3 dicembre 2004

Premio "Provincia cronica" (II edizione - sezione racconti)
Michele Fiorenza - Sottrazione continua

- Che cos’hai combinato? – fu il bentornato di Claretta all’ora di pranzo.
La guardai sorpreso, mentre chiudevo la porta d’ingresso dietro di me: stava con le mani sui fianchi appena fuori dalla cucina, con quel grembiulino che proteggeva ben poco e con lo sguardo allarmato. Anche così era carina.
Mi avvicinai: - Ciao, amore: dimmi che cos’è successo.
- Ti ha cercato il Commissario: vuol vederti con urgenza.
Mentre lei riprendeva a rimestare i tegami, mi sedetti:
- Pensi che la sua urgenza sia nel “mio” interesse?
Lei si fermò a riflettere: - Vuoi dire che “lui” ha bisogno di te?
- Non so…
- Comunque ti aspetta alle tre.
Non ho mai capito perché le donne hanno scarsa fiducia nei loro partner. Anzi, più il rapporto si consolida, più la stima nei confronti del compagno diminuisce.
Un quarto alle tre indossai un abito leggero su una camicia in tinta unita, aggiunsi una cravatta per contentare Claretta, quindi uscii. Aveva smesso di piovere e le nubi sembravano volersi diradare, liberando un sole ancora caldo.
Il Commissario mi accolse con cortesia:
- Noi non ci conosciamo, ma io ho sentito parlare di lei: dicono che l’investigatore Eugenio è piuttosto bravo.
- La ringrazio: a che devo l’onore…
- Ha sentito parlare di quel caso della valigetta piena di denaro?
Mi sforzai di ricordare:
- Si riferisce al ladro o rapinatore perito nell’incendio di un casolare?
- Esatto: dopo tre mesi di indagini i miei uomini… hanno acquisito pochi elementi. Il tizio morì perché, svegliato dall’incendio, si buttò dalla finestrella del pagliaio, ma ebbe la sfortuna di battere la testa sul basolato di pietra. Non aveva documenti con sé, quindi non sappiamo chi era, anche perché nessuno ha denunciato la sua scomparsa. Il contenuto della valigetta metallica si è salvato: un milione di euro in biglietti di piccolo taglio! Però non sappiamo a chi appartengono…
- Che cosa posso fare io?
- Il questore vuol risolvere il caso, almeno sotto due aspetti: a chi appartiene il denaro e chi ha appiccato l’incendio. Lei sarà pagato con i fondi riservati. Possiamo metterle a disposizione sino a tremila euro per le spese. A parte ciò, riceverebbe tremila euro per l’individuazione certa del proprietario del denaro e altri tremila per l’identificazione dell’omicida, perché di omicidio dobbiamo parlare.
Riflettei un momento: non era un caso facile e gli sghei erano pochi. Però in quel periodo
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non avevo molto lavoro, e Claretta a scuola si era dovuta contentare di un part-time.
- Commissario, la ringrazio per la fiducia, ma deve garantirmi il rimborso delle spese e cinquanta euro al giorno, anche in caso di fallimento.
- Entro i massimali previsti? Beh, qualunque elemento troverà è meglio di niente…
Ci stringemmo la mano e andai via.

* * *
Aveva ripreso a piovere, mentre tornavo a casa guidando lentamente e rimuginando su quel caso.
La prima cosa da scoprire era la provenienza dei soldi: tutto quel denaro mi faceva pensare a una banca. Questa doveva essere la prima pista.
La sparizione di tanto denaro non poteva essere sfuggita all’attenzione dei mass-media. Se io non ricordavo nulla, il fatto doveva essere accaduto almeno fuori dalla nostra provincia.
Avrei dovuto rivolgermi ai miei collaboratori giornalisti, ma i soldi per le spese erano pochi. Ne parlai con Claretta, mia moglie e principale collaboratrice: disse che voleva prima cercare su internet. Conoscendo la sua pervicacia in quel tipo di ricerca, fui d’accordo, e nel frattempo mi dedicai a scrivere la relazione di un altro caso.
Prima di cena si presentò con alcuni fogli in mano:
- So da dove vengono i soldi, ma voglio metà dei tremila che prenderai.
La questione della ripartizione dei compensi tra noi è un fatto semiserio, perché in definitiva lei gestisce quasi tutto quello che guadagno.
- Ti darò il 40 %.
Mi mostrò le notizie che aveva stampato. Si trattava dell’arresto, avvenuto tre mesi prima in un’altra città, di una vicedirettrice di banca, tale Rossana D., per la sottrazione complessiva di circa un milione, nell’arco di un anno; s’intuiva che la notizia era passata un po’ sotto silenzio perché Rossana apparteneva a una famiglia altolocata.
La giovane donna aveva dichiarato che era stata costretta a una lunga serie di piccole appropriazioni perché pesantemente minacciata da un estorsore. Nulla però sapeva dire di questo tizio, che non aveva mai visto in faccia, e si trovava ancora in carcere in attesa del processo.
- Bene, stasera ti porto fuori a cena, anche perché è un po’ tardi per cucinare.
Al ristorante le feci la proposta:
- Dovresti andare a trovare Rossana per ottenere altri particolari.
- Io non sono mai andata a fare interrogatori in carcere, non sono nemmeno abilitata!
- A me la bancaria non direbbe nulla. Ti farei autorizzare dal Commissario.
- Se ti porto notizie valide, voglio il 60 %.
- D’accordo.

* * *
Mentre ci recavamo nella città di Rossana, spiegavo a Claretta le mie considerazioni:
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- La cifra di un milione nella valigetta e la stessa cifra del furto non possono essere una coincidenza. Infatti Rossana è benestante e non aveva bisogno di rubare; quindi la sua giustificazione di essere stata costretta da pesanti minacce non è una scusa, ma la verità. Però è anche vero che lei non può aver appiccato l’incendio al casolare, perché si trovava in carcere. Mentre tu parlerai con lei, io andrò a trovare i genitori.
- Pensi che il padre potrebbe aver messo in atto una vendetta?
- O il padre o il fidanzato. So che non ha fratelli.
Dopo aver lasciato Claretta, mi recai alla villa dei signori D., che mi accolsero bene, pensando che le mie indagini avrebbero aiutato la figlia. Mi riferirono che era stata minacciata delle peggiori violenze, così per oltre un anno aveva prelevato denaro dalla banca e lo aveva depositato secondo le indicazioni che riceveva.
Soltanto dopo che era stata scoperta, si era confidata con i genitori e col fidanzato.
- Vorrei tutte le notizie utili per identificare l’estraneo. – dissi.
I due coniugi scossero il capo:
- L’unico elemento che avevamo consiste nella registrazione delle ultime telefonate, che abbiamo consegnato alla polizia.
Intanto io osservavo il padre di Rossana: doveva avere quasi settant’anni, era miope e un po’ curvo. Terminai la tazza di tè che mi avevano offerto e mi congedai, quindi passai a prendere Claretta.
- Che esperienza! – disse, appena salita in auto, - ci sono più guardie che detenuti! Comunque ho saputo che Rossana ha un fidanzato, ma non mi ha detto chi è.
- Questo l’ho saputo io: si chiama Carlo E.
- Era stata minacciata di violenza carnale e di sfregi; la stessa minaccia valeva se si fosse licenziata…
- Non può essere stato il padre ad appiccare il fuoco: cammina a stento. Occorre controllare l’alibi del fidanzato, ma a questo penserà il Commissario.
- Mi dispiace per Rossana, - disse mia moglie, - in fin dei conti lei è una vittima, non una complice.
- Aver trovato un nesso tra i suoi furti e la morte dello sconosciuto avallerà la sua difesa e potrà farle ottenere gli arresti domiciliari e una pena leggera.
- Secondo te, il movente di Carlo sarebbe stata la vendetta?
- Direi di sì, oppure si tratta di una strana coincidenza.

* * *

Mentre il Commissario controllava i movimenti di Carlo E. nel periodo dell’omicidio, io presi a gironzolare nel quartiere del casolare andato in fiamme, del quale restava soltanto un rudere affumicato.
La villetta più vicina era abitata da un’anziana signora che si dedicava al suo orto: mi sembrò una persona solitaria, ma non troppo benestante. Mi consultai con Claretta:
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- Forse sarebbe meglio che la intervistassi tu, spacciandoti per una giornalista dilettante.
- Me lo stai facendo sudare, il mio 60 %!
- C’è un buon ristorante, lì vicino: dopo andremo a pranzare lì.
Il colloquio fu piuttosto breve, poi ci recammo al ristorante:
- Ho dovuto prometterle mille euro per l’intervista, e darle subito un acconto di trecento.
- Non possiamo darle quella cifra.
- Non le darò altro, perché non ci sarà alcun articolo, ovviamente. E poi, trecento bastano, per quello che ho saputo!
- Ti ascolto.
- La sera dell’incendio uscì per portare l’immondizia nel cassonetto; era quasi mezzanotte, perché aveva seguito un film in TV. Ha visto giungere un’auto sportiva di colore rosso. Tornando verso casa, con la coda dell’occhio ha notato un giovane magro, alto e biondo uscire dall’auto. Rientrata in casa, non ha acceso le luci e ha osservato dalle finestre quel giovane avvicinarsi al casolare con una tanica in mano.
- Poteva essere una persona anziana con i capelli bianchi?
- Gliel’ho chiesto, ma mi ha detto che si muoveva in modo atletico. Lo ha visto spargere il contenuto intorno alla casa, con fare circospetto. Mentre lei prendeva il telefono, erano divampate le fiamme. Polizia e vigili del fuoco sono intervenuti subito, ma non abbastanza da evitare la precipitosa e infausta fuga dell’uomo, che evidentemente si era fermato a dormire lì, nel pagliaio al primo piano.
- Il movente ci sarebbe, quindi se Carlo ha un alibi, bene, altrimenti ha un problema.

* * *
Il mattino seguente mi recai dal Commissario; questi mi comunicò che Rossana sarebbe uscita dal carcere più tardi, per aver ottenuto i domiciliari a seguito del recupero della refurtiva. Aggiunse che l’avvocato avrebbe chiesto il patteggiamento e Rossana poteva ottenere una pena condizionata.
- Per quanto riguarda Carlo, abbiamo la certezza che quella sera il suo computer era acceso e il cellulare si trovava a casa. Lei ha trovato qualche elemento contro di lui?
Tentennai: la mia era solo un’ipotesi…
- Purtroppo no, commissario, nulla. Pertanto rinuncio a proseguire le indagini e mi contento di quello che ho guadagnato sinora.
Due ore dopo me ne stavo parcheggiato all’ombra di un albero di fronte al piazzale del carcere: vidi arrivare una rossa auto sportiva e poco dopo una giovane donna uscire dal portoncino e abbracciare l’uomo che l’attendeva. Era magro, alto e biondo.

2 dicembre 2004

Premio "Provincia cronica" (II edizione - sezione racconti)
Luigi Di Legge - Non lontano da qui, Londra

Quando partii per Londra avevo in tasca un telex di prenotazione per quattordici notti in un ostello della gioventù, un blocchetto di travellers cheques dal valore di circa 300 sterline e qualche indumento di ricambio. Mi imbarcai su un volo economico, nel 1977 si chiamavano voli charter. Era il mese di agosto e a novembre avrei compiuto diciotto anni. Non avevo mai fatto un viaggio con l’aereo, così come non avevo fatto un sacco di altre cose.
Arrivai a Londra nel primo pomeriggio, e con un taxi nero che mi sembrava enorme, arrivai all’ostello.
Dal bancone del ricevimento vidi due ragazzi di colore con tante treccine, lunghe lunghe, che ridacchiavano e ascoltavano musica reggae. Un altro ragazzo, questo bianco, se ne stava sdraiato su un divanetto con in mano una strana sigaretta, e guardava il soffitto. Mi colpì le narici un odore di fumo dolce. Stanno ancora preparando il pranzo, pensai.
Forse la mia ingenuità era eccessiva: ascoltavo Baglioni, non fumavo, mi piacevano gli spaghetti alla chitarra e mi ero preso una cotta per la compagna di banco. La ragazza della reception notò il mio imbarazzo:- It has been a misunderstanding at the moment of the reservation, yours ostello is an other, - disse sorridendo. E mi scrisse il nuovo indirizzo.
Nel nuovo ostello mi ero ritrovato in camera con Leonardo, un romano della mia stessa età che diventò ben presto il mio amico londinese.
Stavamo quasi sempre insieme, e parlavamo. Non ho mai parlato così tanto in vita mia. Esploravamo territori sterminati; discutevamo di politica, dell’Inter e della Roma, di religione, della matriciana, di ragazze, di musica. Ecco a Leonardo interessavano soprattutto gli ultimi due argomenti.
Amava il rock con entusiasmo e competenza. Così dopo una colta spiegazione relativa alla musica degli Shadow, mi disse: - Domani se và al Marquee Club.-
Londra era musica; e che musica, rock, punk, country, le note le potevi strappare dai muri o fondere nella metropolitana. Ricordo che anche da un fruttivendolo ascoltai Bob Dylan. O forse il fruttivendolo era Bob Dylan. Me la mangiavo quella musica potente.
E mi piaceva.
Quando entrammo al Marqee il livello sonoro del locale era al limite della mia tolleranza acustica, si esibiva un gruppo di Brighton che suonava hard rock, stile Deep Purple. Il pubblico era formato per lo più da giovani inglesi e qualche punk, tutti ballavano. Il pavimento era bagnato del nostro sudore, ci si scivolava. Il resto era rulli di batteria, birra e gioia.
Stavo bene. Pensai con piacere all’incontro con una calda armonia finora sconosciuta. Desideravo crescere.
Annunciai a me stesso che avrei cominciato a fumare ma non avevo mai acceso una sigaretta, mi dissi che per questo evento avrei scelto il meglio. Avevo visto sulle macchine di formula uno la pubblicità delle John Player Special, scritta bianca su sfondo nero. Meraviglioso! Nella mia ingenuità, pensavo fossero sigarette nobili, che davano eleganza. Una mattina uscii diretto dal tabaccaio: - A package John Player Special, those black ones please.- Il tabaccaio sorrise di sottecchi e mi passò il prezioso pacchetto. Pagai una cifra salatissima. Me n’accesi una e mi sentii un dio.
Con Leonardo giravamo per Londra, voraci di conoscenza. Tutto era superbamente diverso dalla mia mediocre periferia. Guardavo entusiasta anche le cabine telefoniche, me le sarei portate a casa. Salivo sui bus a due piani come su un cavallino della giostra. Eppoi erano rossi, rossi, rossi.
Ci fermavamo solo per mangiare, nei Kentucky Fried Chicken. Pollo, patatine, e sapore di olio fritto. Ricordo le mani unte e Coca Cola gelata in gola.
Dopo il pranzo, Leonardo “attaccava” con il suo secondo argomento: le donne. Lui votava radicale, diceva di avere una fidanzata. Gli chiesi:- Sei innamorato?- Lui mi fulminò: - Ce scopo e basta.-
Queste due frasi secche, probabilmente, ci fecero pensare di essere entrati in buona confidenza. Il discorso scivolò sulla trasgressione, Leonardo dopo una pausa intensa, scoccò la domanda che gli girava in testa da parecchio tempo: - Tu “fumi”? – Orgoglioso della mia scelta di qualche giorno prima, estrassi dalla sacca il mio lucidissimo pacchetto nero: - Certo che fumo, ne vuoi una? –
- Luigi tu non “fumi”.-
- Ma come guarda ho le sigarette.-
- Occhei Luì. Ma tu non “fumi”.- Ripetè Leonardo, un po’ sorpreso e un po’ intenerito.

Invece lui “fumava”, e parecchio. Ogni tanto mi diceva: - Oggi me và de “sconvolgerme”.- E spariva chi sa dove, o trasformava la camera in una fumeria d’oppio.
Così quando Leonardo si “sconvolgeva”, me ne andavo a Piccadilly Circus.
Quel pomeriggio in cielo spargeva una luce bianca, e Londra odorava di hamburger. Mi sedetti tra i ragazzi. Qualcuno si alzava, qualcuno arrivava. Mi ritrovai seduto con una ragazza tedesca, aveva diciannove anni e si chiamava Elke.
Instaurammo uno sgangherato dialogo. Lei parlava un ottimo inglese, invece il mio era scolastico tendente al primitivo IoTarzanTuJane. In ogni caso le parole servivano a ben poco per quello che doveva succedere. Ora la vedevo bene, di fronte ai miei occhi. Ma chi l’aveva mai vista una tedesca dal vivo? La televisione a colori in Italia era appena arrivata, ma non era arrivata a casa mia. Gli unici tedeschi che avevo visto erano i soldati nazisti disegnati in bianco e nero sugli albi di Super Eroica, i fumetti di guerra. – Blond hair and blue eyes, Luiggi.- mi disse afferrandomi la mano e indicando i suoi occhi e i capelli. Glieli accarezzai, in punta di polpastrelli e vidi una giovane rughina formarsi sulle labbra. Prima di baciarci disse ancora, Luiggi, la più eccitante storpiatura fonetica che abbia mai ascoltato. Credetti di provare un sentimento strano che assomigliava curiosamente all’amore.
Sotto la camicetta la mia mano concava palpava un seno pesante, lei lasciò fare, poi stringendomela nella sua mi guidò verso un appartamento. Lei lavorava in un pub con due amiche, con le quali condivideva anche l’abitazione. Non doveva essere la prima volta che una delle ragazze portava in casa un ragazzo, perché quando entrammo le due amiche di Elke se ne uscirono zampettanti, seguite da allegri risolini.
Elke non la vidi mai più. Non la cercai neppure. Pensavo che Londra fosse piena di Elke che mi volevano baciare.
Intanto a Wembley, il giorno prima della mia partenza, ci sarebbe stato il concerto dei Led Zeppelin.
Ci andai con Leonardo; l’ultimo gioco insieme, poi anche lui sparì nella sua Roma. Sul prato di quello stadio, scrutai lo sciogliersi del pomeriggio nello scuro della sera, su migliaia di giovani.”Quando tutti sono uno e uno è tutti” diceva la canzone che inaugurava il concerto. Idiomi sconosciuti suonavano nelle vene, e provai una prodigiosa, quanto indistinta, coscienza di libertà.

La smart parcheggiò vicino alla gelateria, l’impianto stereo diffondeva le note di Starway to heaven. Insieme a mia moglie, ce ne stavamo seduti fuori dal locale, davanti a due coppette di gelato. Erano passati trentanni da quella sera, e adesso ancora quella canzone a bussare negli occhi.

- Luigi cos’hai? – Chiese mia moglie

- Niente.-

1 dicembre 2004

Premio "Provincia cronica" (II edizione - sezione racconti)
Bruno Bianco - Odori

Ero andato non molto lontano da qui, ma erano comunque trent’anni che non ritornavo, dal giorno della tesi di laurea, luglio 1970; a casa mia c’era stata una festa di quelle che te le ricordi per un bel po' di tempo e i miei amici la mattina dopo per riprendersi dai bagordi avevano chiesto tutti un giorno di permesso alla Cesa.

Già la Cesa, quell’enorme fabbrica vicino al fiume.
Nell’inverno del ‘52, qualche giorno prima di Natale, il sindaco riunì il Consiglio comunale; “Si invita tutta la cittadinanza a partecipare per importanti e grandiose comunicazioni”, diceva il manifesto.
-Vi comunico ufficialmente che il prossimo anno la società Cesa, la più grande azienda chimica italiana nonché una delle più importanti d’Europa, ha scelto il nostro paese per realizzare un nuovo e moderno stabilimento.-
In paese tutti capirono che il merito era del Marella, il fiume che proprio lì si sedeva docilmente nella piana, quasi raddoppiando di larghezza rispetto agli altri punti del suo scorrere. Perché uno stabilimento della più grande azienda chimica italiana nonché una delle più importanti d’Europa, ha bisogno di acqua, tanta acqua; acqua da prendere, acqua da consumare e acqua da utilizzare come letto per gli scarichi di tutta la fabbrica.

2928 dipendenti; questo fu il numero massimo che la Cesa raggiunse nello stabilimento della Val Marella. Ne giravano di soldi allora e non c’era anno che non si facesse qualcosa di nuovo, che la Cesa non contribuisse a dare qualcosa di nuovo al paese. Il primo fu il campo di calcio; non un normale campo di paese, ma quasi uno stadio, con pista di atletica e una fila di gradinate intorno. Negli anni dopo arrivarono il palazzetto dello sport, la piscina, il mercato coperto, il circolo, la biblioteca, la bocciofila, il teatro; e tutte le volte il direttore della Cesa veniva personalmente a tagliare il nastro.

Intanto nel fiume avevano smesso di fare il bagno. Se entravi nell’acqua uscivi tutto unto, come se ti avessero massaggiato con dell’olio di oliva; sovente l’acqua aveva un odore fastidioso, se ti capitava di bere ti veniva quasi voglia di vomitare e in più si formavano anche dei mulinelli che se non stavi attento ti trascinavano chissà dove. Così un giorno, il messo comunale andò a piantare lungo la riva decine di cartelli che segnalavano il “divieto di balneazione” ai sensi di una serie di articoli, paragrafi e commi di legge che nessuno conosceva; ma quando misero i cartelli erano ormai mesi che più nessuno faceva il bagno nel Marella, perché il bagno si andava a farlo direttamente nel mare. Con la Vespa o con la Cinquecento, la domenica partivano tutti; attraversavano l’appennino, una o due soste a far raffreddare il motore e in un paio d’ ore si arrivava sulla spiaggia insieme agli operai e agli impiegati delle città. E del divieto di balneazione ai sensi dei vari articoli, paragrafi e commi, in paese non interessava niente a nessuno.

Il primo che smise di andare al mare la domenica fu Mario. Mario abitava sulla strada che portava a casa dei miei, due curve sotto; era della stessa leva di mio padre e se ne andò che stava all’ospedale. Tutti dicevano che Mario nella vita aveva fumato troppo; pipa, toscano, sigarette dal filtro o rollate con cartina e tabacco. Anche Giovanni fumava, forse più ancora di Mario e così Rodolfo detto “Dulfu” e Piero detto “Pietrin”; loro almeno riuscirono a morire a casa, facendosi dimettere dall’ospedale sempre qualche giorno prima. Teresa invece non aveva mai fumato in vita sua, però a lei il tumore l’aveva presa nelle ovaie e in paese dicevano che erano cose da donne, che le ovaie non potevano c’entrare niente con i polmoni di Mario, di Giovanni, di Rodolfo detto “Dulfu” e di Piero detto “Pietrin”; quando però il mostro attaccò e distrusse anche i polmoni di Elda che aveva fumato lo stesso numero di sigarette di Teresa, l’idea iniziò a farsi più forte. Perché poi toccò anche ad Angelo e lui dentro alla Cesa non aveva mai messo piede, però alla fine i polmoni ce li aveva rimessi pure lui. Ma non era solo questione di polmoni; ogni tanto qualcuno veniva attaccato nello stomaco, qualcun altro alla vescica, altri nell’intestino e nel fegato. Nascevano bambini con deformazioni, mentre altri nascevano già morti; altri ancora non nascevano affatto perché iniziavano a essere tante le coppie che non riuscivano ad avere figli.

Poi una mattina presto ci fu una fuoriuscita da un impianto che il cielo diventò nero come quando in estate si prepara un temporale e per due giorni in paese non si riusciva nemmeno più a respirare; Dall’ispezione uscì che andavano fatti dei lavori di adeguamento e la Cesa disse subito che per fare quei lavori avrebbe dovuto fermare degli impianti, lasciare a casa della gente, diminuire i posti di lavoro; dopo aver sentito per anni la frase “aumentare posti di lavoro”, per la prima volta adesso si sentivano le parole “perdere posti di lavoro” e tanto bastò. Così la Cesa non adeguò nessun impianto. Gli ultimi anni della Cesa passarono tra cortei, aule di tribunale, occupazioni di palazzi della Provincia e delle Regione, dimissioni minacciate e mai attuate di sindaci e autorità varie, cassa integrazione e mobilità lunga, blocchi ferroviari e interruzioni di autostrade, chiusure di reparti e smantellamento di impianti. E in Val Marella, il 26 luglio del 1985, la ciminiera della Cesa esalò l’ultimo sbuffo e la fabbrica vicino al fiume chiuse per sempre.

Già la Cesa, quell’enorme fabbrica vicino al fiume.
Erano trent'anni che non ritornavo, dal giorno della tesi di laurea. Avevo poi trovato lavoro a 500 km da casa e da allora, anche se è difficile crederlo, non ero più tornato; c’era voluta la morte di mio padre per farmi rientrare. Non mi piaceva il paese e forse era per questo che dopo il liceo ero andato all' università; i miei amici lavoravano già tutti in fabbrica, ma mio padre era contento.
-Bravo. Diventa ingegnere e poi vieni a lavorare alla Cesa.- Penso che pregustasse già di vedere suo figlio che faceva il dirigente mentre lui era un semplice operaio. Da settembre a fine dicembre; non ero mai stato lontano dal paese per così tanti giorni. Ero arrivato con il treno nella piccola stazione per le vacanze di Natale e l’avevo subito sentito, sentito per la prima volta; quell’odore di letame, sì perché era proprio puzzo di letame. Che poi devo ancora capire adesso perché le esalazioni delle fabbriche chimiche puzzano di letame; come se il letame avesse dentro di sé la somma degli odori di tutti i prodotti chimici mescolati tra loro. In quel momento avevo anche pensato a tutte le volte che mi era stato detto:
-Ho capito dove abiti! In quel paese dove c’è sempre la puzza di letame.-
E io a dire che avevano solo delle storie, che erano passati mentre qualche contadino stava concimando i campi. Invece avevano ragione e da allora, ogni volta che rientravo dall’università, vale a dire Pasqua, Natale e in estate, lo sentivo sempre quell’odore; ogni volta più forte, ogni volta mi dava più fastidio. Alla fine lo avvertivo già qualche giorno prima di arrivare; il solo pensiero mi generava quell’odore. Così, presa la laurea, con dispiacere immenso di mio padre, mi ero messo a cercare un lavoro che fosse non molto lontano da qui, ma abbastanza lontano da non sentire più quella puzza di letame che letame non era.

Adesso che ero ritornato la puzza non c’era più; lo sapevo, ero preparato, però faceva un certo effetto. Non tanto per la puzza, ma per quello che si vedeva; la Cesa, quell’enorme fabbrica vicino al fiume, era lì, con le sue ciminiere, con la sua ruggine e il suo abbandono. Anche il fiume, a guardarlo bene, era diverso; l' acqua era limpida, senza quell’arcobaleno di colori di quando ero giovane io. Dalla casa dei miei sulla collina potevo vedere tutto; rispetto a trent’anni prima molti capannoni non c’erano più e quelli rimasti erano come la Cesa, con la loro ruggine e il loro abbandono. E il campo da calcio? Adesso nel campo l’erba non esisteva più, le gradinate erano a pezzi, la pista di atletica era diventata una poltiglia di polvere rossa. Poi stupiva il silenzio; niente più camion per le strade o ruggiti di impianti industriali, nessun rumore di vita. Mi sembrava di vederli i quattordicenni del paese che dopo le medie si iscrivono alle superiori e dopo ancora all’università; inutile mettersi a cercare un lavoro, fatica sprecata. Se penso invece a prima; a quattordici anni nella Cesa o in una di quelle piccole fabbriche satelliti, da qualche artigiano, tubista, elettricista, impiantista. Tanto c’era lavoro per tutti.
Così guardo quelle vallate e mi viene voglia di scappare, proprio come trent’anni fa, quando il paese non mi piaceva e la puzza mi dava un fastidio insopportabile. Poi di colpo, improvviso, quell’odore, quel puzzo di letame che mi aggredisce il naso, il cervello, il corpo; è il dubbio di un momento, come se in un attimo fossi tornato a trent’anni prima, quando scendevo dal treno e sentivo un tanfo inconfondibile. Fino a che non vedo quel contadino, il trattore, il rimorchio; con un forcone sta distribuendo letame, letame vero.
Volevo scappare non molto lontano da qui e invece resto. A sentire l’odore di fabbrica. Odore della fabbrica vicino al fiume.

20 novembre 2004

Intervista a Michele Serra - Tutti al mare per non vedere la tv

A Milano il sole è alto. Le strade sono solcate da una selva di auto nevrotiche che duellano a colpi di claxon. Con le nostre biciclette aggiriamo il caos metropolitano, slalomiamo in mezzo a interminabili code e c’imbuchiamo in un vicolo ventilato e ombroso. Lungo la via, davanti a un negozio, incontriamo il noto giornalista-scrittore Michele Serra che sta conversando con un commesso. Lo riconosciamo. Lui ci saluta calorosamente e ci conduce nella sua enorme e fresca casa. Ci accomodiamo nel salone, lui ci offre del caffè e si siede davanti a noi, scrutandoci con occhi azzurri e vitrei che un po’ mettono soggezione, perché quello che ho di fronte ritengo sia lo sguardo più acuto del giornalismo italiano.

Come è approdato alla professione di giornalista?
Questa è la domanda con cui iniziamo sempre le nostre chiacchierate, perché, da giornalisti diciamo amatoriali, siamo molto curiosi di sapere come si riesca ad arrivare a questi livelli.
Il mio accesso alla professione è stato del tutto casuale. Ero un ventenne che aveva appena abbandonato la facoltà di lettere moderne presso la Statale di Milano e voleva guadagnare qualche soldo. Riuscii a farmi assumere come stenografo nella redazione dell’Unità e presi il posto di un ragazzo che era partito per il servizio militare; cominciai a fare la vita di redazione e iniziai a rompere le balle ai superiori perché volevo scrivere. Così ho cominciato la “scalata” nel mondo del giornalismo. Allora si faceva così, non c’erano altri modi. Ora è molto diverso.

Allude alle scuole di giornalismo?
Sì, certo: grazie al loro avvento l’accesso alla professione è più regolare, più sensato. Penso che se si vuole intraprendere questa strada si debba per forza passare per queste scuole. E’ una sorta di Via Maestra. Un biennio di specializzazione post-universitario di questo calibro può permetterti di entrare a far parte di una redazione. Ora si fa così. Allora era culo o raccomandazione.

Che “dritte” darebbe ai giornalisti in erba?
Mah, penso che non debbano avere una visione “romantica” della professione: come del classico inviato di guerra alla Hemingway, o di colui che fa solo scoop. In realtà è un percorso travagliato. Devi passare per mille carte e stronzate spesso noiose. All’inizio di solito è un lavoro da impiegato. Io ho perso un po’ di vista la redazione perché sono ormai quindici anni che lavoro in casa, e nel frattempo, per esempio, l’avvento di computer tecnologicamente sempre più sofisticati ha inciso molto. Oggi il lavoro del tipografo è quasi tramontato, è una categoria scomparsa. Ai tempi loro rappresentavano la parte “operaia” del giornale, e spesso erano soggetti a malattie professionali anche gravi. Erano a contatto tutto il giorno con il piombo fuso…insomma, quasi un’officina: c’era un baccano infernale, un caldo pazzesco, erano tutti sporchi di nero. .. Ma ora si sono estinti come i dinosauri.

Quali sono le differenze sostanziali, oltre quelle a carattere tecnico che ha già citato, tra i giornali di trent’anni fa e quelli attuali?
La mia impressione è che sia molto più forte il condizionamento economico pubblicitario; tutto il management conta moltissimo: oggi i giornali sono diventati delle imprese, macchine per fare soldi. Una volta i giornali li dirigevano i direttori, ora ho l’impressione che a dirigerli siano i manager. Poi si aggiunge anche questa mania dei gadget che è quasi grottesca, veramente: tu prova ad andare nell’edicola qui di fronte e vedrai che ti rifilano anche il matterello per fare la pasta, manca solo la carriola e la paletta poi siamo a posto.

L’iniziativa di allegare libri ai quotidiani invece come la trova?
A quanto ne so io si è rivelata un boom.Hanno messo in circolazione un numero esorbitante di buoni libri: non vorrei dire una cazzata ma penso abbia rappresentato il quaranta per cento del mercato librario, o giù di lì. Non si capisce bene se sia stata una concorrenza sleale a un mercato già asfittico, se pensate che in Italia legge solo un terzo della popolazione. Riflettiamo anche sul problema della distribuzione dei libri: la disparità fra Nord e Sud è enorme. Di librerie degne di questo nome ne esistono tre al sud: a Palermo, Bari e Napoli. Credo che il trentacinque per cento del mercato librario risieda a Milano. Anche i dati della diffusione dei quotidiani nel mezzogiorno sono sconcertanti: si è rilevato che ad Agrigento viene venduto un quotidiano ogni cento persone…e di sicuro sarà la Gazzetta…

A proposito di libri, la prima volta che ho sentito il suo nome fu grazie a Tutti Al Mare, che ho dovuto anche portare a un esame di letteratura.
Che onore! Beh, sì, ho un bellissimo ricordo di quel viaggio sulla riviera, con il mio Pandino quattro per quattro…
Gli porgo il libro di testo in cui è inserito un capitolo del suo libro. Lo sfoglia e nota tra gli altri il nome di Mario Soldati. Si illumina…
Ecco, casualmente ho trovato un argomento che vi potrebbe interessare. Soldati, all’epoca, fece un programma strabiliante per la Rai: tramite un viaggio lungo la Valle Padana, con la complicità della sua arguzia di intellettuale, riuscì sostanzialmente a raccontarci l’Italia del dopoguerra,…penso fosse il ’58…comunque, due anni fa volevamo riproporre una cosa del genere, ma la Rai non poteva coprire i costi; insomma oggi la Tv italiana non è in grado di produrre una trasmissione culturale. La censura vera, oggi, non è tanto quella politica, ma quella economica. Quella di oggi è una società sfigata. Una volta, con la Dc, nonostante tutto, si aveva un margine di investimento molto più elevato. Oggi è tutto risicato. Il fatto che non ci si possa più permettere di produrre trasmissioni culturali è scandaloso. Nessuno si vuole assumere più questa responsabilità. Adesso qualche programma culturale lo cacciano alla mattina, come Augias, per esempio…Ma quello che ci tengo a farvi capire, scusate se sono ripetitivo, è che non è la censura politica a rappresentare un problema, quella puoi anche dribblarla se sei brao, quanto la censura economica: se vuoi dire 'Berlusconi culo' in televisione, non te lo fanno fare non per motivi etico morali, ma perché non hanno i soldi. E se stai a badare ai soldi rischi di produrre la merda.

E lei come si trova a lavorare per la TV?
E’ un ambiente che sopporto sempre meno, anche se sto lavorando con Fazio alla trasmissione “Che Tempo Fa?” e mi trovo bene. Il programma si aggiudica il nove per cento degli ascolti, ma sta avendo successo di critica, perché comunque è pacato, non è volgare e dopotutto è abbastanza interessante. Ma anche lì si tentenna sempre. Si vorrebbe sempre di più. Ci si vorrebbe accaparrare un due per cento in più, ma sai, anche lì: vuol dire che lo sponsor deve cacciare altri svariati miliardi, insomma, è tutto soggetto a un mercantilismo sfrenato. E’ un sistema che sta implodendo su se stesso.

E nel teatro?
Lì le cose sono molto migliori. Il teatro è una sorta di microcosmo a parte. Libero. L’unico ghettizzato è Luttazzi, che ha accesso a metà dei teatri d’Italia, di cui solo uno in Lombardia. Ma io ho sempre lavorato in estrema libertà. Se pensiamo a ciò che dice Paolo Rossi in teatro…a “Domenica In” non gliele hanno fatte mica dire. Pensiamo ancora a “Mai Morti”, di Renato Sarti, è uno spettacolo potentissimo che tocca temi di preoccupante attualità, e ha avuto un enorme successo, sia di pubblico che di critica ed è pure uscito il testo per la Mondadori. Anche se ha avuto casini politici, Sarti è stato anche minacciato… Comunque, per quanto riguarda i costi, beh, è tutt’altra cosa rispetto alla TV o al cinema. Penso che uno spettacolo teatrale costi un quinto rispetto a un film. Insomma è tutto abbastanza autonomo. Spero che continui così. Ma non diciamolo troppo forte.
Luca Ottolenghi