ad accogliere il mio futuro nido. Il paragone con la vita vissuta con i genitori era altrettanto inevitabile, e fino al giorno galeotto in cui visitai la mansarda di vicolo Givello l’agio familiare l’ebbe vinta.
Accompagnavo una coppia di studenti della facoltà di Architettura, erano i primi di settembre e il loro vecchio padrone di casa li aveva cacciati per riaffittare l’appartamento ad un cugino della moglie. Pagavano la pigione in nero, senza un contratto da far valere le parole contavano ben poco. Avevano preferito non inveire contro di lui né piangersi addosso, risolvendosi a trovare al più presto, prima dell’inizio delle lezioni autunnali, un luogo in cui trasferirsi, magari comodo alla sede della facoltà. Avevo ricevuto il mandato per locare la mansarda del civico 5 di via Givello da una signora anziana che vi aveva abitato per cinquantasei anni. La salute e le gambe malferme non le consentivano di affrontare i lunghi e stretti rampanti delle scale più di una volta al giorno, e spesso era costretta a farsi portare la spesa a domicilio. Pressata dai figli, si era risolta a trasferirsi vicino alla dimora della più grande, un appartamento a piano terra in riviera, comodo a mezzi e servizi.
C’era stato un principio di battibecco tra noi: le avevo prospettato l’idea di vendere l’immobile per trarne benefici maggiori e più rapidi. Peraltro, ciò facendo, avrei ottenuto una provvigione più cospicua. Aveva replicato seccamente che la casa, eredità di sua nonna, non era vendibile finché lei fosse stata in vita. Successivamente i figli avrebbero disposto come più confaceva loro. Accettai il mandato per la locazione, fissai il mio compenso a trattative completate e le dissi che l’avrei chiamata quanto prima per portare potenziali affittuari a vedere la casa.
Pochi giorni dopo mi trovai con i due universitari davanti al vecchio portone dell’edificio, verniciato con uno smalto verde brillante che palesava l’insufficiente carteggiatura del sottostante antico rivestimento. Suonai alla signora, avvertita in precedenza, e salimmo quegli interminabili gradini in ardesia. Erano talmente consumati dall’usura da essere arrotondati sulla testa della pedata. In discesa si sarebbe dovuto prestare molta attenzione a non scivolare e mentre mi arrampicavo mi figuravo la proprietaria che affrontava quel cimento da così tanti anni, ogni santo giorno.
La mansarda era costituita da un soggiorno con cucina, una camera matrimoniale, una cameretta più piccola ed un minuscolo bagno. L’ambiente era ordinato e profumato, quell’odore di candeggina e sapone di Marsiglia di cui sono intrisi i pavimenti in mattonelle di cemento dei palazzi più vecchi del centro storico.
Notai che il soggiorno era illuminato da una porta finestra, chiesi il permesso alla signora e l’aprii, scoprendo un abbaino versante su un’ampia terrazza. La vista sul mare dominò i miei sensi, rapiti e catturati dalla luce del sole che era quasi al suo apice, erano le 11.30. La terrazza era contenuta dalle mura degli edifici adiacenti. Sui due lati contrapposti, più alti del suo livello di un piano, si scorgevano le ardesie di copertura degli altri tetti.
Un osservatorio tra un nido di tegole, quasi fosse l’obiettivo di un regista alla ricerca dell’inquadratura perfetta sul fronte del porto e più in là, verso l’orizzonte. Sconcertato per quello scorcio visivo, la percezione successiva fu il rapido cambiamento olfattivo, un nuovo profumo che si sostituì a quello delle cose pulite. Intenso, ma delicato. Sfiorava i sensi, avvicinandosi lento e poi scuotendoli violentemente. Attirava l’attenzione, distratta dalla vista sul mare. Direzionai il mio naso verso la fonte di quel profumo. Nell’angolo sinistro della ringhiera della terrazza vidi una pertica ed un tralcio sul quale era abbracciata una pianta che pareva rampicante, dai fiori violacei, un poco avvizziti. S’inerpicava affondando le radici in una grossa conca zincata riempita di terriccio, per metà incastrata nel solaio della terrazza.
Cercai nei gangli della memoria un nome per quella pianta, alle elementari avevamo organizzato un erbario e…sì! “Glicine!!” esclamai convinto, voltandomi verso la signora ed i ragazzi. Lei scoppiò in una risata ragazzina, e fece “Oh mondo, oh mondo!!” rovesciando il suo sorriso nella mia vergogna. Avevo toppato alla grande, lo riconobbi a me stesso e risi a mia volta, per contagio. “Giovane ragazzo di città!” interruppe la signora, “Quello non è glicine, anche se fa parte di quella famiglia di piante” continuò. “Probabilmente sei stato tratto in inganno dalla pertica”, cercò di giustificarmi, e mi spiegò che a differenza del glicine quella non era una pianta rampicante, era stata legata al tralcio da sua nonna che l’aveva trapiantata in quel luogo e di cui si era presa cura ogni giorno, per tutta la vita. Lei stessa l’aveva ereditata e se ne era presa regolarmente cura per tutti quegli anni. La potava periodicamente perché non si espandesse lateralmente offuscando la vista sul mare e non superasse il livello del tetto adiacente. La ringraziai per la spiegazione e a quel punto tanto valeva chiederle quale fosse il nome di quella pianta dal profumo di miele. “È Lillà, giovanotto. Syringa Vulgaris, o più semplicemente Lillà”. Compiaciuto dall’identificazione, il pensiero ritornò sulle sensazioni provate su quella terrazza. I clienti mi fecero cenno di scendere, salutammo la signora e rientrammo in agenzia. Mi dissero che l’appartamento era vecchio e scomodo. Non vollero sapere nemmeno la richiesta di pigione, li portai a vedere un altro appartamento del mio portafoglio trattative e concludemmo su quest’ultimo.
La sera, rientrando dai miei, mi figurai il tramonto visto da quella terrazza. Cambiai la mia vita nello spazio di pochi minuti, presi la decisione che tanto avevo rimandato e pochi giorni dopo affrontai il trasloco nella nuova mansarda. Trasportai solo le necessità personali, i mobili sarebbero rimasti in luogo, la proprietaria non aveva intenzione di tenerseli. Forse, nella sua concezione, essi erano casa quanto i muri dell’abitazione. Concludemmo il contratto, triennale. Dopo aver firmato la signora cavò dalla borsa due mazzi di chiavi, me le porse e sorrise. Non una risata come quella di simil derisione dovuta al misunderstanding sul nome della pianta, che ancora ricordavo. Questo era un sorriso compiacente, come quelli che le persone fanno quando sanno di aver agito seguendo il karma, sulla rotta del sentiero tracciato da un dito del destino nelle vicende umane. “Abbia cura del lillà” si premurò di dirmi, “è un esemplare molto antico e dà profumo e gioia nella misura in cui riceve”.
Faticai non poco ad abituarmi alla vita da single. Dopo un periodo di rodaggio raggiunsi ritmi di vita accettabili e mi organizzai in modo da non dover praticare le scale troppe volte in un giorno solo. Imparai a scenderle al volo, la paura di scivolare passò una volta constatata la misura delle alzate ed adeguato il ritmo di discesa. Comprai un divano da esterni, lo incastrai nel lato sinistro della terrazza, contro la pianta di Lillà, i cui petali sfiorivano lentamente decorando l’ecru del rivestimento in tessuto. La sera, fino a quando le temperature l’avevano concesso, ero solito sedermi sul divano a leggere uno dei libri della mia riserva. Ad ovest, destra della terrazza, il sole calava, ogni giorno sempre più vicino.
L’autunno era ormai inoltrato, il Lillà completamente sfiorito.
Passò l’inverno, più caldo di quelli passati, non nevicò neppure una volta. Gli affari stagnavano, la solita pausa dei mesi freddi. Il mercato si sarebbe ripreso al ritorno delle belle giornate più miti.
Una volta alla settimana andavo a cena dai miei, ma la loro non era più casa mia. Non sentivo più mie quelle stanze, quei profumi. Vedere i miei genitori era piacevole, ma tiravo un sospiro lungo dopo aver corso le scale ed aperto la porta della mia mansarda.
Verso la fine di febbraio, la mattina, facendo colazione, presi l’abitudine di monitorare la pianta di Lillà. Avevo cercato di curarmene sistematicamente, annaffiandola con regolarità e potando le appendici più lunghe nei tempi di luna calante, come mi aveva suggerito la padrona di casa. Volevo scorgere fin dal primo giorno il progredire della prossima fioritura.
Vidi le prime gemme diventare grappoli, poi la pianta si inebriò e fu il pieno sbocciar di colori e profumi. All’inizio della primavera la terrazza divenne un tripudio sensoriale, mi dava un equilibrio interiore ed una centratura rispetto all’universo mai provati prima di allora.
Il ventiquattro di marzo compii venticinque anni, festeggiai con una pizzata tra amici, poi ci trasferimmo in un locale a Levante. Passai il resto della serata a colloquiare con una ragazza di bell’aspetto, conosciuta su presentazione di uno dei miei amici. Discorsi saltellanti, briosi, ci scoprimmo nello spazio di poche ore, ed entrambi percepimmo quell’alchimia che albeggia solo quando due anime sole riflettono la stessa luce.
Mi offrii di accompagnarla a casa, abitava nell’entroterra. All’imbocco dell’autostrada cambiò idea: “Portami da te”.
Facemmo l’amore a lungo, traendo un piacere estatico e calmo, come il caos delle passioni fugaci e leggere, ma intrise dalla complicità di chi si conosce da molto ed usato tempo. Non riuscii ad addormentarmi. Poco prima dell’alba mi alzai dal letto ed andai alla finestra del soggiorno, l’aprii e uscii sulla terrazza.
Dopo tanti tramonti era giusto concedersi un’alba e il mattino successivo all’amore pareva dipinto a misura e compimento del piacere.
Un bacio sfiorato sulla spalla, si era alzata anche lei. Mi abbracciò da dietro intrecciando le dita sul mio petto e si appoggiò con la guancia contro la mia, ancora ispida di barba.
Sorse il sole, come un pulcino dal guscio uscì dal mare fradicio, poi si asciugò nel sereno, all’inizio dell’arco di quel giorno.
Fu ancora amore, sul divano esterno, sotto al Lillà.
Mi resi conto che in tutta la serata e la notte precedente avevo conosciuto tutta la sua pelle e soppesato compiacente le sue emozioni, fuse con le mie nell’istmo di sogno della perfetta identità, eppure non mi sovveniva il suo nome.
Lo percepivo fuggevole, un’eco lontana venuta dal mare, lo sentivo come conosciuto da lungo tempo, sicuro per i miei sensi come fosse un profumo già amico, di casa.
Glielo chiesi,con il timore di chi si appresta ad un ricordo.Mi rispose, con un bacio sussurrato a fior delle mie labbra: “Serenella"
21 gennaio 2005
20 gennaio 2005
Gerardo Pedicini - Quel lontano mattino del 18 giugno 1918
Premio letterario 'Provincia cronica' prima edizione
Gerardo Pedicini - Quel lontano mattino del 18 giugno 1918
Dopo un continuo metti e togli, finì per scegliere una vesticciuola di cotone a righini bianchi e blu. Le linee orizzontali del carré la facevano apparire più in carne di quanto in verità non fosse. Per accentuare le rotondità dei fianchi, si strinse a più non posso la cinta in vita. Dopo essersi in lungo e in largo ammirata nello specchio, tutta contenta si disse: «Ora sì. Può andare.»
Appena la vide spuntare sulle scale, Emilio le disse:
«Dove credi di andare vestita in pompa magna?»
«A Benevento! Perché non si vede?» gli fece subito eco lei; e, per evitarsi nuove punzecchiature, salì sulla carrozzella, sistemandosi all’ombra del mantice. Il viso le ardeva come fuoco.
Alla partenza mancava solo Alessandro. Era ancora su, in cucina, con la mamma. Finalmente apparve sulle scale ma non si decideva a scendere. Da giù Emilio gli disse: «Che aspetti? È tardi.» Quando fu sulla soglia del portone, Alessandro si fermò a fissare ogni angolo del cortile. Era sul punto di piangere. Emilio gli andò vicino, e: «Su, su, dai. Eugenio aspetta da un’ora.» Alessandro alzò lo sguardo verso la finestra della cucina. Era chiusa. Mamma Maria Giovanna non se l’era sentita di affacciarsi.
La carrozzella incominciò lentamente a muoversi. Ad ogni intoppo delle ruote, il pianale traballava. Andò avanti così finché non si fu sulla provinciale. Qui, le ruote presero a scivolare leggere sulla carreggiata alzando rasenti nuvolette di polvere che subito scomparivano nell’aria di vetro di quel lontano mattino del 18 giugno 1918.
Si filava tra una distesa di campi di grano, macchiati qui e là da terrazze di viti e da fitti querceti che salivano verso la montagna. Nella piana, dopo la pioggia del giorno prima, il verde splendente dei pioppi si stringeva intorno alla linea serpeggiante del fiume e sembrava sovrastare la marea di granturco, interrotta dai tetti di sperdute masserie.
Fino al bivio di Torrecuso si andò avanti col vento che scendeva dalla montagna. Subito dopo la biforcazione, la strada sprofondò tra due filari di platani. Attraverso il fitto fogliame il sole proiettava chiazze di luci e ombre e, ad ogni tratto, il manto dei cavalli ne usciva variamente pezzato. Se non fosse stato per qualche uggiolio lontano e per le lucertole che se ne stavano asserragliate tra gli incavi delle pietre placide e sonnacchiose a godersi il tepore dell’aria mattutina, pareva proprio muoversi in una bolla d’aria.
Benevento era ancora lontana. Per quanto Assuntina si industriasse a cercarla con gli occhi, non riusciva proprio a individuarla nella fitta trama di alberi e di colli che si apriva davanti a lei. Sembrava che si fosse volatilizzata.
Si continuava a correre nel silenzio della campagna. Usciti dallo slargo dell’abbeveratoio, le ruote ripresero a martellare il fondo stradale dissestato e il dondolante pianale iniziò nuovamente ad alzare lamentosi scricchiolii, finché non si arrivò al ponte. La pioggia dei giorni passati aveva di gran lunga ingrossato il fiume. L’acqua aveva superato gli argini.
La giovane si sporse per meglio guardare le giravolte della corrente prima che andassero a infrangersi sui piloni. Poco mancò che non precipitasse giù. Non sarebbe stato un bel salto! Avvinghiata al ferro del bracciolo, strinse istintivamente le palpebre. Le riaprì soltanto quando si attenuò lo sferruzzare degli zoccoli sul pietrisco della strada. Era dall’altra parte del ponte, sull’erta della collina che digradava verso Benevento. Tirò un sospiro di sollievo. Era fatta. L’aveva scampata. Sprofondare in quel vortice oscuro, che gorgogliava di livida spuma, per poi andare a sfracellarsi sulla muraglia dei piloni, non sarebbe stata una bella esperienza. Ancora le venivano i brividi al solo pensarci.
Arrivati al casamento della Strega, Eugenio fermò la carrozzella dietro un vicolo all’ombra. Assuntina e i fratelli attraversarono la strada ed entrarono nella stazione. C’era da lustrarsi gli occhi. Un via vai continuo. Pareva fatto apposta per far venire il capogiro. Ci si poteva anche perdere in mezzo a tutto quel trambusto. E, per non perdersi, Assuntina si tenne accosto ad Emilio, facendosene scudo. Poco distante, Alessandro si era fermato a parlare con un giovane soldato. Lei ascoltava, e taceva. Non stava in sé dal desiderio di muoversi. Voleva uscire dalla stazione, andare a passeggiare lungo i vialoni alberati. Invece doveva stare lì a sorbirsi tutto quello che il soldato diceva, senza mai toglierle gli occhi di dosso. Almeno la smettesse di fissarla. Emilio invece parlava con il comandante dei carabinieri di Vitulano. Quando veniva in paese, non mancava mai di venire, per servizio, a casa dal padre sindaco, quando non lo trovava in municipio. «Alessandro, vieni: c’è il maresciallo Mastrocinque,» disse Emilio al fratello. «Il maresciallo è di scorta al convoglio fino a Roma.» «Ci faremo compagnia,» disse il maresciallo ad Alessandro che, di botto, era diventato muto. «Viaggerai con me nella carrozza riservata ai carabinieri.» Li informò che la partenza era fissata per le quattro. Mancavano ancora all’appello le compagnie dei presidi di Montesarchio, S. Giorgio del Sannio e Frasso Telesino. Sarebbero arrivate alle tre, dopo il rancio. «Avete tempo per una passeggiata in città,» aggiunse e, rivolto alla ragazza: «Alla piccola Assuntina farà senz’altro piacere.» La giovane non stava in sé dalla gioia. Del resto, altro non c’era da fare. Poteva essere anche un utile diversivo da raccontare a mamma Maria Giovanna: le avrebbe alleviato il dispiacere della partenza di Alessandro.
Usciti dalla stazione, si misero a marciare lungo il viale. Alla fine del lungo e alberato corridoio di alberi, Assuntina vide spuntare dietro le ultime case un rosone di una chiesa. Era la cattedrale. A guardarla, c’era da perdere la testa. La facciata era grandissima e la sola torre campanaria poteva stare al posto della intera area della chiesa di S. Rocco. Ma ancor più della cattedrale, a sbalordirla fu la piazza a lato sinistro della chiesa. Intorno alla fontana, sistemate in bella evidenza c’erano centinaia di banchi del mercato. Pieni, zeppi di ogni ben di dio. Occupavano l’intera area e si prolungavano lungo la via che, in leggero pendio, scendeva verso la chiesa della Madonna delle Grazie. Sulle bancarelle c’era di tutto. Piatti, pentole di rame, cesti di vimini, stoffe, gomitoli di seta, lana grezza da cardare e, finanche, interi corredi da 100 per le spose. Si fermò alla bancarella dove erano esposte delle tovaglie di Fiandra. Alzando gli occhi, si accorse che dei giovani se la mangiavano con gli occhi. Aveva fatto colpo! Come avrebbe voluto essere insieme alle compagne che, a quell’ora, erano dalla maestra Apollonia a imparare il ricamo, e raccontare loro per filo e per segno tutto quello che le era capitato fin dal mattino! Se fosse comparsa loro improvvisamente davanti, forse nemmeno le compagne l’avrebbero riconosciuta. E infatti non la riconobbero nella foto che Emilio andò a ritirare dal fotografo la settimana dopo.
A tradire la sua giovane età, nonostante il suo stringi stringi in vita e arricciature sul petto, erano i capelli. Le cadevano a cascata sulle spalle come a una bambola e, come una bambola, portava le scarpe senza tacco. Brillavano di lacca che era un piacere.
Chi la vide passeggiare quel mattino in città, la prese per una dodicenne. Una dodicenne che si era gonfiato il pettazzolo a più non posso. «Dio mio, che tempi! Puzza ancora di latte! Buona al più per il punto a giorno,» biascicarono a denti stretti alcune vecchiette passandole davanti.
A sentirle, ad Assuntina i capelli le si rizzarono in testa. E, senza nemmeno chiedersi perché, incrociò le braccia per nascondere gli sbuffi del vestito sul petto. Si sentiva il viso bruciare dalla vergogna. Allora gli sguardi degli aponi impazziti sul corso non erano stati attirati dal suo odore di miele ma per come si era conciata? Fino ad allora se li era goduti di sottecchi ogni volta che si era fermata a specchiarsi nelle vetrine. Lo faceva a bella posta a fermarsi. Dietro di lei sentiva gli sguardi appiccicati addosso come carta moschicida. E aveva viva la sensazione che le sue due melette le si fossero gonfiate per miracolo sotto il carré, diventate improvvisamente mature. Per quelle bizzoche invece non era altro che una che puzzava ancora di latte! Le venne un moto di stizza che non riuscì a trattenere. E per tutta risposta spinse i fratelli ad entrare nel negozio del fotografo Intorcia che era sul corso.
In verità dal fotografo prima o poi ci sarebbero dovuti andare. Mamma Maria Giovanna aveva espresso il desiderio di avere il ritratto del figlio Alessandro. In attesa del suo ritorno, l’avrebbe infilato tra la cornice e lo specchio del comò, come aveva fatto con quello di Francesco.
Una volta dal fotografo, non ci volle molto ad Emilio per capire. Assuntina aveva messo un muso lungo come una vita. Sembrava che stesse lì per lì per scoppiare a piangere. E prima ancora che il vecchietto li licenziasse, Emilio gli disse che bisognava fare il ritratto anche alla sorella. La proposta fu accolta con un lampo di gioia dal fotografo che, subito aggiunse che, per quel fiore di gioventù, il fondale adoperato per Alessandro non andava bene: ce ne voleva un altro, buono solo per lei. Restò alcuni minuti col mento sospeso in aria. Che ci fosse da pensare poi non si capiva. In quella nuda stanzetta di posa non c’era proprio da scialare. Ma a guardare bene, in un angolo, arrotolato, c’era un rotolo. Il fotografo lo trascinò a centro della stanza e incominciò a srotolarlo lentamente. A poco a poco, apparve una terrazza affacciata sul mare. Sotto la luce che pioveva dal lucernario, la balaustra di ferro pareva vera, e vera la lumeggiante distesa d’acqua. Il cielo si confondeva con la coloritura violacea del mare. Attraverso i ferri, le increspature delle onde erano di un verde scaglioso che si prolungava fin sotto la linea della rena. «Questo, andrà senz’altro bene,» disse e, aiutato da Emilio, lo appese al muro. E, sotto la direzione del vecchio Intorcia, Assuntina si mise in posa. Ancora con negli occhi il lampo di magnesio Assuntina ritornò con i fratelli in pieno sole, in quel caldo senza vento che li accompagnò per tutto il tempo che girarono in lungo e in largo per Benevento.
Arrivarono alla rocca, e ridiscesero il corso per ben due volte. Il tempo non passava mai. Decisero di andare a sedersi sotto i portici del bar Pastore. La piazza era deserta. Il sole arrostiva il selciato, e dai lastroni di pietra il calore saliva fino a loro. Assuntina avrebbe desiderato consumare, in un baleno, il gelato e scendere poi verso il fiume. Ma il cameriere non si decideva mai a venire. Finalmente si presentò. Aveva un grembiule schizzato di punture di caffè. Presa l’ordinazione, scomparve e si presentò subito dopo con la guantiera. C’erano solo le tazzine di caffè per Emilio ed Alessandro. Per il gelato, Assuntina dovette attendere di veder ricomparire il tanto sospirato grembiule gallonato. Fu un gelato da favola. La ragazza se lo mise a gustare lentamente. Emilio le disse di darsi da fare, che l’ora della partenza era vicina.
Trovarono la stazione pavesata a festa. Bandiere dappertutto, e una marea di soldati; grappoli di mogli, madri, figli che si tenevano stretti stretti per non perdersi. Dalle entrate laterali continuavano a spuntare sempre nuovi drappelli. La banchina era diventata una piazza d’armi. Sul primo binario la locomotiva sbuffava come un mantice. Nel cielo si alzavano colonne di fumo grigio e denso. A tratti, lunghi fischi foravano l’aria e si rincorrevano da un punto all’altro del marciapiedi. Spinto dal vento il fumo si distendeva nel cielo come una coperta. Per paura di smarrirsi in tutto quel trambusto, Assuntina si aggrappò alla mantellina di Alessandro, e si incollò strettamente a lui affondando il naso nella stoffa ruvida: emanava un forte odore di liscivia, appena appena attenuato dai fiori di saponetta che, una volta secchi e racchiusi in sacchettini di stoffa, mamma Maria Giovanna usava mettere nell’armadio per profumare le lenzuola.
Ci fu uno strappo. Alessandro non era più con lei. Era dietro il finestrino abbassato e sventolava il fazzolettino di batista con le iniziali che lei vi aveva ricamato. Le venne da piangere. Si guardò intorno smarrita. Era come annegata negli sbuffi di fumo che parevano provenire da profondità remote. Per un attimo ebbe paura di essere sola, ma, da dietro, le arrivò la mano di Emilio. La strinse con forza. Emilio fece cenno ad Alessandro di venire a salutare un’ultima volta la sorella. Alessandro se la strinse forte forte al petto, baciandola sulla fronte. Quel bacio e quell’abbraccio le restarono impressi nella mente per tutto il tempo che ci volle ad Alessandro di ritornare dal fronte.
D’un colpo, l’aria si fece irrespirabile. La stazione era diventata una posta infernale. I sibili della locomotiva si erano fatti sempre più stridenti e penetranti. Si ripetevano ad intervalli regolari, oscuri e incomprensibili. A uno più lungo e lamentoso degli altri, seguì un irreale silenzio che fu rotto dalle note della marcia reale. La banda militare continuò a suonare finché il bilanciere iniziò lentamente a ruotare e il treno, sotto la spinta degli stantuffi, incominciò a muoversi. Si portò via nel vento la mano di Alessandro che sventolava il fazzoletto diventato uno straccetto grigio e spento tra le dita. Al rientro a casa, il compito di ragguagliare la madre toccò ad Emilio. Quanto a lei era così stanca che, come si tolse le scarpe, tirò un sospiro di sollievo e si abbandonò sulla sedia di paglia della cucina che era vicino al camino. Mamma Maria Giovanna ascoltò senza mai fare domande. Alla fine, si alzò e prese ad andare avanti e indietro nelle stanze vuote come una sonnambula. Non faceva altro da quando, dopo la disfatta di Caporetto, era arrivata la notizia che Francesco era stato dichiarato disperso. Si sedette a fianco del letto del figlio. Vi restò una notte intera. Il mattino dopo uscì dalla stanza con i capelli che si erano tinti di bianco.
Gerardo Pedicini - Quel lontano mattino del 18 giugno 1918
Dopo un continuo metti e togli, finì per scegliere una vesticciuola di cotone a righini bianchi e blu. Le linee orizzontali del carré la facevano apparire più in carne di quanto in verità non fosse. Per accentuare le rotondità dei fianchi, si strinse a più non posso la cinta in vita. Dopo essersi in lungo e in largo ammirata nello specchio, tutta contenta si disse: «Ora sì. Può andare.»
Appena la vide spuntare sulle scale, Emilio le disse:
«Dove credi di andare vestita in pompa magna?»
«A Benevento! Perché non si vede?» gli fece subito eco lei; e, per evitarsi nuove punzecchiature, salì sulla carrozzella, sistemandosi all’ombra del mantice. Il viso le ardeva come fuoco.
Alla partenza mancava solo Alessandro. Era ancora su, in cucina, con la mamma. Finalmente apparve sulle scale ma non si decideva a scendere. Da giù Emilio gli disse: «Che aspetti? È tardi.» Quando fu sulla soglia del portone, Alessandro si fermò a fissare ogni angolo del cortile. Era sul punto di piangere. Emilio gli andò vicino, e: «Su, su, dai. Eugenio aspetta da un’ora.» Alessandro alzò lo sguardo verso la finestra della cucina. Era chiusa. Mamma Maria Giovanna non se l’era sentita di affacciarsi.
La carrozzella incominciò lentamente a muoversi. Ad ogni intoppo delle ruote, il pianale traballava. Andò avanti così finché non si fu sulla provinciale. Qui, le ruote presero a scivolare leggere sulla carreggiata alzando rasenti nuvolette di polvere che subito scomparivano nell’aria di vetro di quel lontano mattino del 18 giugno 1918.
Si filava tra una distesa di campi di grano, macchiati qui e là da terrazze di viti e da fitti querceti che salivano verso la montagna. Nella piana, dopo la pioggia del giorno prima, il verde splendente dei pioppi si stringeva intorno alla linea serpeggiante del fiume e sembrava sovrastare la marea di granturco, interrotta dai tetti di sperdute masserie.
Fino al bivio di Torrecuso si andò avanti col vento che scendeva dalla montagna. Subito dopo la biforcazione, la strada sprofondò tra due filari di platani. Attraverso il fitto fogliame il sole proiettava chiazze di luci e ombre e, ad ogni tratto, il manto dei cavalli ne usciva variamente pezzato. Se non fosse stato per qualche uggiolio lontano e per le lucertole che se ne stavano asserragliate tra gli incavi delle pietre placide e sonnacchiose a godersi il tepore dell’aria mattutina, pareva proprio muoversi in una bolla d’aria.
Benevento era ancora lontana. Per quanto Assuntina si industriasse a cercarla con gli occhi, non riusciva proprio a individuarla nella fitta trama di alberi e di colli che si apriva davanti a lei. Sembrava che si fosse volatilizzata.
Si continuava a correre nel silenzio della campagna. Usciti dallo slargo dell’abbeveratoio, le ruote ripresero a martellare il fondo stradale dissestato e il dondolante pianale iniziò nuovamente ad alzare lamentosi scricchiolii, finché non si arrivò al ponte. La pioggia dei giorni passati aveva di gran lunga ingrossato il fiume. L’acqua aveva superato gli argini.
La giovane si sporse per meglio guardare le giravolte della corrente prima che andassero a infrangersi sui piloni. Poco mancò che non precipitasse giù. Non sarebbe stato un bel salto! Avvinghiata al ferro del bracciolo, strinse istintivamente le palpebre. Le riaprì soltanto quando si attenuò lo sferruzzare degli zoccoli sul pietrisco della strada. Era dall’altra parte del ponte, sull’erta della collina che digradava verso Benevento. Tirò un sospiro di sollievo. Era fatta. L’aveva scampata. Sprofondare in quel vortice oscuro, che gorgogliava di livida spuma, per poi andare a sfracellarsi sulla muraglia dei piloni, non sarebbe stata una bella esperienza. Ancora le venivano i brividi al solo pensarci.
Arrivati al casamento della Strega, Eugenio fermò la carrozzella dietro un vicolo all’ombra. Assuntina e i fratelli attraversarono la strada ed entrarono nella stazione. C’era da lustrarsi gli occhi. Un via vai continuo. Pareva fatto apposta per far venire il capogiro. Ci si poteva anche perdere in mezzo a tutto quel trambusto. E, per non perdersi, Assuntina si tenne accosto ad Emilio, facendosene scudo. Poco distante, Alessandro si era fermato a parlare con un giovane soldato. Lei ascoltava, e taceva. Non stava in sé dal desiderio di muoversi. Voleva uscire dalla stazione, andare a passeggiare lungo i vialoni alberati. Invece doveva stare lì a sorbirsi tutto quello che il soldato diceva, senza mai toglierle gli occhi di dosso. Almeno la smettesse di fissarla. Emilio invece parlava con il comandante dei carabinieri di Vitulano. Quando veniva in paese, non mancava mai di venire, per servizio, a casa dal padre sindaco, quando non lo trovava in municipio. «Alessandro, vieni: c’è il maresciallo Mastrocinque,» disse Emilio al fratello. «Il maresciallo è di scorta al convoglio fino a Roma.» «Ci faremo compagnia,» disse il maresciallo ad Alessandro che, di botto, era diventato muto. «Viaggerai con me nella carrozza riservata ai carabinieri.» Li informò che la partenza era fissata per le quattro. Mancavano ancora all’appello le compagnie dei presidi di Montesarchio, S. Giorgio del Sannio e Frasso Telesino. Sarebbero arrivate alle tre, dopo il rancio. «Avete tempo per una passeggiata in città,» aggiunse e, rivolto alla ragazza: «Alla piccola Assuntina farà senz’altro piacere.» La giovane non stava in sé dalla gioia. Del resto, altro non c’era da fare. Poteva essere anche un utile diversivo da raccontare a mamma Maria Giovanna: le avrebbe alleviato il dispiacere della partenza di Alessandro.
Usciti dalla stazione, si misero a marciare lungo il viale. Alla fine del lungo e alberato corridoio di alberi, Assuntina vide spuntare dietro le ultime case un rosone di una chiesa. Era la cattedrale. A guardarla, c’era da perdere la testa. La facciata era grandissima e la sola torre campanaria poteva stare al posto della intera area della chiesa di S. Rocco. Ma ancor più della cattedrale, a sbalordirla fu la piazza a lato sinistro della chiesa. Intorno alla fontana, sistemate in bella evidenza c’erano centinaia di banchi del mercato. Pieni, zeppi di ogni ben di dio. Occupavano l’intera area e si prolungavano lungo la via che, in leggero pendio, scendeva verso la chiesa della Madonna delle Grazie. Sulle bancarelle c’era di tutto. Piatti, pentole di rame, cesti di vimini, stoffe, gomitoli di seta, lana grezza da cardare e, finanche, interi corredi da 100 per le spose. Si fermò alla bancarella dove erano esposte delle tovaglie di Fiandra. Alzando gli occhi, si accorse che dei giovani se la mangiavano con gli occhi. Aveva fatto colpo! Come avrebbe voluto essere insieme alle compagne che, a quell’ora, erano dalla maestra Apollonia a imparare il ricamo, e raccontare loro per filo e per segno tutto quello che le era capitato fin dal mattino! Se fosse comparsa loro improvvisamente davanti, forse nemmeno le compagne l’avrebbero riconosciuta. E infatti non la riconobbero nella foto che Emilio andò a ritirare dal fotografo la settimana dopo.
A tradire la sua giovane età, nonostante il suo stringi stringi in vita e arricciature sul petto, erano i capelli. Le cadevano a cascata sulle spalle come a una bambola e, come una bambola, portava le scarpe senza tacco. Brillavano di lacca che era un piacere.
Chi la vide passeggiare quel mattino in città, la prese per una dodicenne. Una dodicenne che si era gonfiato il pettazzolo a più non posso. «Dio mio, che tempi! Puzza ancora di latte! Buona al più per il punto a giorno,» biascicarono a denti stretti alcune vecchiette passandole davanti.
A sentirle, ad Assuntina i capelli le si rizzarono in testa. E, senza nemmeno chiedersi perché, incrociò le braccia per nascondere gli sbuffi del vestito sul petto. Si sentiva il viso bruciare dalla vergogna. Allora gli sguardi degli aponi impazziti sul corso non erano stati attirati dal suo odore di miele ma per come si era conciata? Fino ad allora se li era goduti di sottecchi ogni volta che si era fermata a specchiarsi nelle vetrine. Lo faceva a bella posta a fermarsi. Dietro di lei sentiva gli sguardi appiccicati addosso come carta moschicida. E aveva viva la sensazione che le sue due melette le si fossero gonfiate per miracolo sotto il carré, diventate improvvisamente mature. Per quelle bizzoche invece non era altro che una che puzzava ancora di latte! Le venne un moto di stizza che non riuscì a trattenere. E per tutta risposta spinse i fratelli ad entrare nel negozio del fotografo Intorcia che era sul corso.
In verità dal fotografo prima o poi ci sarebbero dovuti andare. Mamma Maria Giovanna aveva espresso il desiderio di avere il ritratto del figlio Alessandro. In attesa del suo ritorno, l’avrebbe infilato tra la cornice e lo specchio del comò, come aveva fatto con quello di Francesco.
Una volta dal fotografo, non ci volle molto ad Emilio per capire. Assuntina aveva messo un muso lungo come una vita. Sembrava che stesse lì per lì per scoppiare a piangere. E prima ancora che il vecchietto li licenziasse, Emilio gli disse che bisognava fare il ritratto anche alla sorella. La proposta fu accolta con un lampo di gioia dal fotografo che, subito aggiunse che, per quel fiore di gioventù, il fondale adoperato per Alessandro non andava bene: ce ne voleva un altro, buono solo per lei. Restò alcuni minuti col mento sospeso in aria. Che ci fosse da pensare poi non si capiva. In quella nuda stanzetta di posa non c’era proprio da scialare. Ma a guardare bene, in un angolo, arrotolato, c’era un rotolo. Il fotografo lo trascinò a centro della stanza e incominciò a srotolarlo lentamente. A poco a poco, apparve una terrazza affacciata sul mare. Sotto la luce che pioveva dal lucernario, la balaustra di ferro pareva vera, e vera la lumeggiante distesa d’acqua. Il cielo si confondeva con la coloritura violacea del mare. Attraverso i ferri, le increspature delle onde erano di un verde scaglioso che si prolungava fin sotto la linea della rena. «Questo, andrà senz’altro bene,» disse e, aiutato da Emilio, lo appese al muro. E, sotto la direzione del vecchio Intorcia, Assuntina si mise in posa. Ancora con negli occhi il lampo di magnesio Assuntina ritornò con i fratelli in pieno sole, in quel caldo senza vento che li accompagnò per tutto il tempo che girarono in lungo e in largo per Benevento.
Arrivarono alla rocca, e ridiscesero il corso per ben due volte. Il tempo non passava mai. Decisero di andare a sedersi sotto i portici del bar Pastore. La piazza era deserta. Il sole arrostiva il selciato, e dai lastroni di pietra il calore saliva fino a loro. Assuntina avrebbe desiderato consumare, in un baleno, il gelato e scendere poi verso il fiume. Ma il cameriere non si decideva mai a venire. Finalmente si presentò. Aveva un grembiule schizzato di punture di caffè. Presa l’ordinazione, scomparve e si presentò subito dopo con la guantiera. C’erano solo le tazzine di caffè per Emilio ed Alessandro. Per il gelato, Assuntina dovette attendere di veder ricomparire il tanto sospirato grembiule gallonato. Fu un gelato da favola. La ragazza se lo mise a gustare lentamente. Emilio le disse di darsi da fare, che l’ora della partenza era vicina.
Trovarono la stazione pavesata a festa. Bandiere dappertutto, e una marea di soldati; grappoli di mogli, madri, figli che si tenevano stretti stretti per non perdersi. Dalle entrate laterali continuavano a spuntare sempre nuovi drappelli. La banchina era diventata una piazza d’armi. Sul primo binario la locomotiva sbuffava come un mantice. Nel cielo si alzavano colonne di fumo grigio e denso. A tratti, lunghi fischi foravano l’aria e si rincorrevano da un punto all’altro del marciapiedi. Spinto dal vento il fumo si distendeva nel cielo come una coperta. Per paura di smarrirsi in tutto quel trambusto, Assuntina si aggrappò alla mantellina di Alessandro, e si incollò strettamente a lui affondando il naso nella stoffa ruvida: emanava un forte odore di liscivia, appena appena attenuato dai fiori di saponetta che, una volta secchi e racchiusi in sacchettini di stoffa, mamma Maria Giovanna usava mettere nell’armadio per profumare le lenzuola.
Ci fu uno strappo. Alessandro non era più con lei. Era dietro il finestrino abbassato e sventolava il fazzolettino di batista con le iniziali che lei vi aveva ricamato. Le venne da piangere. Si guardò intorno smarrita. Era come annegata negli sbuffi di fumo che parevano provenire da profondità remote. Per un attimo ebbe paura di essere sola, ma, da dietro, le arrivò la mano di Emilio. La strinse con forza. Emilio fece cenno ad Alessandro di venire a salutare un’ultima volta la sorella. Alessandro se la strinse forte forte al petto, baciandola sulla fronte. Quel bacio e quell’abbraccio le restarono impressi nella mente per tutto il tempo che ci volle ad Alessandro di ritornare dal fronte.
D’un colpo, l’aria si fece irrespirabile. La stazione era diventata una posta infernale. I sibili della locomotiva si erano fatti sempre più stridenti e penetranti. Si ripetevano ad intervalli regolari, oscuri e incomprensibili. A uno più lungo e lamentoso degli altri, seguì un irreale silenzio che fu rotto dalle note della marcia reale. La banda militare continuò a suonare finché il bilanciere iniziò lentamente a ruotare e il treno, sotto la spinta degli stantuffi, incominciò a muoversi. Si portò via nel vento la mano di Alessandro che sventolava il fazzoletto diventato uno straccetto grigio e spento tra le dita. Al rientro a casa, il compito di ragguagliare la madre toccò ad Emilio. Quanto a lei era così stanca che, come si tolse le scarpe, tirò un sospiro di sollievo e si abbandonò sulla sedia di paglia della cucina che era vicino al camino. Mamma Maria Giovanna ascoltò senza mai fare domande. Alla fine, si alzò e prese ad andare avanti e indietro nelle stanze vuote come una sonnambula. Non faceva altro da quando, dopo la disfatta di Caporetto, era arrivata la notizia che Francesco era stato dichiarato disperso. Si sedette a fianco del letto del figlio. Vi restò una notte intera. Il mattino dopo uscì dalla stanza con i capelli che si erano tinti di bianco.
19 gennaio 2005
Laura Poletti - Una serata noiosa
Premio letterario 'Provincia cronica' prima edizione
Laura Poletti - Una serata noiosa
-Cosa hanno detto che facevano? Che si annoiavano? E se per farsi passare la noia fossero andati a zappare della terra non sarebbe stato meglio?
Il tono del maresciallo Guidi era molto oltre il livello di guardia, ma nessuno avrebbe potuto dargli torto: essere svegliati nel pieno della notte da una serie di telefonate che parlavano di probabili attentati terroristici al liceo Galileo Galilei non era un buon viatico. E la situazione era andata ulteriormente peggiorando quando le gazzelle erano arrivate sul posto, dopo aver chiesto rinforzi al comando: di pericolosi attentatori extracomunitari non c’era l’ombra, ma il pericolo era rappresentato da tre stupidi ragazzini che erano rimasti incollati al portone della scuola, avendo fatto l’interessante scoperta scientifica che l’attacca-tutto si chiama attacca-tutto proprio perché riesce a incollare ogni cosa, dita comprese. Come fossero riusciti a incollarsi tutti e tre era un quesito interessante, ma il maresciallo non era dell’umore adatto per cercare la risposta.
-Cosa vogliamo farci, sono solo dei ragazzi, è solo una bravata.
Il preside Forpini lo faceva irritare ancora di più dei ragazzi: avevano cercato di procurare un danno alla scuola e lui la metteva sul ridere? E se avessero fatto scoppiare i bagni oppure avessero piazzato un ordigno artigianale, così, tanto per passare il tempo, che punizione avrebbe invocato? Forse uno schiaffetto sulla mano, o, al massimo, un buffetto sulla guancia.
-Saranno anche semplicemente dei ragazzi, ma erano in un visibile stato di alterazione alcolica e tutto lascia pensare che volessero introdursi nell’edificio al di fuori dell’orario scolastico, con intenzioni ancora ignote.
Il preside allargò le braccia.
-Ma non volevano entrare a scuola, anzi, non volevano che entrasse proprio nessuno! Non potrebbe chiudere un occhio per questa volta?
Forse, in un’altra occasione, il maresciallo avrebbe anche potuto chiudere un occhio, ma non quella volta, non dopo essere stato svegliato nella prima notte di sonno decente che riusciva a fare da settimane. Quei ragazzi avevano bisogno di una raddrizzata.
Scelse un rigoroso ordine alfabetico per farli entrare: aveva mandato a chiamare i genitori, visto che, anche se per pochi mesi, erano tutti minorenni: almeno in loro il maresciallo sperava di trovare un valido appoggio.
Fabrizio era il classico ragazzone sportivo: il maresciallo lo aveva visto spesso giocare da titolare durante le partite di pallavolo della squadra locale. Questo, aggiunto al fatto di essere un bel ragazzo biondo con un sorriso simpatico, gli assicurava un codazzo di ragazzine adoranti. Non era da trascurare il fatto che se la cavasse bene anche a scuola, o almeno così gli aveva detto sua figlia Valentina, che il maresciallo aveva svegliato per avere precise informazioni sui suoi compagni di classe. Era stato un sollievo sentire la sua voce mezza addormentata, e anche il fatto che lo avesse mandato a quel paese non gli era pesato più di tanto. La sua ex moglie aveva il turno di notte in ospedale, perciò la piccola era a casa da sola. Ma, visto che era una brava ragazza, alle due di notte dormiva, invece di trovarsi incollata ai portoni.
-Voglio il mio avvocato.
Il maresciallo avrebbe voluto prenderlo a schiaffi, ma il padre del ragazzo, l’ingegnere, era stato molto più veloce: la frase non era ancora finita quando la mano dell’uomo si era abbattuta con un colpo secco sulla nuca del ragazzo. Al tutto seguì un momento di silenzio, interrotto solo da un lamento della moglie dell’ingegnere. Cuore di mamma.
-Lascia perdere l’avvocato e spiegami cosa ci facevi con i tuoi amici alle due di notte nel cortile della scuola.
Il ragazzo sembrava intenzionato a non rispondere, ma lo sguardo furioso del padre doveva avergli fatto cambiare idea.
-Volevamo solo fare uno scherzo, eravamo a un compleanno e abbiamo festeggiato, forse bevuto un po’ troppo. Volevamo solo una scusa per saltare la prima ora di lezione domattina. Cioè, oggi.
-E di chi è stata l’idea brillante?
Il ragazzo non rispose subito, guadagnandosi un altro scappellotto dal padre. Ancora un po’ e gli sarebbe venuto un callo.
-Non lo so, lo giuro, non me lo ricordo.
Il maresciallo lo fece tornare nell’altra stanza: per una reprimenda fatta bene preferiva averli sentiti prima tutti e tre.
Sua figlia non gli aveva detto niente del compleanno, perciò o non c’era andata, oppure si era dimenticata di riferirglielo: gli sembravano improbabili tutte e due le ipotesi.
Fece accomodare il secondo membro del gruppo, Daniele. Qualche volta lo aveva visto in casa della sua ex moglie e gli aveva fatto una buona impressione, sembrava un ragazzo a posto, impegnato nello studio e nell’attività parrocchiale. Aveva anche pensato che fra lui e sua figlia ci fosse qualcosa di più dell’amicizia, ma Valentina aveva sempre negato. Un’eventuale relazione non gli sarebbe dispiaciuta, ovviamente prima di scoprire che il ragazzo aveva l’hobby di incollarsi ai portoni.
La madre del reo piangeva come una fontana, lamentandosi della disgrazia che era accaduta al suo piccolo. Cercò anche di dire qualcosa, di sicuro un’accorata difesa del suo ragazzo, ma il marito la bloccò. Era un finanziere in congedo e, da come guardava il ragazzo, aveva un gran voglia di provvedere lui stesso a punirlo.
-Allora, ci vuoi dire quello che è successo?
Il ragazzo prese un respiro profondo, prima di attaccare un monologo che lasciò gli adulti storditi: sua figlia glielo aveva detto che il soprannome del ragazzo era “il sofista”, visto come se la cavava con le parole, ma il maresciallo non si aspettava un talento del genere.
A suo dire, dopo che il festeggiato se ne era andato erano rimasti per un po’ seduti in pizzeria a chiacchierare del più e del meno, poi la discussione si era spostata su un argomento puramente teorico, se cioè l’attacca-tutto fosse in grado di attaccare anche le serrature. Qualcuno propendeva per una risposta positiva, altri per una negativa, ed era saltato fuori come potesse essere un argomento interessante per un approfondimento della chimica. Il problema era avere un qualche risultato che confermasse o smentisse le loro teorie, e il portone della scuola era risultato essere il luogo più facilmente raggiungibile. In più, c’erano altre due entrate e sarebbe bastato il giusto solvente per rimettere a posto la serratura. Lo facevano per la scienza e non avrebbero creato danno a nessuno.
Quando il ragazzo terminò il suo monologo gli adulti lo guardarono con espressioni diverse: la madre era passata dai singhiozzi a un sorriso adorante, mentre il padre e il maresciallo erano rimasti a bocca aperta, indecisi se prenderlo a schiaffi oppure abbracciarlo per la sua interpretazione.
L’ultima a entrare fu l’unica ragazza del gruppo, Iolanda: la cavalleria avrebbe voluto che il maresciallo la sentisse per prima, ma la ragazza era molto agitata e aveva chiesto un po’ di tempo per calmarsi. In più, era una delle migliori amiche di Valentina, e se l’avesse trattata troppo duramente avrebbe rischiato un muso da parte di sua figlia di durata indeterminata.
Il fatto che fosse in giro a fare l’incollatrice notturna di portoni, mentre Valentina era a casa a dormire, era un fatto molto strano, visto che le due ragazze a volte sembravano gemelle siamesi. Come era strano il fatto che sua figlia l’avesse chiamato, fra il primo e il secondo interrogatorio, con una voce molto più sveglia della telefonata precedente, e gli avesse chiesto, o, meglio gli avesse ordinato, di non essere troppo duro con i suoi compagni.
Iolanda si era tranquillizzata e sorrideva al maresciallo, come se si fossero incontrati per caso.
-Eravamo al compleanno di Mattia e quando lui è andato via siamo rimasti ancora un po’ al ristorante.
Mattia: finalmente aveva scoperto il nome del misterioso festeggiato. Il maresciallo cercò di fare mente locale su chi fosse questo Mattia, ma l’unica immagine che gli veniva in mente era quella di un ragazzino magro che aveva visto una volta in compagnia di Valentina. Forse la sua ex moglie gli aveva detto qualcosa a proposito di questo Mattia, ma proprio non gli veniva in mente di cosa si trattasse.
Nel frattempo la ragazza aveva continuato a parlare, con la sua voce squillante, e a spiegare come lei avesse osservato i suoi compagni che confabulavano fra di loro, ma non avesse capito subito di cosa si trattasse. Ma, dato che si preoccupava per loro, li aveva seguiti e aveva cercato di distoglierli dalle loro intenzioni, senza successo. In fondo, lei era una donna ed era nella sua natura preoccuparsi per gli altri.
Quando la ragazza aveva finito di parlare il cellulare del maresciallo cominciò a vibrare: Valentina, che gli ripeteva di nuovo che non era il caso di essere troppo duro con i suoi amici. La mattina stessa avrebbero avuto delle verifiche, e affrontarle senza aver dormito era una punizione più che sufficiente.
Il maresciallo fece entrare gli altri due ragazzi nell’ufficio e uscì: aveva bisogno di fumare una sigaretta e pensare. Il preside non intendeva sporgere denuncia e nessuno si era fatto male, forse i ragazzi potevano veramente cavarsela con una semplice ramanzina. In più, non avrebbe guastato i rapporti con sua figlia. Spense la sigaretta e preparò la sua espressione più severa.
Passò a trovare la sua ex moglie dopo pranzo: le aveva lasciato il tempo di riprendersi dalla notte di lavoro e ne avrebbe approfittato per passare un po’ di tempo con Valentina, al suo ritorno da scuola. Peccato che l’umore di Giulia non fosse dei migliori: probabilmente aveva scoperto tutta la storia della colla nel portone della scuola, ed era furiosa con gli amici della figlia.
-La sai la novità?
Il maresciallo sorrise: non gli capitava spesso di essere a conoscenza di qualche notizia prima della sua ex moglie e intendeva sfruttare fino in fondo il vantaggio, perciò si limitò ad annuire.
-Allora lo sai e non hai niente dai dire?
Chissà perché Giulia se la prendeva così tanto: era stata solo una ragazzata e gli amici di Valentina erano stati spaventati in modo adeguato, tanto che il maresciallo era pronto a scommettere sul fatto che non si sarebbero più cacciati in un guaio del genere.
-Giulia, sono ragazzi, cosa vogliamo fare, arrestarli? Orami non lo facciamo nemmeno più con i delinquenti. E’ bastata una ramanzina di quelle ben fatte per sistemare le cose.
-Una ramanzina? Vuoi dire che sapevi tutto e ti sei limitato a una ramanzina? E quando l’avresti fatta, questa ramanzina?
Il comportamento di Giulia sembrava al maresciallo sempre più strano.
-Quando vuoi che l’abbia fatta? Questa notte.
Giulia lo guardò in silenzio per qualche secondo, come se guardasse un pazzo.
-Tu sei venuto qui stanotte, hai trovato tua figlia a letto con Mattia, gli hai fatto una ramanzina e te ne sei andato a dormire come se nulla fosse? Ma sei diventato completamente scemo?
Laura Poletti - Una serata noiosa
-Cosa hanno detto che facevano? Che si annoiavano? E se per farsi passare la noia fossero andati a zappare della terra non sarebbe stato meglio?
Il tono del maresciallo Guidi era molto oltre il livello di guardia, ma nessuno avrebbe potuto dargli torto: essere svegliati nel pieno della notte da una serie di telefonate che parlavano di probabili attentati terroristici al liceo Galileo Galilei non era un buon viatico. E la situazione era andata ulteriormente peggiorando quando le gazzelle erano arrivate sul posto, dopo aver chiesto rinforzi al comando: di pericolosi attentatori extracomunitari non c’era l’ombra, ma il pericolo era rappresentato da tre stupidi ragazzini che erano rimasti incollati al portone della scuola, avendo fatto l’interessante scoperta scientifica che l’attacca-tutto si chiama attacca-tutto proprio perché riesce a incollare ogni cosa, dita comprese. Come fossero riusciti a incollarsi tutti e tre era un quesito interessante, ma il maresciallo non era dell’umore adatto per cercare la risposta.
-Cosa vogliamo farci, sono solo dei ragazzi, è solo una bravata.
Il preside Forpini lo faceva irritare ancora di più dei ragazzi: avevano cercato di procurare un danno alla scuola e lui la metteva sul ridere? E se avessero fatto scoppiare i bagni oppure avessero piazzato un ordigno artigianale, così, tanto per passare il tempo, che punizione avrebbe invocato? Forse uno schiaffetto sulla mano, o, al massimo, un buffetto sulla guancia.
-Saranno anche semplicemente dei ragazzi, ma erano in un visibile stato di alterazione alcolica e tutto lascia pensare che volessero introdursi nell’edificio al di fuori dell’orario scolastico, con intenzioni ancora ignote.
Il preside allargò le braccia.
-Ma non volevano entrare a scuola, anzi, non volevano che entrasse proprio nessuno! Non potrebbe chiudere un occhio per questa volta?
Forse, in un’altra occasione, il maresciallo avrebbe anche potuto chiudere un occhio, ma non quella volta, non dopo essere stato svegliato nella prima notte di sonno decente che riusciva a fare da settimane. Quei ragazzi avevano bisogno di una raddrizzata.
Scelse un rigoroso ordine alfabetico per farli entrare: aveva mandato a chiamare i genitori, visto che, anche se per pochi mesi, erano tutti minorenni: almeno in loro il maresciallo sperava di trovare un valido appoggio.
Fabrizio era il classico ragazzone sportivo: il maresciallo lo aveva visto spesso giocare da titolare durante le partite di pallavolo della squadra locale. Questo, aggiunto al fatto di essere un bel ragazzo biondo con un sorriso simpatico, gli assicurava un codazzo di ragazzine adoranti. Non era da trascurare il fatto che se la cavasse bene anche a scuola, o almeno così gli aveva detto sua figlia Valentina, che il maresciallo aveva svegliato per avere precise informazioni sui suoi compagni di classe. Era stato un sollievo sentire la sua voce mezza addormentata, e anche il fatto che lo avesse mandato a quel paese non gli era pesato più di tanto. La sua ex moglie aveva il turno di notte in ospedale, perciò la piccola era a casa da sola. Ma, visto che era una brava ragazza, alle due di notte dormiva, invece di trovarsi incollata ai portoni.
-Voglio il mio avvocato.
Il maresciallo avrebbe voluto prenderlo a schiaffi, ma il padre del ragazzo, l’ingegnere, era stato molto più veloce: la frase non era ancora finita quando la mano dell’uomo si era abbattuta con un colpo secco sulla nuca del ragazzo. Al tutto seguì un momento di silenzio, interrotto solo da un lamento della moglie dell’ingegnere. Cuore di mamma.
-Lascia perdere l’avvocato e spiegami cosa ci facevi con i tuoi amici alle due di notte nel cortile della scuola.
Il ragazzo sembrava intenzionato a non rispondere, ma lo sguardo furioso del padre doveva avergli fatto cambiare idea.
-Volevamo solo fare uno scherzo, eravamo a un compleanno e abbiamo festeggiato, forse bevuto un po’ troppo. Volevamo solo una scusa per saltare la prima ora di lezione domattina. Cioè, oggi.
-E di chi è stata l’idea brillante?
Il ragazzo non rispose subito, guadagnandosi un altro scappellotto dal padre. Ancora un po’ e gli sarebbe venuto un callo.
-Non lo so, lo giuro, non me lo ricordo.
Il maresciallo lo fece tornare nell’altra stanza: per una reprimenda fatta bene preferiva averli sentiti prima tutti e tre.
Sua figlia non gli aveva detto niente del compleanno, perciò o non c’era andata, oppure si era dimenticata di riferirglielo: gli sembravano improbabili tutte e due le ipotesi.
Fece accomodare il secondo membro del gruppo, Daniele. Qualche volta lo aveva visto in casa della sua ex moglie e gli aveva fatto una buona impressione, sembrava un ragazzo a posto, impegnato nello studio e nell’attività parrocchiale. Aveva anche pensato che fra lui e sua figlia ci fosse qualcosa di più dell’amicizia, ma Valentina aveva sempre negato. Un’eventuale relazione non gli sarebbe dispiaciuta, ovviamente prima di scoprire che il ragazzo aveva l’hobby di incollarsi ai portoni.
La madre del reo piangeva come una fontana, lamentandosi della disgrazia che era accaduta al suo piccolo. Cercò anche di dire qualcosa, di sicuro un’accorata difesa del suo ragazzo, ma il marito la bloccò. Era un finanziere in congedo e, da come guardava il ragazzo, aveva un gran voglia di provvedere lui stesso a punirlo.
-Allora, ci vuoi dire quello che è successo?
Il ragazzo prese un respiro profondo, prima di attaccare un monologo che lasciò gli adulti storditi: sua figlia glielo aveva detto che il soprannome del ragazzo era “il sofista”, visto come se la cavava con le parole, ma il maresciallo non si aspettava un talento del genere.
A suo dire, dopo che il festeggiato se ne era andato erano rimasti per un po’ seduti in pizzeria a chiacchierare del più e del meno, poi la discussione si era spostata su un argomento puramente teorico, se cioè l’attacca-tutto fosse in grado di attaccare anche le serrature. Qualcuno propendeva per una risposta positiva, altri per una negativa, ed era saltato fuori come potesse essere un argomento interessante per un approfondimento della chimica. Il problema era avere un qualche risultato che confermasse o smentisse le loro teorie, e il portone della scuola era risultato essere il luogo più facilmente raggiungibile. In più, c’erano altre due entrate e sarebbe bastato il giusto solvente per rimettere a posto la serratura. Lo facevano per la scienza e non avrebbero creato danno a nessuno.
Quando il ragazzo terminò il suo monologo gli adulti lo guardarono con espressioni diverse: la madre era passata dai singhiozzi a un sorriso adorante, mentre il padre e il maresciallo erano rimasti a bocca aperta, indecisi se prenderlo a schiaffi oppure abbracciarlo per la sua interpretazione.
L’ultima a entrare fu l’unica ragazza del gruppo, Iolanda: la cavalleria avrebbe voluto che il maresciallo la sentisse per prima, ma la ragazza era molto agitata e aveva chiesto un po’ di tempo per calmarsi. In più, era una delle migliori amiche di Valentina, e se l’avesse trattata troppo duramente avrebbe rischiato un muso da parte di sua figlia di durata indeterminata.
Il fatto che fosse in giro a fare l’incollatrice notturna di portoni, mentre Valentina era a casa a dormire, era un fatto molto strano, visto che le due ragazze a volte sembravano gemelle siamesi. Come era strano il fatto che sua figlia l’avesse chiamato, fra il primo e il secondo interrogatorio, con una voce molto più sveglia della telefonata precedente, e gli avesse chiesto, o, meglio gli avesse ordinato, di non essere troppo duro con i suoi compagni.
Iolanda si era tranquillizzata e sorrideva al maresciallo, come se si fossero incontrati per caso.
-Eravamo al compleanno di Mattia e quando lui è andato via siamo rimasti ancora un po’ al ristorante.
Mattia: finalmente aveva scoperto il nome del misterioso festeggiato. Il maresciallo cercò di fare mente locale su chi fosse questo Mattia, ma l’unica immagine che gli veniva in mente era quella di un ragazzino magro che aveva visto una volta in compagnia di Valentina. Forse la sua ex moglie gli aveva detto qualcosa a proposito di questo Mattia, ma proprio non gli veniva in mente di cosa si trattasse.
Nel frattempo la ragazza aveva continuato a parlare, con la sua voce squillante, e a spiegare come lei avesse osservato i suoi compagni che confabulavano fra di loro, ma non avesse capito subito di cosa si trattasse. Ma, dato che si preoccupava per loro, li aveva seguiti e aveva cercato di distoglierli dalle loro intenzioni, senza successo. In fondo, lei era una donna ed era nella sua natura preoccuparsi per gli altri.
Quando la ragazza aveva finito di parlare il cellulare del maresciallo cominciò a vibrare: Valentina, che gli ripeteva di nuovo che non era il caso di essere troppo duro con i suoi amici. La mattina stessa avrebbero avuto delle verifiche, e affrontarle senza aver dormito era una punizione più che sufficiente.
Il maresciallo fece entrare gli altri due ragazzi nell’ufficio e uscì: aveva bisogno di fumare una sigaretta e pensare. Il preside non intendeva sporgere denuncia e nessuno si era fatto male, forse i ragazzi potevano veramente cavarsela con una semplice ramanzina. In più, non avrebbe guastato i rapporti con sua figlia. Spense la sigaretta e preparò la sua espressione più severa.
Passò a trovare la sua ex moglie dopo pranzo: le aveva lasciato il tempo di riprendersi dalla notte di lavoro e ne avrebbe approfittato per passare un po’ di tempo con Valentina, al suo ritorno da scuola. Peccato che l’umore di Giulia non fosse dei migliori: probabilmente aveva scoperto tutta la storia della colla nel portone della scuola, ed era furiosa con gli amici della figlia.
-La sai la novità?
Il maresciallo sorrise: non gli capitava spesso di essere a conoscenza di qualche notizia prima della sua ex moglie e intendeva sfruttare fino in fondo il vantaggio, perciò si limitò ad annuire.
-Allora lo sai e non hai niente dai dire?
Chissà perché Giulia se la prendeva così tanto: era stata solo una ragazzata e gli amici di Valentina erano stati spaventati in modo adeguato, tanto che il maresciallo era pronto a scommettere sul fatto che non si sarebbero più cacciati in un guaio del genere.
-Giulia, sono ragazzi, cosa vogliamo fare, arrestarli? Orami non lo facciamo nemmeno più con i delinquenti. E’ bastata una ramanzina di quelle ben fatte per sistemare le cose.
-Una ramanzina? Vuoi dire che sapevi tutto e ti sei limitato a una ramanzina? E quando l’avresti fatta, questa ramanzina?
Il comportamento di Giulia sembrava al maresciallo sempre più strano.
-Quando vuoi che l’abbia fatta? Questa notte.
Giulia lo guardò in silenzio per qualche secondo, come se guardasse un pazzo.
-Tu sei venuto qui stanotte, hai trovato tua figlia a letto con Mattia, gli hai fatto una ramanzina e te ne sei andato a dormire come se nulla fosse? Ma sei diventato completamente scemo?
Mirko Dadich - Sinfonia incompiuta: Estate
Premio letterario 'Provincia cronica' prima edizione
Mirko Dadich - Sinfonia incompiuta: Estate
L’ennesimo pomeriggio gettato ai rovi.
Seduto sulle panchine della stazione, insieme a Gae e Fede, penso ad un muro grigio alto quanto il cielo. Una superficie scabra, corrugata, su cui sbattere forte la testa e soffocare nel cemento. È un martedì pomeriggio. La scuola è finita. La scuola è finita e chissenefrega. I primi giorni di vacanza scivolano nella noia, una coperta calda e soffocante. Un tendaggio tenue che decora le ore buttate via come stracci e l’eterna domanda:
-Che si fa?
-Mirko, io mi sono rotto di mettere ‘ste erbacce sui binari.
-Andiamo via, cazzo. Fede sbuffa spazientito.
Siamo seduti sulle panchine di pietra alla stazione di Classe. Buttati sul granito, in attesa che l’espresso per Rimini spappoli i fiori bianchi ed i rami che abbiamo adagiato sulle rotaie. Le siepi curate sono ridotte ad uno sfacelo, un’apocalisse vegetale. Dopo il nostro passaggio non cresce più nulla.
Gae si raschia la gola e sputa per terra con sdegno, come i vecchi acidi e catarrosi del Circolo.
-Fumiamoci una sigaretta, no? Dice, ficcandosi un dito nel naso. -Poi decidiamo.
Le nostre bici sono scaraventate sull’asfalto e rigorosamente senza cavalletto. Mentre afferro il manubrio, il treno passa improvviso e singhiozzante. Un sogno metallico lungo kilometri, finestrini e facce impolverate ed ho un’ultima visione di foglie e petali triturati e risucchiati via. Verso sud.
MS Blu.
Gae ruba a sua madre le sigarette che poi nasconde nella cabina del contatore del gas.
MS Blu.
Tutta un’altra cosa rispetto alle Nazionali che fumano i miei. Pessima esperienza, quella.
Fede parla di una negli spogliatoi della piscina, che si è fatta toccare le tette. Anzi, ciucciare.
-Ed io gliele ho succhiate.
Gli ridiamo in faccia, -Ma che stronzate spari?
-Vi dico che è vero! Si incazza lui, -Chiedetelo a Filo!
Aspiro una lunga boccata, smorzo un colpo di tosse ma faccio finta di niente. Siamo distesi in un campo di pannocchie lungo la ferrovia. Siamo in incognito. Nessuno può vederci. In alto, un cielo frettoloso che mi sfila sugli occhi. È azzurro, svogliato e incurante: potrei vederci il mio riflesso come in un lago alpino. Il pomeriggio vola via così, con le braccia arrossate dalle foglie rigide, incartapecorite; e le nostre parole se le porta via il vento.
Ceno così in fretta da non avvertire un singolo sapore sulla lingua. Con la bocca ancora piena mi alzo da tavola e saluto i miei.
-Mangia almeno una pesca! Ti ho comprato quelle dure, sono in frigo. Dice mia mamma, un po’ scocciata. Tengo in bocca la pesca fredda stretta tra i denti e raggiungo gli altri alle panchine.
Scatta una gara di sgommate tra urla e risate. Alla fontana si decide la serata.
-Facciamo un po’ di vetri, stasera?
-Si.
Pedaliamo fino allo Zuccherificio. Imboscate le bici, ci infiliamo nel buco della recinzione. La fabbrica si staglia contro il tramonto livido, maestosa nel suo abbandono come una cattedrale nel deserto. Le sue rovine rossastre mi suscitano impressioni di guerre nucleari, di civiltà lontane ed estinte.
Sono anni che ci intrufoliamo qui: lo conosciamo questo posto, come le nostre tasche, come il cassetto buono per nasconderci i giornalini porno. Lo Zuccherificio è routine, ormai. Ma per me conserva ancora un’aura, una vibrazione di magia. La magia della ruggine e delle macerie, di macchinari sconosciuti e di quei suoi sotterranei da incubo.
Un rumore di qualcosa che si rompe mi riporta alla realtà.
Zuccherificio. I mattoni rossi delle officine. Le vetrate. I pezzi di cemento per terra.
Fede ha già iniziato a tirare sassi ai finestroni, seguito a ruota da Gae, con il suo lancio da cecchino. Generazioni di ragazzi sono passati di qui negli anni, ed i soli vetri superstiti sono quelli dei piani superiori. Noi miriamo a quelle.
I bersagli colpiti esplodono, risuonando come petardi fuori stagione.
I miei lanci sono fiacchi, cazzo.
-Mirko sei scarso duro.
-Lo so, lo so. Faccio cagare.
Gae afferra pietre lisce, soppesandole. Le sceglie con cura. Sta puntando un gruppo di lucernari intatti, nell’edificio più alto e lontano. In mano ha una pietra grigia. La luce sta evaporando impercettibilmente ed inesorabilmente.
Gae guarda lontano e dice:
-Un giorno distruggerò tutte queste finestre. Tutte.
Si inarca all’indietro e flette il braccio scagliando la pietra, facendola fischiare nel blu scuro.
Silenzio.
Lontano, uno schianto saluta la notte.
Un giallo caldo sulle spalle nude. Mi schermo gli occhi con la mano. Il sole alza il volume dei colori che sembrano metallizzati.
Aspetto seduto sulla bici.
Ma quanto ci mettono porca puttana?
Quei due sono dei cazzoni sempre in ritardo. Sagome distorte attraversano i binari. Sagome di plastica fusa nella calura.
Sono le due del pomeriggio: è un caldo fottuto.
-Finalmente! Che cazzo stavate facendo?
Gae suda copiosamente, anche da fermo.
-Dai non rompere. Abbiamo perso un sacco di tempo per cercare un pallone decente.
-Ma quella non è la palla di Ubi?
Fede gioca distratto con la palla del suo cane. Incrostata di fango e mezza sgonfia: praticamente un cesso.
-Sì, ho fatto una fatica per prendergliela...
-Fede quella palla è una merda.
-E' tutta sbavata.
-E' vero.
-Chissenefrega. Ah, non ho il telo.
-Perchè?
-Perchè mia mamma dormiva ed io non so dove cazzo tiene i teli da mare. Tanto uso il tuo, no?
-Sei un coglione.
-Dai froci andiamo.
-Oh sì Federico, mio bel frocetto vengo subito!
Partiamo svogliatamente sotto gli implacabili raggi solari. Padroni delle strade. E’ l'ora della siesta, in giro non un'anima.
Occupiamo tutta la corsia, pedalando senza mani.
Guardo la campagna bruciacchiata, certi rottami o lamiere in lontananza che lampeggiano come eliografi.
-Che merda è un eliogràfo?
-Eliografo idiota. E’ una specie di specchietto per fare segnali. Riflette il Sole, quelle cose lì.
-E tu come fai a saperlo?
-Boh, forse l'ho letto da qualche parte.
-Gae, vedi? E' un'intellettuale.
Continuiamo a discutere attraversando il paesaggio e vari altri argomenti. Il tempo può finire ora. E al futuro chi ci pensa?
Fede esordisce con:
-Avete visto che tette che ha la Catia?
-Ha due tette favolose.
-Da succhiare! Ahhh.
-Dicci la verità, Mirko. Quante seghe ti fai pensando a lei? Eh?
-Io? E’ Gae che ha la mano consumata.
-Sei un segaioloooooo!
Urliamo. Zigzaghiamo sulla linea di sorpasso. Parliamo e cazzeggiamo.
Mi piace sentire i polpacci che lavorano, che spingono sui pedali. Mi piace avere in mente le tette di Catia.
In testa ho il mare e il sole. Amici e biciclette.
Che cazzo mi serve di più.
-Mirko sei lento!!
-Whoooooo!
Quei due mi sorpassano improvvisamente, pompando a testa bassa.
-Bastardi!
Rido e mi fiondo all'inseguimento.
Come tre velocisti in scia ci superiamo a vicenda, sputandoci di tanto in tanto.
Destinazione: mare. Con tutti i significati di cui è carica questa parola. Orizzonti acqua sale libertà vacanze ragazze giocare gelati relax parolacce calore amicizia pelle e sabbia.
Siamo in velocità e il tempo lo lasciamo indietro.Fanculo non ci prenderete mai.
Mirko Dadich - Sinfonia incompiuta: Estate
L’ennesimo pomeriggio gettato ai rovi.
Seduto sulle panchine della stazione, insieme a Gae e Fede, penso ad un muro grigio alto quanto il cielo. Una superficie scabra, corrugata, su cui sbattere forte la testa e soffocare nel cemento. È un martedì pomeriggio. La scuola è finita. La scuola è finita e chissenefrega. I primi giorni di vacanza scivolano nella noia, una coperta calda e soffocante. Un tendaggio tenue che decora le ore buttate via come stracci e l’eterna domanda:
-Che si fa?
-Mirko, io mi sono rotto di mettere ‘ste erbacce sui binari.
-Andiamo via, cazzo. Fede sbuffa spazientito.
Siamo seduti sulle panchine di pietra alla stazione di Classe. Buttati sul granito, in attesa che l’espresso per Rimini spappoli i fiori bianchi ed i rami che abbiamo adagiato sulle rotaie. Le siepi curate sono ridotte ad uno sfacelo, un’apocalisse vegetale. Dopo il nostro passaggio non cresce più nulla.
Gae si raschia la gola e sputa per terra con sdegno, come i vecchi acidi e catarrosi del Circolo.
-Fumiamoci una sigaretta, no? Dice, ficcandosi un dito nel naso. -Poi decidiamo.
Le nostre bici sono scaraventate sull’asfalto e rigorosamente senza cavalletto. Mentre afferro il manubrio, il treno passa improvviso e singhiozzante. Un sogno metallico lungo kilometri, finestrini e facce impolverate ed ho un’ultima visione di foglie e petali triturati e risucchiati via. Verso sud.
MS Blu.
Gae ruba a sua madre le sigarette che poi nasconde nella cabina del contatore del gas.
MS Blu.
Tutta un’altra cosa rispetto alle Nazionali che fumano i miei. Pessima esperienza, quella.
Fede parla di una negli spogliatoi della piscina, che si è fatta toccare le tette. Anzi, ciucciare.
-Ed io gliele ho succhiate.
Gli ridiamo in faccia, -Ma che stronzate spari?
-Vi dico che è vero! Si incazza lui, -Chiedetelo a Filo!
Aspiro una lunga boccata, smorzo un colpo di tosse ma faccio finta di niente. Siamo distesi in un campo di pannocchie lungo la ferrovia. Siamo in incognito. Nessuno può vederci. In alto, un cielo frettoloso che mi sfila sugli occhi. È azzurro, svogliato e incurante: potrei vederci il mio riflesso come in un lago alpino. Il pomeriggio vola via così, con le braccia arrossate dalle foglie rigide, incartapecorite; e le nostre parole se le porta via il vento.
Ceno così in fretta da non avvertire un singolo sapore sulla lingua. Con la bocca ancora piena mi alzo da tavola e saluto i miei.
-Mangia almeno una pesca! Ti ho comprato quelle dure, sono in frigo. Dice mia mamma, un po’ scocciata. Tengo in bocca la pesca fredda stretta tra i denti e raggiungo gli altri alle panchine.
Scatta una gara di sgommate tra urla e risate. Alla fontana si decide la serata.
-Facciamo un po’ di vetri, stasera?
-Si.
Pedaliamo fino allo Zuccherificio. Imboscate le bici, ci infiliamo nel buco della recinzione. La fabbrica si staglia contro il tramonto livido, maestosa nel suo abbandono come una cattedrale nel deserto. Le sue rovine rossastre mi suscitano impressioni di guerre nucleari, di civiltà lontane ed estinte.
Sono anni che ci intrufoliamo qui: lo conosciamo questo posto, come le nostre tasche, come il cassetto buono per nasconderci i giornalini porno. Lo Zuccherificio è routine, ormai. Ma per me conserva ancora un’aura, una vibrazione di magia. La magia della ruggine e delle macerie, di macchinari sconosciuti e di quei suoi sotterranei da incubo.
Un rumore di qualcosa che si rompe mi riporta alla realtà.
Zuccherificio. I mattoni rossi delle officine. Le vetrate. I pezzi di cemento per terra.
Fede ha già iniziato a tirare sassi ai finestroni, seguito a ruota da Gae, con il suo lancio da cecchino. Generazioni di ragazzi sono passati di qui negli anni, ed i soli vetri superstiti sono quelli dei piani superiori. Noi miriamo a quelle.
I bersagli colpiti esplodono, risuonando come petardi fuori stagione.
I miei lanci sono fiacchi, cazzo.
-Mirko sei scarso duro.
-Lo so, lo so. Faccio cagare.
Gae afferra pietre lisce, soppesandole. Le sceglie con cura. Sta puntando un gruppo di lucernari intatti, nell’edificio più alto e lontano. In mano ha una pietra grigia. La luce sta evaporando impercettibilmente ed inesorabilmente.
Gae guarda lontano e dice:
-Un giorno distruggerò tutte queste finestre. Tutte.
Si inarca all’indietro e flette il braccio scagliando la pietra, facendola fischiare nel blu scuro.
Silenzio.
Lontano, uno schianto saluta la notte.
Un giallo caldo sulle spalle nude. Mi schermo gli occhi con la mano. Il sole alza il volume dei colori che sembrano metallizzati.
Aspetto seduto sulla bici.
Ma quanto ci mettono porca puttana?
Quei due sono dei cazzoni sempre in ritardo. Sagome distorte attraversano i binari. Sagome di plastica fusa nella calura.
Sono le due del pomeriggio: è un caldo fottuto.
-Finalmente! Che cazzo stavate facendo?
Gae suda copiosamente, anche da fermo.
-Dai non rompere. Abbiamo perso un sacco di tempo per cercare un pallone decente.
-Ma quella non è la palla di Ubi?
Fede gioca distratto con la palla del suo cane. Incrostata di fango e mezza sgonfia: praticamente un cesso.
-Sì, ho fatto una fatica per prendergliela...
-Fede quella palla è una merda.
-E' tutta sbavata.
-E' vero.
-Chissenefrega. Ah, non ho il telo.
-Perchè?
-Perchè mia mamma dormiva ed io non so dove cazzo tiene i teli da mare. Tanto uso il tuo, no?
-Sei un coglione.
-Dai froci andiamo.
-Oh sì Federico, mio bel frocetto vengo subito!
Partiamo svogliatamente sotto gli implacabili raggi solari. Padroni delle strade. E’ l'ora della siesta, in giro non un'anima.
Occupiamo tutta la corsia, pedalando senza mani.
Guardo la campagna bruciacchiata, certi rottami o lamiere in lontananza che lampeggiano come eliografi.
-Che merda è un eliogràfo?
-Eliografo idiota. E’ una specie di specchietto per fare segnali. Riflette il Sole, quelle cose lì.
-E tu come fai a saperlo?
-Boh, forse l'ho letto da qualche parte.
-Gae, vedi? E' un'intellettuale.
Continuiamo a discutere attraversando il paesaggio e vari altri argomenti. Il tempo può finire ora. E al futuro chi ci pensa?
Fede esordisce con:
-Avete visto che tette che ha la Catia?
-Ha due tette favolose.
-Da succhiare! Ahhh.
-Dicci la verità, Mirko. Quante seghe ti fai pensando a lei? Eh?
-Io? E’ Gae che ha la mano consumata.
-Sei un segaioloooooo!
Urliamo. Zigzaghiamo sulla linea di sorpasso. Parliamo e cazzeggiamo.
Mi piace sentire i polpacci che lavorano, che spingono sui pedali. Mi piace avere in mente le tette di Catia.
In testa ho il mare e il sole. Amici e biciclette.
Che cazzo mi serve di più.
-Mirko sei lento!!
-Whoooooo!
Quei due mi sorpassano improvvisamente, pompando a testa bassa.
-Bastardi!
Rido e mi fiondo all'inseguimento.
Come tre velocisti in scia ci superiamo a vicenda, sputandoci di tanto in tanto.
Destinazione: mare. Con tutti i significati di cui è carica questa parola. Orizzonti acqua sale libertà vacanze ragazze giocare gelati relax parolacce calore amicizia pelle e sabbia.
Siamo in velocità e il tempo lo lasciamo indietro.Fanculo non ci prenderete mai.
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